giovedì 19 Marzo 2026
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Giappone, eseguita prima condanna a morte dal 2022

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In Giappone è stata eseguita oggi la condanna a morte di Takahiro Shiraishi, noto come il “killer di Twitter”, per l’omicidio di nove persone tra agosto e ottobre 2017. È la prima dal 2022 nel Paese. Shiraishi adescava vittime con pensieri suicidi tramite social, promettendo di aiutarle a morire, per poi drogarle, violentarle, strangolarle e smembrarle. Arrestato nel 2017, è stato condannato alla pena capitale nel 2020. Il caso suscitò grande attenzione mediatica, spingendo Twitter (oggi X) a vietare contenuti che promuovano il suicidio. Ha anche riacceso il dibattito sulla salute mentale in Giappone, Paese dove il suicidio è un grave problema sociale.

PFAS in Veneto, sentenza storica: condanne fino a 17 anni di carcere ai dirigenti Miteni

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Una sentenza storica ha chiuso in primo grado uno dei più gravi casi di inquinamento ambientale mai registrati in Italia. La Corte d’Assise di Vicenza ha infatti condannato undici ex dirigenti della Miteni di Trissino (Vicenza) per il disastro provocato dai PFAS – composti perfluoroalchilici altamente inquinanti – che hanno contaminato per decenni le acque e i territori delle province di Vicenza, Verona e Padova, mettendo a rischio la salute di oltre 350mila persone. Le pene inflitte superano di vent’anni le richieste dell’accusa, arrivando complessivamente a 141 anni di carcere contro i 121 chiesti dalla Procura.

Ai principali imputati sono state inflitte condanne pesanti: 17 anni per Patrick Fritz Hendrik Schnitzer, Achim Georg Hannes Riemann (entrambi Icig), Brian Anthony McGlynn e Luigi Guarracino (Miteni). A 16 anni sono stati condannati anche Naoyuki Kimura e Yuji Suetsune (Mitsubishi Corporation) e Alexander Nicolaas Smit (Miteni). Seguono Maki Hosoda (11 anni), Antonio Alfiero Nardone (6 anni e 4 mesi), Martin Leitgeb (4 anni e 6 mesi) e Davide Drusian (2 anni e 8 mesi). Sono invece stati assolti quattro imputati: Kanji Ito, Mario Fabris, Mauro Cognolato e Mario Mistrorigo, per i quali è stato riconosciuto che, pur a conoscenza dell’inquinamento, non avevano potere per impedirlo. Le condanne arrivano al termine di un processo durato cinque anni, con 134 udienze e centinaia di parti civili coinvolte. La Corte ha riconosciuto risarcimenti milionari: 58 milioni di euro al Ministero dell’Ambiente, 6,5 milioni alla Regione Veneto, 800mila euro ad Arpav, e tra i 15 e i 20mila euro a singoli cittadini e associazioni, comprese le «Mamme No Pfas», in prima fila nella battaglia per la verità. Tuttavia, sono rimasti esclusi dai risarcimenti i lavoratori dell’ex Miteni, nonostante le denunce sindacali sulle possibili correlazioni tra esposizione ai PFAS e malattie, tema su cui sono in corso altri procedimenti.

Secondo la sentenza, le aziende che si sono avvicendate nella gestione dello stabilimento Miteni hanno contaminato in modo doloso con sostanze chimiche, anche cancerogene, l’acqua della seconda falda acquifera d’Europa, mettendo a rischio centinaia di migliaia di persone, compromettendo anche la catena alimentare e rendendo inutilizzabili le acque per uso potabile e irriguo in un’area estesa oltre 180 chilometri quadrati. Il sito produttivo ha scaricato per decenni sostanze tossiche come C604 e GenX nelle acque superficiali e sotterranee, inquinando fiumi come il Fratta Gorzone, il Bacchiglione, il Retrone e l’Adige. Legambiente, costituitasi parte civile, ha accolto con entusiasmo la sentenza. «La conferma da parte della Corte dell’ipotesi accusatoria della Procura per tutti gli imputati e, soprattutto, la conferma della natura dolosa dei reati contestati rende finalmente giustizia alle parti civili ed a centinaia di migliaia di persone, contaminate a loro insaputa per decenni», ha dichiarato il presidente nazionale Stefano Ciafani. Ora si guarda alla bonifica: il Comune di Trissino ha appena approvato il documento di analisi del rischio, passo preliminare al piano di risanamento del sito industriale, che dovrà essere presentato entro sei mesi. Resta invece in sospeso la questione della falda contaminata, per cui non esiste ancora un piano concreto.

La vicenda giudiziaria legata all’inquinamento da PFAS in Veneto è iniziata nel 2013 con la scoperta della contaminazione di una vasta falda acquifera che ha coinvolto circa 350mila cittadini nelle province di Vicenza, Verona e Padova. Tra il 2015 e il 2016, rilevazioni a campione spinte da associazioni ambientaliste hanno evidenziato livelli elevati di PFAS nel sangue dei residenti, portando nel 2018 alla dichiarazione dello stato di emergenza e all’istituzione di una zona rossa in 30 comuni, con divieto di utilizzo dell’acqua potabile. Uno studio dell’Università di Padova, pubblicato su Environmental Health, ha rilevato in quest’area un aumento di mortalità per malattie cardiovascolari e neoplastiche tra il 1985 e il 2018. A maggio 2024, il TAR del Veneto ha stabilito che anche Mitsubishi Corporation debba sostenere i costi della bonifica, ritenendo tutte le società che hanno controllato l’ex stabilimento Miteni corresponsabili dell’inquinamento.

I Pfas sono un gruppo che raccoglie oltre 10mila molecole sintetiche non presenti in natura, utilizzate in vari processi industriali per la fabbricazione di prodotti come le padelle antiaderenti o qualche imballaggio alimentare. Essendo molecole fortemente stabili, esse non vengono degradate brevemente nell’ambiente e sono state definite “inquinanti eterni”. L’esposizione ai Pfas è stata associata a problemi alla tiroide, diabete, danni al fegato e al sistema immunitario, cancro al rene e ai testicoli e ad impatti negativi sulla fertilità. Da novembre 2023, le sostanze sono state riconosciute anche come cancerogene.

La nuova cortina di ferro della NATO: tra sbarramenti, bunker e campi minati

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Cortina di ferro è il nome che si usava durante la guerra fredda per chiamare il confine invalicabile, ideologico oltreché fisico, che separava l’Europa occidentale da quella posta sotto l’influenza sovietica. La linea lungo la quale per quasi mezzo secolo – dal 1947 al 1991 – eserciti super militarizzati si sono fronteggiati a suon di esercitazioni, voli di caccia lungo i confini e minacce nucleari. Un’era geopolitica che sta tornando a materializzarsi quantomeno in quelle nazioni di confine che si stanno ergendo a baluardo contro la «minaccia russa». Dalla Finlandia a nord, passando per gli Stati Baltici — Lettonia, Lituania ed Estonia — fino alla Polonia, si va consolidando un confine percepito come un fronte di guerra. Fino all’ultima decisione, ratificata in questi giorni: il ritiro dei Paesi baltici dal trattati che vietano le mine antiuomo e il parallelo lancio del progetto per dispiegare questi ordigni – su cui molti Paesi al mondo si erano accordati sul divieto perché in grado di far saltare in aria civili che li calpestino accidentalmente anche a decine di anni di distanza – lungo il proprio confine. Anche a questo servirà l’aumento delle spese militari nei Paesi NATO al 5% del PIL trionfalmente sancito all’ultimo Vertice dell’Aia.

La presenza NATO nell’Est Europa si è rafforzata nel corso dell’ultimo decennio. Cinque Paesi — Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia — stanno ora preparando piani per minare e sbarrare i loro confini con Russia e Bielorussia. Non è un caso che Steadfast Defender 2024, la più grande esercitazione NATO dal 1988, sia stata condotta lo scorso anno nel Nord e nell’Est dell’Europa, in gran parte proprio in questi cinque Paesi. Nel gennaio 2024, i ministri della Difesa di Lettonia, Lituania ed Estonia hanno approvato l’iniziativa della “Linea di difesa del Baltico“, volta a rafforzare la protezione del confine orientale dei Paesi baltici e della NATO. La costruzione della “linea” è strettamente coordinata ma viene finanziata separatamente da ciascun Paese partecipante. La fortificazione dei confini prevede il posizionamento di cubi, lastre e croci di cemento per respingere o rallentare l’avanzata di mezzi nemici, oltre al minamento di campi e ponti come sbarramento difensivo. Sono inoltre previste nuove infrastrutture, tra cui depositi, tunnel e bunker. L’iniziativa è perfettamente in linea con i piani di difesa della NATO.

E non è un caso, evidentemente, che tutti e cinque i Paesi si siano ritirati dalla Convenzione sulle mine antiuomo. Giovedì scorso, il Parlamento finlandese ha votato con una maggioranza schiacciante l’uscita dal Trattato di Ottawa. La Polonia e i Paesi baltici, come riportato da Reuters lo scorso marzo, avevano già annunciato l’intenzione di ritirarsi attraverso una dichiarazione congiunta in cui si faceva riferimento alla minaccia russa. Se Lettonia e Lituania hanno già proceduto, la Polonia, attraverso il proprio Parlamento, ha deciso il 26 giugno, di abbandonare ufficialmente il Trattato di Ottawa. Quest’ultimo, risalente al 1997, è rappresentato dalla «Convenzione internazionale per la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo e relativa distruzione», ovvero la convenzione per la messa al bando delle mine. Vi aderiscono circa 150 Stati, mentre una trentina ne rimangono fuori, tra cui Cina, Russia e Stati Uniti.

Nel maggio scorso, il governo lituano ha reso noto di aver stanziato 1 miliardo di euro in 10 anni per il rafforzamento del confine con la Bielorussia e con l’exclave russa di Kaliningrad. Di questa somma, 800 milioni sono destinati all’acquisto e alla posa di mine lungo il confine, mentre la parte restante sarà utilizzata per potenziare le capacità in ambito di guerra elettronica e droni. Nel dicembre 2024, il Gabinetto dei Ministri lettone ha approvato l’Integrated Border Management Plan 2024-2027, che mira a rafforzare la sicurezza nazionale in generale — sia quella alle frontiere sia quella interna — e a rimpatriare cittadini di Paesi terzi privi di una base giuridica per soggiornare in Lettonia o in altri Stati membri dell’Unione Europea.

East Shield («Scudo Orientale») è il programma di difesa nazionale lanciato dal governo polacco per fortificare i confini orientali con la Bielorussia e con l’exclave russa di Kaliningrad. Si tratta di uno degli investimenti più significativi nella sicurezza nazionale e nella difesa delle frontiere nella storia della Polonia del dopoguerra. Il programma è stato annunciato nel maggio 2024 e prevede un investimento di 2,5 miliardi di euro in quattro anni. L’obiettivo è migliorare la prontezza militare e la sicurezza delle frontiere polacche attraverso una combinazione di moderni sistemi di sorveglianza, barriere fisiche e lo sviluppo di infrastrutture. La Finlandia, Paese membro della NATO dall’aprile 2023, ha incrementato sensibilmente il proprio budget per la spesa militare proprio in virtù dell’ingresso nell’Alleanza Atlantica. Sul suo confine con la Russia, lungo circa 1.300 chilometri, si concentrano molte delle spese aggiuntive, dei programmi, delle esercitazioni e delle misure di prontezza operativa. Come riportato dal The Guardian nel maggio scorso, il maggiore generale Sami Nurmi, capo della strategia delle forze di difesa finlandesi, ha dichiarato che i militari seguono le manovre di Mosca «molto da vicino» e che è loro compito, in quanto parte dell’alleanza NATO, «prepararsi al peggio». Intanto, sono già stati completati i primi 35 chilometri della recinzione di 200 che la Finlandia sta costruendo al confine russo.

I progetti come lo «Scudo Orientale» (East Shield) delineano una strategia di lungo termine per rafforzare le capacità difensive lungo il confine orientale della NATO. A Mosca, naturalmente, questa nuova cortina viene interpretata come un’escalation e come ulteriore prova dell’aggressività occidentale, alimentando un ciclo di ritorsioni e contromisure che mantiene alta la tensione nella regione. Le sfide sono immense: dalla gestione del rischio di incidenti potenzialmente degenerativi, alla necessità di preservare la coesione politica ed economica sia all’interno che all’esterno dei Paesi europei, fino all’impatto concreto sulla vita quotidiana delle popolazioni.

Russia-Ucraina, continua lo scambio di prigionieri di guerra

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Proseguono gli scambi di prigionieri di guerra concordati tra Russia e Ucraina durante i recenti colloqui tra le loro delegazioni a Istanbul. Decine di soldati ucraini, molti dei quali catturati a Mariupol nel 2022, sono tornati in patria in base a un accordo che ha riguardato militari feriti, con problemi di salute e giovani sotto i 25 anni. Mosca ha dichiarato di aver ricevuto un gruppo di prigionieri in Bielorussia, dove hanno ricevuto cure mediche prima di essere trasportati in Russia. Un video mostra i soldati russi liberati esultare con bandiere.

Porto Marghera, la vittoria dei comitati: l’inceneritore ENI non si farà

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Per anni hanno alzato la voce, organizzato presìdi, studiato dossier e promosso mobilitazioni. E oggi i comitati veneti possono finalmente esultare: il progetto dell’inceneritore Eni a Porto Marghera è stato bocciato. Il 25 giugno 2025 segna una data storica per la battaglia ambientalista in Veneto. In quella stessa giornata in cui è stato stoppato anche il progetto per una discarica di amianto a Valeggio sul Mincio, il Comitato Tecnico Regionale per la Valutazione di Impatto Ambientale (CTR VIA) ha infatti emesso un parere negativo sull’impianto proposto da Eni Rewind per il trattamento dei f...

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Luci e ombre al vertice ONU sulla protezione degli Oceani: Italia non pervenuta

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Si è chiusa a Nizza la terza Conferenza delle Nazioni Unite sull’Oceano, un appuntamento cruciale per il futuro del Pianeta che ha riunito oltre 60 capi di Stato e di governo e complessivi 15.000 partecipanti tra esperti, rappresentanti di ONG, scienziati e attivisti. Il bilancio, come spesso accade in questi grandi vertici multilaterali, è fatto di promesse solenni e slanci ambiziosi, ma soprattutto di contraddizioni, ritardi e pesanti assenze. Tra queste, quella dell’Italia, presente formalmente ma di fatto assente nelle decisioni strategiche e contraria a qualsiasi potenziale positivo passo in avanti.

«La scienza è chiara, i fatti sono evidenti: abbiamo il dovere di mobilitarci», ha affermato con fermezza il presidente francese Emmanuel Macron in apertura dei lavori. E in effetti, il quadro tracciato dagli esperti non lascia spazio a esitazioni: oceani surriscaldati e acidificati, inquinati da plastica e sostanze chimiche, svuotati dalla pesca eccessiva, devastati dalle attività industriali e minacciati dalla nuova frontiera delle estrazioni minerarie profonde. Il futuro della salute marina è in pericolo e con esso quello dell’equilibrio climatico, della sicurezza alimentare globale e dell’economia di milioni di persone. Eppure, nonostante l’urgenza, il risultato finale della Conferenza è stato definito dalle stesse Nazioni Unite come «una promessa fragile, ma condivisa». Il Piano d’azione di Nizza, cuore politico dell’incontro, è un documento non vincolante che ribadisce l’obiettivo “30×30”, proteggere il 30% degli oceani entro il 2030, e raccoglie oltre 800 impegni volontari da parte di governi, agenzie ONU e società civile.

Tra le iniziative più concrete spicca quella dell’Unione Europea, che ha annunciato lo stanziamento di un miliardo di euro per finanziare 50 progetti incentrati sulla tutela degli ecosistemi marini, la pesca sostenibile e la ricerca scientifica. Un terzo dei fondi sarà dedicato ad attività in aree particolarmente vulnerabili, e 40 milioni andranno al programma Global Ocean, che si avvicina alla soglia di ratifica con il supporto di quasi 60 Paesi. La Polinesia francese, dal canto suo, si è impegnata a creare la più grande area marina protetta del mondo. La Germania ha lanciato un piano per la bonifica delle munizioni nei mari del Nord, mentre la Spagna ha istituito cinque nuove aree marine protette. Nuova Zelanda, Indonesia, Canada e Panama hanno aderito a nuove alleanze internazionali, mentre 95 Paesi hanno firmato una dichiarazione congiunta per un trattato globale contro l’inquinamento da plastica.

Proprio la plastica è stata uno dei temi centrali del vertice, con un forte appello a concludere con successo i negoziati per un trattato internazionale vincolante che dovrebbe trovare un punto di svolta a Ginevra, nel prossimo round di agosto. Sul fronte pesca, l’attenzione è andata all’accordo sui sussidi dannosi promosso dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, ratificato da oltre 100 Paesi, ma che per l’entrata in vigore richiede ancora una decina di adesioni. In questo contesto, il WWF ricorda che senza la fine dei sussidi alla pesca illegale e sovrasfruttata non sarà possibile garantire la sostenibilità a lungo termine delle risorse ittiche. Altrettanto centrale il dibattito sul deep sea mining, l’estrazione di minerali dai fondali oceanici per cui 37 Paesi hanno chiesto una moratoria, alla quale l’Italia ha scelto di non aderire. La richiesta di fermare queste attività, considerate «la minaccia emergente più pericolosa per gli oceani» secondo Greenpeace, resta priva di una convergenza globale. L’estrazione mineraria dai fondali oceanici profondi, in nome della transizione energetica, rischia di distruggere ecosistemi ancora poco conosciuti ma fondamentali per l’equilibrio del pianeta. Le attività di estrazione potrebbero infatti generare danni irreversibili a habitat che impiegano millenni a rigenerarsi, mettendo in pericolo specie rare e aumentando il disturbo e l’inquinamento nelle profondità marine. Il presidente del Consiglio dell’UE António Costa – in rappresentanza di tutti gli Stati membri dell’Unione – ha però sostenuto per la prima volta la moratoria sull’estrazione mineraria in acque profonde. Gli Stati Uniti, assenti al vertice, sembrano invece intenzionati ad accelerare lo sfruttamento minerario dei fondali, aprendo la strada alla compagnia The Metals Company, con una mossa unilaterale che preoccupa gli osservatori internazionali. Forse anche per non scontentare gli alleati d’oltreoceano, l’Italia ha scelto nel complesso un profilo di basso livello, non ha presentato nuove iniziative, né ha firmato alcuno degli accordi chiave. Manca ancora la ratifica del Trattato sulla biodiversità marina in alto mare, uno strumento promosso in questi giorni a Nizza e considerato fondamentale per raggiungere l’obiettivo del 30% di oceani protetti. Dei 60 Paesi necessari per l’entrata in vigore dell’accordo, hanno firmato in 51. L’Italia non è tra questi. «Il nostro Paese è ben lontano dal raggiungere il target del 30% entro il 2030 – spiega Valentina Di Miccoli di Greenpeace Italia – e meno dell’1% dei mari italiani è oggi davvero protetto da misure efficaci». Secondo dati del National Biodiversity Future Center, solo il 15,5% delle nostre aree marine gode di una qualche forma di tutela, ma le ONG denunciano che molte di queste sono “parchi di carta”, prive di regolamenti vincolanti o controlli reali.

In definitiva, la Conferenza di Nizza ha rilanciato l’urgenza di proteggere gli oceani, producendo però come al solito deboli impegni a causa del mancato slancio politico. I nodi cruciali, come l’entrata in vigore del Trattato sulla biodiversità marina in alto mare, la moratoria sull’estrazione mineraria e un trattato vincolante contro l’inquinamento da plastica, restano così sospesi. Il multilateralismo sembra resistere, ma con fatica, in un contesto geopolitico segnato da tensioni e nazionalismi. Per l’Italia, questa era un’occasione per assumere un ruolo attivo in una sfida globale che riguarda anche il Mediterraneo. Invece, ha scelto il silenzio o l’opposizione. La non-pervenuta Roma resta quindi ai margini di un dibattito che non può più permettersi ritardi. Perché, come ha ricordato il presidente del Costa Rica, co-ospite del vertice, «l’oceano ci sta parlando, sta a noi decidere se ascoltarlo davvero».

Sicilia, stop ad alcune attività lavorative nelle ore più calde

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La Regione Sicilia ha emesso un’ordinanza che sospende, fino al 31 agosto, alcune attività lavorative nei giorni e nelle zone più calde per prevenire infortuni dovuti alle alte temperature. Lo stop, valido dalle 12:30 alle 16, riguarda i settori agricolo, vivaistico, edile e i lavori nelle cave. Le aree a rischio saranno indicate quotidianamente su una mappa dell’INAIL. Escluse dallo stop le attività di pubblica utilità, protezione civile e sicurezza, purché vengano adottate misure di tutela per i lavoratori. L’ordinanza mira a contrastare gli effetti delle ondate di calore sempre più frequenti.

Germania, stop ai finanziamenti per le ONG che operano in mare

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Il governo federale tedesco ha interrotto i finanziamenti per le ONG che portano avanti operazioni di salvataggio in mare. La notizia è stata diffusa dal ministero degli Esteri del Paese, che ha spiegato che nel bilancio 2025 non sono stati stanziati fondi per tali organizzazioni. I fondi tedeschi venivano utilizzati dalle ONG per coprire i costi del carburante, delle tasse di ormeggio e del personale.

Gaza e informazione nel mirino: testimonianze dei giornalisti sotto le bombe

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Non senza parecchie e ovvie difficoltà logistiche – ma anche politiche –, l’Associazione Stampa Romana è riuscita ad allestire e tenere un seminario nell’ambito della formazione obbligatoria dell’Ordine dei Giornalisti, dal titolo emblematico: Gaza e informazione nel mirino. Le testimonianze dei giornalisti sotto le bombe. Le difficoltà non sono mancate: da più parti è giunta agli organizzatori l’accusa di essere simpatizzanti o sostenitori di Hamas. Il semplice fatto di dare la parola a chi, per lavoro, deve raccontare quello che accade in Palestina ha suscitato malumori e acceso critiche anche in Italia.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha aperto i lavori denunciando le reticenze e polemiche che emergono perfino sull’uso del termine “genocidio”: «Le cose vanno chiamate col loro nome e non bisogna avere esitazioni nell’usare questa parola», ha ribadito, sostenuto da Anna Foa, storica ebrea e professoressa emerita dell’Università La Sapienza, membro del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah e autrice de Il suicidio di Israele (Laterza, 2024), candidato al Premio Strega 2025.

La stessa Foa ha raccontato come la drammaticità della situazione l’abbia convinta a sostenere un embargo nei confronti di Israele, pur riconoscendo l’esistenza di aree di pensiero critico – come le università – all’interno dello Stato. Noury ha inoltre sottolineato come l’ennesima risoluzione ONU per Gaza, bocciata con veto dagli USA, allontani ancora di più la possibilità di fermare il genocidio in corso.

L’obiettivo del webinar era raccontare, attraverso le voci dei cronisti, le difficoltà e i rischi di chi informa sul campo: a Gaza e in Palestina, oggi, fare il giornalista è estremamente pericoloso. Sono 222 i cronisti uccisi dall’inizio dell’operazione militare israeliana. 178 sono stati arrestati, 48 si trovano ancora in prigioni israeliane, dove subiscono torture fisiche e psicologiche, privazioni di cibo e cure mediche.

Dall’8 ottobre 2023, il governo israeliano ha bandito l’ingresso dei giornalisti stranieri nella Striscia di Gaza, consentendo solo l’accesso a troupe embedded con l’esercito e sottoposte all’approvazione militare. Con una legge dell’aprile 2024, Israele ha chiuso le sedi dei media stranieri nel Paese, con la motivazione di «proteggere la sicurezza nazionale».

Questo ha prodotto un vero e proprio blackout informativo, un buco nero in cui scompaiono non solo civili, ma anche i giornalisti. Come ha sottolineato ancora Anna Foa: «I testimoni scomodi della verità vengono eliminati o messi a tacere in ogni dittatura».

Haggai Matar, giornalista israeliano e direttore esecutivo di +972 Magazine, ha denunciato la disinformazione sistematica imposta da media israeliani: «Alcuni giornalisti si uniscono all’esercito durante i raid, uno è stato persino ripreso mentre sparava contro un’abitazione. C’è una censura generalizzata, ma la vera censura è autoimposta dai giornalisti stessi».

Matar ha parlato di minacce anonime, di droni abbattuti e omicidi mirati. Ha ricordato che nel solo 2024 oltre 1000 articoli sono stati bloccati o modificati. «Dal 7 ottobre si parla solo di quell’attacco, ma nulla su quanto accade a Gaza. È una scelta: raccontare o coprire».

Shrouq Al Aila, giornalista e produttrice palestinese, oggi alla guida della società Ain Media dopo l’uccisione del marito e cofondatore Roshdi Sarraj, ha detto: «Non posso garantire che sarò viva tra due minuti. L’odore della morte è sempre intorno a noi. Restare vivi è una forma di resistenza».

Shuruq As’ad, storica conduttrice della Palestine TV e corrispondente per Dubai TV, ha parlato da Rafah, raccontando la vita quotidiana in Cisgiordania: «Ci sono 980 check-point. Da Rafah a Gerusalemme ci vogliono tre ore, umiliazioni e minacce continue. I coloni attaccano anche se indossi il giubbotto ‘stampa’», Ha denunciato la distruzione di 112 sedi di media, la scomparsa di 170 giornalisti, e il fatto che una volta arrestati, «nessuno può aiutarti: né la Croce Rossa, né avvocati». Ha concluso: «Non è un conflitto. È un’occupazione. Abbiamo tutto il diritto di parlare di genocidio. L’80% del territorio è distrutto. Non accetto più che gli israeliani si sentano vittime».

Faten Elwan, giornalista esperta di zone di guerra, ha raccontato:«Nel 2001, a un check-point, un soldato mi ha sparato da tre metri. Non c’era Hamas. È squallido dire che lo sosteniamo». Elwan ha parlato degli anni di carcere, delle minacce alla madre, e di come:«Viviamo nel terrore. Hanno cancellato 2800 famiglie. E ci sono funzionari che dicono: ogni neonato palestinese è un obiettivo».Ha concluso con un grido d’accusa: «Sono stanca di dover spiegare all’Occidente perché abbiamo diritto ad esistere».

Firdaus: il villaggio “paradiso” distrutto dalla polizia egiziana

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Dopo lo sfollamento forzato dei cittadini dall’isola di Warraq, la polizia egiziana poche settimane fa ha effettuato una vasta operazione per prendere il controllo di Firdaus, un piccolo villaggio residenziale che ospita circa mille famiglie, a nord dell’Egitto, vicino alla città portuale di Port Said. Le forze di sicurezza avrebbero staccato le utenze poco prima dell’attacco, dando l’ordine ai residenti di lasciare con effetto immediato le abitazioni, mentre bulldozer e gru procedevano con l’abbattimento dei complessi residenziali: in totale 110 palazzi, 1650 appartamenti, in un clima di caos...

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