giovedì 12 Marzo 2026
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La Flotilla rifiuta la mediazione e sfida i droni: si prosegue verso Gaza

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Le navi della Global Sumud Flotilla, la coalizione umanitaria che intende rompere l’assedio marittimo di Israele su Gaza, sono ripartite dalle coste greche, e ora puntano dritto verso Gaza. Gli attivisti hanno dunque rifiutato le proposte di mediazione avanzate dall’Italia, che prevedevano lo scarico degli aiuti a Cipro, dove sarebbero stati affidati alla chiesa latina di Gerusalemme passando dal porto israeliano di Ashdod. «Cambiare rotta significherebbe ammettere che si lascia operare un governo – quello israeliano – in modo illegale senza poter fare nulla», ha spiegato la portavoce italiana del gruppo Maria Elena Delia, ribadendo la piena legalità in cui si muove la missione umanitaria e l’illegittimità di eventuali azioni israeliane. La flotta si trova ora a circa quattro giorni di navigazione dalle coste di Gaza, e si sta avvicinando alle acque palestinesi, che il ministro Tajani insiste a definire “israeliane”, andando contro la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare.

La Global Sumud Flotilla è ripartita dalle coste greche ieri, domenica 28 settembre, dopo avere fatto una breve sosta sull’isola di Creta. Le navi della flotta, in questo momento 44, si trovano ora a 370 miglia nautiche dalle coste gazawi, che corrispondono a circa quattro giorni di navigazione; tra due giorni dovrebbero raggiungere quella che gli attivisti definiscono “zona arancione”, l’area in cui è più probabile che Israele le intercetti. Il rifiuto della mediazione italiana era nell’aria sin da quando la proposta è stata avanzata dal governo italiano – poi rilanciata dal presidente Mattarella – ed è stato anticipato in una conferenza stampa lo scorso venerdì; l’annuncio ufficiale è arrivato sabato, dalla portavoce italiana Maria Elena Delia, che ha spiegato che le ragioni del rifiuto sono «sostanziali», e non una semplice petizione di principio.

«Noi non possiamo accettare questa proposta perché arriva per evitare che le nostre barche navighino in acque internazionali con il rischio d’essere attaccate. È come dire: se vi volete salvare, noi non possiamo chiedere a chi vi attaccherà di non attaccarvi, malgrado sia un reato, chiediamo a voi di scansarvi», ha detto l’attivista. Un «corto circuito», afferma Delia, che sta alla base di quello stesso meccanismo per cui oggi «Israele sta commettendo un genocidio senza che nessuno dei nostri governi abbia avuto il coraggio di porre delle sanzioni, porre un embargo sulle armi, o chiudere almeno una parte dei rapporti commerciali». Se i governi adottassero una di queste soluzioni, la missione sarebbe pronta a valutare mediazioni, ha detto l’attivista, «ma non cambiando rotta».

Delia ha ribadito la piena legalità della missione: «Noi non stiamo facendo nulla di male. Perché non dobbiamo navigare in acque internazionali? Cosa succederebbe se invece delle nostre barche ci fossero le barche di turisti, aggredite da dei droni in acque internazionali in maniera violenta?». Le navi della Global Sumud Flotilla si trovano, effettivamente, in acque internazionali, dove Israele non ha giurisdizione. La rotta che stanno seguendo le porterebbe direttamente in acque palestinesi, e non “israeliane”, come Tajani continua a definirle: il territorio marittimo palestinese è infatti tracciato in una dichiarazione del 2019, che risponde alle disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, di cui la Palestina è firmataria dal 2015. L’Italia stessa ha ratificato la Convenzione, e, con essa, oltre 160 Paesi. In ogni caso, il ministro degli Esteri ha affermato che la nave italiana che sta accompagnando la Global Flotilla non entrerà in tali acque. La fregata italiana era stata inviata in seguito a un attacco con droni scagliato contro diverse imbarcazioni della flotta, colpite da bombe assordanti, oggetti non identificati e spray urticanti mentre si trovavano in prossimità di Creta.

La Danimarca vieta i droni civili

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La Danimarca ha ordinato il divieto di voli civili con droni, da oggi fino a venerdì 4 ottobre, data in cui il Paese ospiterà diversi leader europei in quanto presidente di turno del Consiglio UE. Saranno vietati tutti i voli civili nel Paese; intanto, ieri è arrivata a Copenhagen una fregata tedesca per la difesa aerea, con lo scopo di fornire assistenza nella sorveglianza dello spazio aereo. La scelta di vietare i voli con droni arriva dopo diversi avvistamenti di velivoli non identificati da parte del Paese, l’ultimo dei quali avvenuto lo scorso sabato. La Danimarca accusa la Russia di violare il proprio spazio aereo, ma il Cremlino smentisce le accuse.

Presto entrerà in vigore il nuovo Trattato internazionale per la tutela dei mari

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Il Trattato sull’alto mare, approvato nel 2023, ha raggiunto la soglia di almeno 60 adesioni necessaria per diventare legge. Entrerà in vigore il 17 gennaio 2026, fornendo un nuovo quadro normativo per proteggere le acque internazionali e le forme di vita che le abitano. Il testo, frutto di oltre vent’anni di negoziati, ha l’obiettivo di tutelare le aree oceaniche che si trovano al di fuori delle giurisdizioni nazionali: zone che coprono quasi due terzi degli oceani del mondo, eppure finora escluse da regole vincolanti. Ad oggi, meno dell’1% di queste acque è infatti sottoposto a forme di prot...

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La nazionale italiana maschile di volley è campione del mondo

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La nazionale italiana maschile di pallavolo ha trionfato ai mondiali di volley battendo la Bulgaria in quattro set per 25-21, 25-17, 17-25 e 25-10. I ragazzi di Fefè De Giorgi mantengono dunque il titolo iridato, già conquistato nell’edizione del 2022, superando nelle Filippine la selezione allenata dall’italiano Gianlorenzo Blengini, concedendo solo un set agli avversari. Gli azzurri avevano vinto per 3 set a 0 in semifinale, dove avevano affrontato la Polonia. La squadra polacca è salita sul gradino più basso del podio battendo la Repubblica Ceca nella finale per il terzo posto. A sorridere lo scorso 7 settembre era stata anche la nazionale femminile di volley, vincitrice dei mondiali in finale contro la Turchia.

Marche, violento nubifragio: allagamenti a Porto San Giorgio

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Un violento nubifragio ha colpito nella notte la costa fermana, provocando gravi allagamenti a Porto San Giorgio. Dalle prime ore del mattino i vigili del fuoco sono intervenuti per liberare sottopassi, garage e scantinati invasi dall’acqua, con situazioni critiche soprattutto in piazza Gaslini. Sul posto operano anche protezione civile, polizia locale e il sindaco Vesprini per coordinare gli interventi. Smottamenti hanno interessato la zona collinare, con strade e garage sommersi da fango e detriti. Disagi e danni si registrano anche in altre aree della provincia, sia costiere sia interne.

I 21 punti del piano Trump per Gaza

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In quella che appare come una netta inversione di rotta in merito ai futuri equilibri nel Medio Oriente, diversi media statunitensi e israeliani hanno diffuso i presunti dettagli del piano elaborato dal presidente USA Donald Trump per porre fine al conflitto di Gaza. Il progetto, articolato in 21 punti e discusso con alcuni alleati arabi a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU, si fonderebbe su un approccio di realpolitik, combinando esigenze di sicurezza e pragmatismo con una cauta e sfumata apertura alla prospettiva di un futuro Stato palestinese. «Siamo molto vicini ad un accordo», ha annunciato Trump dopo aver illustrato il programma ai leader arabi (dal Qatar all’Arabia Saudita, dall’Egitto alla Turchia). Secondo i media ebraici, Hamas avrebbe dato un ok “di principio” agli Stati Uniti, ma non vi è ancora certezza che i suoi negoziatori abbiano già ricevuto i documenti da esaminare.

Il piano del presidente statunitense per Gaza prevede una serie di misure politiche, economiche e di sicurezza. Ecco la lista dei 21 punti diramata dagli organi di informazione americani e israeliani:

  • 1) Trasformare Gaza in un’area libera da “estremismo e terrorismo”
  • 2) Ricostruire completamente la Striscia.
  • 3) Terminare la guerra appena le due parti accettano, e fermare le operazioni militari israeliane con l’inizio del ritiro graduale da Gaza.
  • 4) Restituire tutti gli ostaggi vivi e i corpi dei morti entro 48 ore dall’accettazione pubblica dell’accordo da parte di Israele.
  • 5) Rilasciare centinaia di prigionieri palestinesi condannati all’ergastolo e oltre 1000 detenuti dall’inizio della guerra, e consegnare i corpi di centinaia di palestinesi.
  • 6) Concedere un’amnistia condizionata ai membri di Hamas che desiderano partire.
  • 7) Far affluire aiuti a Gaza a un ritmo di almeno 600 camion al giorno, con la riqualificazione delle infrastrutture e l’ingresso di attrezzature per la rimozione delle macerie.
  • 8) Distribuire gli aiuti attraverso le Nazioni Unite, la Mezzaluna Rossa e organizzazioni internazionali neutrali senza l’interferenza di alcuna parte.
  • 9) Gestire Gaza da parte di un governo transitorio temporaneo di tecnocrati palestinesi sotto la supervisione di un’autorità internazionale guidata da Washington in collaborazione con partner arabi ed europei.
  • 10) Creare un piano economico per la ricostruzione di Gaza.
  • 11) Creare una zona economica con tasse e dazi ridotti.
  • 12) Impedire lo spostamento forzato dei palestinesi.
  • 13) Disarmare Hamas e impedirle di governare.
  • 14) Fornire garanzie di sicurezza da parte di stati regionali per garantire l’impegno di tutte le parti.
  • 15) Formare una forza di stabilità internazionale temporanea guidata da americani e arabi per supervisionare la sicurezza e addestrare la polizia locale.
  • 16) Ritiro graduale dell’esercito israeliano.
  • 17) Possibilità di attuare parzialmente il piano in caso di rifiuto di Hamas.
  • 18) Impegno di Israele a non effettuare attacchi in Qatar.
  • 19) Avviare programmi per smantellare il pensiero estremista.
  • 20) Preparare la strada per la creazione di uno Stato palestinese in futuro.
  • 21) Avviare un dialogo politico completo tra Israele e i palestinesi.

La proposta avanzata da Trump presenta, in maniera evidente, una contraddizione di fondo con alcuni diritti inalienabili del popolo palestinese sanciti dal diritto internazionale. Elementi come l’affidamento della Striscia a un governo di “tecnocrati palestinesi” sotto supervisione internazionale e l’esclusione categorica di Hamas da qualsiasi ruolo futuro, infatti, violerebbero il principio fondamentale di autodeterminazione. Questo diritto implica la libertà per un popolo di decidere autonomamente la forma del proprio governo e del proprio futuro politico. Il piano, di fatto, istituisce un’amministrazione transitoria che agirebbe per conto di potenze estere, in netto contrasto con i principi di sovranità e indipendenza che dovrebbero caratterizzare ogni Stato nazionale.

Tuttavia, il piano rappresenta anche un significativo “bagno di realtà” sia per Trump che per Netanyahu. Da un lato, Trump, per trovare una quadra con i paesi arabi – fondamentali per garantire la stabilità e l’efficacia di qualsiasi accordo – ha dovuto abbandonare l’idea, ventilata poche settimane fa, di una “Riviera di Gaza” e di uno spostamento forzato della popolazione, elaborando invece una proposta molto più strutturata. Dall’altro lato, anche Israele è chiamato a fare concessioni sostanziali: il piano prevede infatti il ritiro graduale dell’esercito, costringendo Netanyahu a rinunciare sia ai piani di una permanenza indefinita nella Striscia, sia alle mire estremiste di alcuni suoi ministri che prevedevano una conquista e una colonizzazione vera e propria di Gaza.

India, calca a comizio di attore-politico: 36 morti e 50 feriti a Karur

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Almeno 36 persone sono morte e 50 sono rimaste ferite a Karur, nel sud dell’India, nella calca durante un comizio di Vijay, celebre attore indiano recentemente entrato in politica. Vijay parlava dal tetto di un camion a una folla di decine di migliaia di persone, quando alcuni partecipanti si sono sentiti male e sono svenuti: nonostante i soccorsi, molte vittime sono decedute prima di arrivare in ospedale, ha riferito il ministro della Salute del Tamil Nadu. I comizi di Vijay attirano sempre più persone da quando, nel 2024, ha fondato il suo partito Tamilaga Vettri Kazhagam, in opposizione al DMK e al BJP.

In tutta Italia si moltiplicano le proteste per la Palestina

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Oggi, sabato 27 settembre, in molte città d’Italia è stata un’altra giornata di inizative per chiedere la fine dell’aggressione militare israeliana in Palestina e del genocidio a Gaza, con numerose proteste dirette contro varie sedi di Leonardo Spa, l’azienda italiana che produce e vende a Israele le armi impiegate nel massacro dei civili. Nella settimana inaugurata dal grande sciopero di lunedì 22 che ha paralizzato l’Italia, portando in piazza decine di migliaia di persone, sono stati organizzati blocchi stradali, cortei e incontri in numerose città del Paese, al fine di tenere alta l’attenzione su quanto sta avvenendo in Palestina e chiedere al governo misure concrete contro Israele.

A Brescia, oggi, 10 mila persone si sono messe in marcia, partendo da piazza Rovetta per arrivare fino a via Lunga, sede locale di Leonardo – già finito, negli scorsi mesi, nel mirino delle iniziative di Extintion Rebellion e degli attivisti pro-Palestina. A Padova, un corteo di centinaia di persone si è messo in marcia sotto la pioggia e ha bloccato la tangenziale; stessa cosa è successa a Treviso, dove, dopo aver bloccato il traffico sulla circonvallazione, i movimenti hanno rilanciato la mobilitazione permanente. A Taranto centinaia di cittadini hanno protestato contro la presenza nel porto di una nave che dovrebbe imbarcare 30 mila tonnellate di greggio destinate a Israele. Solamente pochi giorni fa, la mobilitazione popolare era riuscita a impedire lo sbarco della nave nello scalo italiano, tuttavia nella giornata di ieri le autorità hanno alla fine concesso le autorizzazioni necessarie. La protesta è arrivata fino a Grottaglie, a pochi chilometri da Taranto, dove la popolazione si è mossa in corteo verso la sede locale di Leonardo. A Torino, dopo che ieri, venerdì 26 ottobre, centinaia di attivisti per la Palestina hanno bloccato i binari della stazione di Porta Susa, causando non pochi disagi alla circolazione dei treni, un corteo è partito oggi da piazza Crispi per dirigersi in corteo verso la tangenziale, con l’obiettivo di bloccare il traffico, dirigendosi verso l’aeroporto di Caselle, dove si trova anche la sede di Leonardo. La polizia si è tuttavia disposta in cordone lungo la superstrada, colpendo i manifestanti con idranti e lacrimogeni. Un gruppo di persone partite in bici è tuttavia riuscito a eludere il blocco e arrivare in tangenziale, fermando la circolazione delle auto. Iniziative analoghe sono stare registrate nelle città di Venezia, Alessandria, Schio, La Spezia e molte altre. Nella giornata di ieri, invece, alcuni attivisti hanno bloccato l’accesso allo scalo merci dell’aeroporti di Malpensa, mentre a Bologna, in piazza Nettuno, sono state montate tende e bandiere della Palestina che hanno inaugurato un presidio fisso dei movimenti.

Le proteste – continuate per tutta la settimana – seguono il grande sciopero di lunedì 22 settembre, quando molte attività sono rimaste chiuse in segno di protesta contro il genocidio in Palestina e almeno mezzo milione di persone sono scese in piazza in tutta Italia. Gli attacchi contro la Global Sumud Flotilla da parte di Israele sono continuati, motivo per il quale i movimenti hanno annunciato lo stato di agitazione permanente. Nella giornata di ieri, il sindacato USB ha annunciato la mobilitazione permanente Cento Piazze per Gaza, in attesa della grande mobilitazione in programma per il 4 ottobre a Roma. Nel frattempo, oggi dai porti di Catania e di Otranto sono partite le navi della Freedom Flotilla Coalition e della Thousand Madleens, che raggiungeranno la Global Sumud Flotilla. Nei prossimi giorni partirà anche una nave carica di personale medico, sempre da Catania, che porterà assistenza sanitaria ai feriti della Striscia.

Gaza, media: “Almeno 70 morti nelle ultime ore, tra cui civili e un giornalista”

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Continuano i raid israeliani nella Striscia e continua a salire il bilancio delle vittime palestinesi: almeno 70 dalla notte di oggi, sabato 27 settembre, tra cui vittime civili e il giornalista Mohammed al-Dayah colpito mentre si trovava in una tenda nel centro di Gaza. È quanto riferiscono i reporter di Al Jazeera e dell’agenzia Wafa, citando fonti mediche sul campo. Nel frattempo, Ali Larijani, importante funzionario della sicurezza iraniana ha invitato i paesi della regione a mettere da parte i disaccordi e a collaborare strettamente in risposta alle attività di Israele contro di loro.

I MAGA si spaccano su Israele, Tucker Carlson contro Trump: “controllato da Netanyahu”

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Nel panorama instabile della destra americana, il fronte MAGA (Make America Great Again) mostra crepe fino a poco tempo fa impensabili. Dopo i malumori per l’insabbiamento del caso Epstein e le giravolte presidenziali, l’ultima scossa interna è arrivata da Tucker Carlson, figura storica del conservatorismo mediatico che, ospite nel podcast “System Update” del giornalista e Premio Pulitzer Glenn Greenwald, ha rotto gli indugi e ha accusato il presidente Donald Trump di essere “controllato da Netanyahu”, insinuando che il premier israeliano eserciti un’influenza indebita sulla politica statunitense. L’ex conduttore di Fox News ha rimproverato Trump per aver abbracciato decisioni filoisraeliane che, a suo giudizio, tradiscono il principio di “America First” e ha dichiarato: «Bibi [Netanyahu, ndr] se ne va in giro – questo è un fatto, non sto tirando a indovinare, perché ho parlato con persone a cui lo ha detto – se ne va in giro per il Medio Oriente, nella sua regione, nel suo stesso Paese e dice alla gente senza mezzi termini, lo afferma chiaramente: “Io controllo gli Stati Uniti. Io controllo Donald Trump”». Carlson ha chiarito che il suo attacco era rivolto più ai vertici del governo del proprio Paese che a Israele. Secondo lui, i leader statunitensi vengono sottoposti a un “rito di umiliazione” nel loro sostegno a Israele che da americano, non riesce e “sopportare”.

Le sue accuse sono rimbalzate sui social che hanno amplificato l’impressione di una frattura ormai aperta con la Casa Bianca. La reazione nella base MAGA è stata immediata. Alcuni esponenti fedeli a Trump hanno denunciato Carlson come un “traditore”, mentre commentatori vicini a correnti più “non interventiste”, insofferenti al sionismo che soffoca ed eterodirige le politiche americane, hanno accolto le sue parole con favore, giudicandole un richiamo al realismo strategico. Il dibattito ha acquistato connotati personali quando Netanyahu stesso è intervenuto durante una conversazione con il commentatore politico di destra indiano-americano, Dinesh D’Souza per rispondere direttamente alle accuse, definendole “false e irresponsabili”. Dopo aver difeso il suo Paese («Siamo la Silicon Valley in Medio Oriente, una società democratica di fronte a enormi attacchi da parte di Paesi che vogliono annientarci ogni giorno»), il premier israeliano ha ribadito la propria legittima autonomia e ha respinto qualsiasi insinuazione di manipolazione politica degli Stati Uniti. Netanyahu ha poi proseguito rivolgendosi direttamente a Carlson: «Chi sta difendendo Tucker Carlson? Sono persone che gridano “Morte all’America!”» e ha concluso spiegando che «Il presidente Donald J. Trump è il più grande amico che Israele abbia mai avuto. Capisce che stiamo combattendo un nemico comune. L’Iran vuole distruggervi. Noi gli ostacoliamo la strada. Sono molto orgoglioso del fatto che Israele sia in prima linea in questa battaglia di civiltà contro la barbarie che minaccia tutte le società libere». La veemenza delle parole di Netanyahu non ha spento le tensioni: al contrario, ha trasformato la polemica in uno scontro di leadership all’interno del MAGA. Alle tensioni personali si somma un confronto sui princìpi politici. Carlson ha argomentato che il coinvolgimento statunitense nelle operazioni in Medio Oriente, favorito da Trump, è stato eccessivo e controproducente: un’adesione quasi automatica alle richieste israeliane che ha esposto gli Stati Uniti a rischi strategici. In un recente discorso, ha ricordato la figura di Charlie Kirk, sostenendo che l’influencer conservatore era “scioccato” dall’uso che Netanyahu faceva dell’influenza americana per guidare il suo piano di espansione. Le sue affermazioni sono state giudicate da molti come evocazioni di teorie cospirative sul potere ebraico, dando adito ad accuse di antisemitismo. Le contestazioni si sono acuite quando, durante la commemorazione funebre per celebrare Kirk, Carlson ha evocato immagini che alcuni hanno letto come antisemite, parlando di uomini in una «stanza illuminata da lampade che mangiano hummus» mentre complottano. Le accuse non sono rimaste confinate ai media, ma il nodo centrale resta la reinterpretazione del progetto “America First” che Trump incarna. Carlson sostiene che il tycoon abbia tradito quella visione accettando una subordinazione implicita alle strategie israeliane e alle lobby sioniste. Altri esponenti della base MAGA, come Marjorie Taylor Greene e Matt Gaetz mostrano una maggiore avversione all’ingerenza militare statunitense in Medio Oriente, riscoprendo istanze “non interventiste” che Trump aveva cavalcato a corrente alternata.

Ora, quella stessa base che ha sostenuto il Presidente americano, ora si divide: da un lato quanti interpretano l’alleanza con Israele come un pilastro dell’identità conservatrice, dall’altro quanti ritengono che la priorità nazionale imponga autonomia di giudizio dalle pressioni estere e condannano la ferocia del governo Netanyahu. In questo contesto, la posizione di Carlson assume una portata simbolica: non è solo uno sfogo di un giornalista deluso dalle politiche intraprese da Washington, ma una dichiarazione di dissenso che mette in crisi l’unità ideologica del movimento. Quella che sembrava una coalizione monolitica deve fare i conti con la complessità di una destra che non è più un blocco uniforme, ma un campo di tensioni interne e contraddizioni che oggi emergono con chiarezza inattesa. Trump aveva già rigettato le accuse di Carlson come “infondate” all’indomani dell’attacco all’Iran: il presidente USA aveva riaffermato di essere lui stesso l’artefice del concetto “America First”, dunque, il solo interprete legittimo del suo significato e aveva sottolineato che la lotta all’Iran – strettamente connessa al conflitto israelo-iraniano – è nei «veri interessi americani», difendendo la scelta di sostenere le operazioni israeliane. Il dibattito, tuttavia, ha ormai varcato la sfera delle alleanze strategiche ed è diventato un banco di prova per l’identità futura del MAGA e del conservatorismo americano. Le divisioni che emergono e che si sono acuite anche per il caso Epstein, investono non solo i singoli rapporti personali, ma le fondamenta del consenso. Se Trump vuole mantenere il controllo del movimento, dovrà conciliare due anime che guardano al mondo con lenti diverse: chi crede nell’alleanza incondizionata con Israele e chi, più scettico, ritiene che l’America non debba essere subordinata a interessi altrui. Carlson ha gettato il guanto di sfida sul tavolo pubblico: la leadership MAGA dovrà gestirlo o rischiare una spaccatura irreparabile.