È stato nuovamente aggiornato il processo che si svolge a Mansura nei confronti di Patrick Zaki, l’attivista per i diritti umani e studente dell’Università di Bologna detenuto in Egitto da più di un anno. L’udienza a carico di quest’ultimo è stata infatti rinviata al 7 dicembre. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Ansa, a chiedere il rinvio sarebbe stata la legale di Zaki, Hoda Nasrallah, così da avere più tempo per studiare gli atti. Ad ogni modo però, secondo Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia, si tratta di «un rinvio abnormemente lungo che sa di punizione» in quanto il giudice avrebbe potuto rimandare il processo ad una data più vicina.
Marion Nestle: una vita in opposizione alle multinazionali del cibo
Abbiamo avuto occasione di confrontarci con Marion Nestle, 84 anni, esperta internazionale di sociologia e di studi enogastronomici. Vivace autrice, è molto attiva sul suo blog, Food Politics, ed è nota per la sua profonda capacità analitica attraverso cui analizza le manipolazioni dei mercati e dei costumi legati alla filiera della produzione e del consumo degli alimenti. Da sempre schierata in difesa della salute pubblica e ferma oppositrice delle pratiche delle grandi aziende alimentari. Non è naturalmente in alcun modo imparentata con la multinazionale svizzera del cibo, alla quale la lega solo uno sfortunato caso di omonimia.
Incalzata dai nostri quesiti relativi a rivoluzioni climatiche, potenziali carestie globali e cibi alternativi, Nestle ha condiviso uno spaccato delle sue esperienza, spiegandoci in maniera molto esplicita che molto del nostro futuro alimentare si lega a dinamiche puramente finanziarie.
Esistono nomi noti della filiera del cibo – nomi quali Bayer-Monsanto e Coca-Cola – che vengono considerati particolarmente potenti, ma qual è l’effettiva scala della loro influenza e c’è qualcosa che i consumatori possono fare per proteggersi dalle conseguenze delle loro pressioni?
Non so se esiste una scala in grado di misurare l’oggettiva portata del loro potere, tuttavia può essere utile considerare la concentrazione del settore industriale – estremamente alta per esempio nel caso combinato di Coca-Cola e Pepsi – e della difficoltà patite nel far approvare alcune misure sanitarie che vadano a scoraggiare il consumo e la promozione delle bibite gassate. O, nel caso della Monsanto, degli ostacoli che hanno dovuto superare i querelanti nel caso contro l’erbicida Roundup.
I piccoli coltivatori possono appellarsi alla legge, ma si tratta di un processo lungo, lento e costoso che non garantisce necessariamente un esito vittorioso. I Governi, locali e nazionali, tendono a essere legati profondamente alle aziende, il che rende ancora più potenti le aziende stesse.
Siamo all’alba di un’evoluzione tecnologica nella produzione di cibo, la cosiddetta agricoltura 4.0. Molti sperano che questa evoluzione possa migliorare il mondo, ma economisti quali Thomas Daum temono che l’automatizzazione agricola aumenterà le disparità sociali. In questo caso che potrebbero fare i Governi per assicurarsi che la situazione volga al meglio?
I Governi potrebbero fare moltissimo, se non fossero così influenzati dalle corporation e se avessero la volontà politica di servire l’interesse pubblico: approvare leggi antitrust, tutelare la sindacalizzazione, imporre alla ditte di far fronte ai costi sanitari e ambientali che generano con le loro attività e che solitamente vengono esternalizzati.
In Italia stiamo iniziando solo ora a vedere concretamente come l’influenza delle aziende si estenda anche alla proprietà intellettuale del settore delle sementi e lo abbiamo fatto scoprendo che una parte della nostra produzione di pomodori risulta fondamentalmente illegale. Come vengono viste le registrazioni dei semi negli Stati Uniti?
Non conosco la vicenda a cui fai riferimento, ma nel caso dei semi brevettati ai contadini non è permesso tenersi da parte sementi da utilizzare in un secondo momento. Si tratta di uno dei modi in cui le agenzie di biotecnica si assicurano di controllare le loro proprietà intellettuali. Anche in questo caso i Governi potrebbero lavorare leggi che impediscano la brevettabilità dei semi che sono parte del retaggio di una nazione, ma, anche in questo caso, bisognerebbe manifestare una forte volontà di cambiamento.
A proposito di Governi e di volontà: sentiamo sempre più messaggi d’allarme riguardanti al come la nostra produzione alimentare non sia in grado di sostenere i numeri crescenti degli abitanti che calcano il pianeta Terra, tuttavia l’Unione Europea sostiene sarà possibile sconfiggere la fame entro il 2030. Come siamo messi veramente? Siamo davvero rimasti senza cibo?
In verità, ora come ora, la produzione di cibo nelle nazioni industrializzate eccede grandemente i nostri bisogni – dunque sprechiamo cibo. Se i cambiamenti climatici dovessero proseguire nella direzione prevista, se le nazioni continueranno a incoraggiare la crescita demografica e se i metodi di agricoltura non riusciranno a dare massima priorità a comportamenti organici e rigenerativi, allora in quel caso potremmo essere effettivamente nei guai. Tuttavia, ora come ora abbiamo un sacco di cibo, semplicemente non è distribuito equamente.
Una delle soluzioni che si dice possa ottimizzare la produzione di cibo e ridurre le emissioni legate agli allevamenti intensivi è quella delle carni coltivate a livello cellulare, lei cosa ne pensa?
Penso che la carne coltivata sia una cosa da ragazzi – un giocattolino d’alta tecnologia. Si tratta di un ottimo modo per ottenere capitali di rischio. In generale sono scettica del fatto che questi prodotti possano fare la differenza nel risolvere i problemi alimentari del mondo.
Molti potrebbero trovare controversa questa sua posizione, così come in passato alcuni avrebbero potuto addirittura trovare complottistiche alcune sue rivelazioni stravolgenti. Perché una persona dovrebbe credere alle sue dichiarazioni o, in senso più ampio, come si fa a distinguere tra una buona fonte di informazioni e una che è poco affidabile?
Personalmente baso le mie opinioni sulla scienza e sui dati che leggo – e ne leggo un sacco. Non pretendo che ci sia un consenso universale; la scienza è sempre aperta a interpretazioni. Dico ciò che penso; non posso controllare se le persone mi credano o meno.
Il mio suggerimento per capire di che persone fidarsi è quello di porsi qualche semplice domanda: Il loro consiglio ha senso? È coerente con altri consigli sensati? Gli autori del suddetto consiglio hanno dei secondi fini che potrebbero renderne faziosa l’opinione? Queste persone ricevono finanziamenti o lavorano per aziende che hanno interessi economici nel vedere diffuse simili opinioni?
Per me, i consigli relativi all’alimentazione sono da soppesare con un metro di giudizio tanto semplice che il giornalista Michael Pollan è riuscito a riassumerne il concetto in sette parole: «Mangia cibo. Non troppo. Perlopiù verdure». I consigli che ti vengono forniti sono in linea con questa sintesi? Se non lo sono, sii scettico.
[di Walter Ferri]
Roma: protesta dei lavoratori Alitalia
Alcune centinaia di lavoratori di Alitalia stanno manifestando per dire no alle decisioni sul futuro di Alitalia. I manifestanti hanno attraversato via dei Fori Imperiali dal Colosseo, per poi convergere in un presidio in piazza Santi Apostoli che dovrebbe continuare fino alle 14:00. I lavoratori hanno indossato le maschere della serie tv “La casa di carta” e durante il corteo hanno esposto uno striscione con su scritto: «L’aereo di carta. La nuova serie di A. Altavilla, Regia di M. Draghi, produzione di M. Vestager, in collaborazione con Mef, Mise e Mit».
Per la prima volta Telegram censura un canale italiano contro il Green Pass
«Questo canale non può essere visualizzato perché ha violato i Termini di Servizio di Telegram», questo messaggio accoglie ora chi cerca di entrare nel canale Telegram “Basta Dittatura” che contava oltre 40.000 iscritti ed era uno dei più radicali nella galassia dei canali “no green pass” italiani. In alcuni messaggi il portale di messaggistica così giustifica la decisione di fronte alle proteste degli utenti: «il canale incitava alla violenza, questo è un fatto. E voi immaginate l’Italia come se fosse una dittatura illegittima, cosa che sicuramente non è». Si tratta del primo canale in lingua italiana bannato da Telegram, fino ad oggi considerata del tutto al riparo dalla censura dei contenuti.
Il fondatore di Telegram, Pavel Durov, ha motivato la decisione in prima persona, ammettendo che segue l’ingiunzione in merito della Procura di Torino. Questo il suo comunicato: «Questo canale e la relativa chat di gruppo incitavano alla violenza contro i medici che eseguono le vaccinazioni. Abbiamo avvertito gli amministratori di questi canali prima di fermare la violazione, ma non hanno agito. Inoltre, il procuratore di Torino ha confermato che il canale è pericoloso e deve essere chiuso […] A differenza della maggior parte delle altre piattaforme, Telegram permette agli utenti di esprimere ragionevoli dubbi e preoccupazioni riguardo alla vaccinazione obbligatoria. Quello che non permetteremo mai, tuttavia, sono gli appelli pubblici alla violenza, che sono stati limitati su Telegram dal 2015».
La decisione della piattaforma russa (ma con sede legale a Dubai) ha generato come prevedibile una ondata di protesta con molti utenti, migrati sul canale parallelo “Basta Dittatura – proteste“, che fanno notare come la piattaforma continui ad ospitare chat illegali di ogni tipo, come quelle dell’opposizione bielorussa che diffondono elementi per identificare e colpire le forze dell’ordine, oppure chat di compravendita di beni illegali (dalla droga alla prostituzione, passando per i green pass falsi).

Resta ora da inquadrare la mossa di Telegram: prefigura un cambio nella politica di tutela totale della libertà di informazione fino ad oggi garantita? Di certo stride con la policy dell’azienda che ancora specifica: “Se criticare il governo è illegale nel tuo paese non ti preoccupare, Telegram non farà parte di questa censura”, e ancora “Grazie alla nostra struttura possiamo assicurare che nessun governo può ostacolare la privacy e la libertà di espressione dei nostri utenti”.
Telegram è da tempo sotto attacco giudiziario. Nelle scorse settimane le autorità tedesche hanno avviato un procedimento contro l’app di messaggistica Telegram, accusandola di non rispettare le leggi che impongono ai social media di controllare le azioni dei propri utenti e di vietare le chat con contenuti illegali. E mosse affini sono state intraprese in diversi paesi europei. A prescindere dai contenuti pubblicati dal canale “Basta Dittatura” e quindi dal caso specifico emerge ora una domanda: in base a quali algoritmi e punti fermi la chat intende distinguere i canali che promuovo “proteste legittime” da quelli che “promuovono la violenza”? Il criterio sarà quello specificato di distinguere quelle contro i governi catalogati come “dittatura illegittima” da quelli contro i governi classificati democratici? Se così fosse il rischio di una china verso l’arbitrio e verso condotte censorie analoghe a quelle applicate dagli altri social è quanto mai reale.
Spagna, frutta e verdura imballate in plastica vietate dal 2023
La vendita di frutta e verdura contenute in imballaggi in plastica sarà vietata in tutta la Spagna a partire dal 2023. La misura sarà valida per ogni attività di vendita al dettaglio, sia per piccoli negozi di quartiere che per grandi supermercati. Si tratta di una delle misure contemplate nel regio decreto sugli imballaggi e sui rifiuti che il governo di Madrid sta ultimando e che il ministero spagnolo per la Transizione ecologica è in procinto di varare. A renderlo noto è il El País. La norma segue l’esempio della vicina Francia e rientra pienamente nella ricezione della Direttiva Ue sulla plastica monouso. A dire addio agli involucri inquinanti, inizialmente sarà solo la merce di peso inferiore agli 1,5 chilogrammi. Dopodiché, l’Agenzia spagnola per la Sicurezza alimentare e la Nutrizione dovrà indicare un elenco di prodotti da annettere, esclusi quelli facilmente deteriorabili.
Lo stesso decreto, poi, allo scopo di disincentivare il consumo di acqua in bottiglia, prevede l’obbligo per le amministrazioni di “promuovere l’installazione di fonti di acqua potabile”, nonché il dovere di “attuare alternative alla vendita di bevande confezionate” negli eventi pubblici. Così come, sempre per le manifestazioni pubbliche, “bloccare la distribuzione di bicchieri in plastica usa e getta”. Tra gli obiettivi del decreto, infatti, figura la volontà di dimezzare la vendita di bottiglie costituite da polimeri entro il 2030. Inoltre si cercherà progressivamente di avviare a riciclo la totalità degli imballaggi in circolazione. Alberghi, ristoranti e bar dovranno raggiungere il 50% di bottiglie riutilizzabili entro il 2025 e il 60% entro il 2030. Percentuali ancora più ambiziose per birre e bevande rinfrescanti: per le prime l’80% è fissato al 2025 e il 90% al 2030, mentre per le seconde gli obiettivi sono rispettivamente del 70% e dell’80%. Per i consumi domestici, invece, la plastica delle bevande dovrà essere riciclabile solo al 10% entro il 2025 e al 20% entro il 2030.
“Beviamo plastica, mangiamo plastica e respiriamo plastica”, ha commentato Julio Barea di Greenpeace a proposito degli effetti dell’inquinamento da rifiuti plastici. Pur raccomandando che ci si assicuri che venga correttamente rispettata, la ‘filiale’ spagnola dell’Organizzazione ambientalista si dice soddisfatta della norma. Sarà senza dubbio utile a contrastare una piaga per il nostro Pianeta, da loro definita come una vera e propria ‘pandemia’. L’Unione europea in un anno, da sola, genera circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica e le emissioni annue connesse alla loro produzione ammontano a circa 13,4 milioni di tonnellate di CO2, quasi il 20 % delle emissioni dell’industria chimica in tutta l’Unione. E l’Italia? Nonostante nel nostro paese ogni persona produca ogni anno oltre 50 kg di plastica – siamo terzi nel Vecchio Continente – il governo si è limitato ad introdurre il meccanismo del vuoto a rendere. Come se bastassero pochi centesimi di euro per motivare qualcuno a riportare un imballaggio dove l’ha acquistato. Di contro, avremmo bisogno di misure più restrittive e ambiziose come quelle dei cugini spagnoli e francesi. Soprattutto considerando l’assurda deriva quasi maniacale di voler avvolgere in plastica praticamente ogni prodotto.
[di Simone Valeri]
L’Afghanistan si ritira: non prenderà parte all’Assemblea generale Onu
L’Afghanistan, nella giornata conclusiva dei lavori, si è ritirato dalla lista dei paesi che sarebbero dovuti intervenire al dibattito dell’Assemblea Generale Onu. Monica Grayley, portavoce del presidente dell’Assemblea Generale, ha in tal senso affermato: «Abbiamo appreso che lo Stato membro ha ritirato la sua partecipazione al dibattito, prevista per oggi». Sarebbe infatti dovuto intervenire, come da programma, l’ambasciatore Ghulam Issaczai, nominato dall’ex presidente Ghani. Tuttavia, i talebani stanno cercando di mandarlo via e di assumere dunque il controllo del seggio alle Nazioni Unite.
Svelato il lobbying dell’industria della carne sulle Nazioni Unite
La settimana scorsa si è tenuto a New York il “Food System Summit”, il vertice delle Nazioni Unite che mira a rendere i sistemi agricoli globali più sostenibili e conseguentemente a contrastare la fame nel mondo ed a raggiungere entro il 2030 i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS). Nel periodo che ha preceduto lo svolgimento dello stesso, però, le Nazioni Unite hanno a quanto pare ricevuto pressioni da parte delle lobby della carne: Unearthed, il braccio investigativo della Ong ambientalista Greenpeace, ha infatti reso noto di essere in possesso di alcuni documenti dai quali emerge chiaramente il fatto che l’industria zootecnica abbia sollecitato le Nazioni Unite a sostenere una maggiore produzione di carne e latticini ed a promuovere dunque l’allevamento intensivo.
Per comprendere precisamente la questione, però, c’è bisogno di fare una breve premessa: nei mesi che hanno preceduto il vertice, i “cluster”, ossia i gruppi di discussione, hanno lavorato per produrre documenti che offrissero soluzioni sostenibili per il sistema alimentare. A tal proposito, in una bozza del documento elaborato dal gruppo “allevamento sostenibile”, a cui hanno partecipato gli esponenti di alcune associazioni industriali tra cui l’International Meat Secretariat e l’International Poultry Council, era stato affermato che «i progressi nei sistemi di allevamento intensivo» potessero «contribuire alla conservazione delle risorse planetarie». Tali tesi, però, hanno successivamente innescato una spaccatura tra l’industria della carne ed alcuni scienziati e Ong, che si sono aggiunti al gruppo solo in seguito alla stesura della bozza.
Detto ciò, secondo Unearthed alcune associazioni dell’industria della carne, tra cui Meat Secretariat e Poultry Council, hanno per questo successivamente scritto una lettera a esponenti di spicco delle Nazioni Unite all’interno della quale hanno accusato i nuovi membri di «promuovere una posizione ideologica anti-bestiame» e hanno minacciato di ritirarsi dal vertice in segno di protesta. Alla fine, però, i funzionari delle Nazioni Unite che sovrintendono al vertice hanno risolto la vicenda permettendo al cluster di produrre tre documenti di posizione anziché uno.
Le industrie della carne hanno quindi evidentemente vinto questa battaglia, dato che solo uno dei documenti descrive gli svantaggi dell’agricoltura industriale e afferma chiaramente la necessità di ridurre significativamente il consumo globale di carne e latticini. Inoltre ora, a pochi giorni dal vertice (tenutosi, come detto, la scorsa settimana) tra gli «impegni presi» compare anche quello di sviluppare «sistemi di allevamento sostenibili». In tal senso, si legge sul sito del Summit, «i sistemi zootecnici e le catene del valore contribuiscono a molti degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite».
Si tratta però di un impegno che si pone in contrasto con le evidenze scientifiche: gran parte degli esperti a livello mondiale concorda sul fatto che gli allevamenti siano responsabili di almeno il 14% delle emissioni globali, mentre uno studio pubblicato recentemente ha evidenziato che le emissioni globali di gas serra derivanti dagli alimenti di origine animale sono il doppio di quelle derivanti dagli alimenti di origine vegetale.
[di Raffaele De Luca]
Perché, anche all’interno della strategia vaccinale, puntare sulla terza dose è insensato
Nell’affrontare la pandemia di Covid-19 la strategia globale si è da subito concentrata sulla vaccinazione di massa come unica arma. Ogni altra possibile soluzione che, di fatto, avrebbe potuto quantomeno integrare e potenziare la stessa campagna vaccinale, è passata invece in secondo piano. Timidamente, dopo quasi due anni, si è giunti ad approvare alcune terapie monoclonali, mentre però è già cominciata la somministrazione di una terza dose vaccinale a favore, si badi bene, dei soli paesi ricchi. Un richiamo che ha letteralmente scatenato una bufera nella Food and Drug Administration (Fda) statunitense e che, a conti fatti, risulta approvato in una pressoché totale assenza di evidenze scientifiche. Un piano che, come vedremo, anche all’interno della strategia della vaccinazione di massa, ha scarse possibilità di successo, se il suo obiettivo è, come dichiarato, quello di sconfiggere la pandemia.
I dubbi nella comunità scientifica
Al momento dell’approvazione, gli unici studi condotti sull’efficacia e la sicurezza della terza dose erano quelli avanzati dalle stesse aziende produttrici. Discorso a parte per i soggetti immunologicamente fragili per i quali, se non altro, qualche evidenza c’era già. Motivo per cui si è deciso di partire proprio da questi, ma per il resto della popolazione la comunità scientifica chiede cautela e resta divisa. Ciononostante, Israele e Regno Unito sembrano già propensi all’estensione graduale del richiamo a tutta la popolazione, basando però tale scelta più sulla speranza che sui dati. Non a caso, negli Stati Uniti, la Fda ha recentemente frenato una strategia simile, ribadendo come, al massimo, la terza dose possa essere utile solo per gli over 65. Misura quanto meno sostenuta da un recente studio. Sulla questione, per i primi di ottobre è atteso anche il parere dell’Agenzia europea del farmaco (Ema).
Questi i punti di partenza, ma il nocciolo della questione è un altro. Per arrivarci è giusto chiedersi quale sia l’obiettivo di fondo della strategia in corso: si punta a sconfiggere la pandemia o più modestamente si cerca di ridurre i ricoveri nei paesi ricchi? Se la risposta è la prima, siamo fuori strada. Se è la seconda, potrebbe non funzionare a lungo.
Perché si tratta di una strategia insensata
Anche fosse basata su solide ricerche scientifiche, la terza dose vaccinale continua infatti a non avere senso, almeno nella logica di risoluzione dell’emergenza pandemica.
Il virus muta rapidamente, già il vaccino attuale venne progettato sul ceppo originario e la diffusione ormai totalitaria della cosiddetta variante Delta ha cambiato le carte in tavola. I vaccini attuali, secondo gli studi, non saranno in grado di procurare l’immunità di gregge. Come abbiamo già spiegato con dovizia di fonti: la spinta alla vaccinazione di massa sarebbe mossa dall’auspicio (non dalla certezza) che una popolazione nel complesso più immunizzata – come spiega una simulazione – possa determinare una riduzione della circolazione virale e favorire quindi il passaggio da una condizione epidemica ad una endemica. Si verificherà questo scenario? Nessuno è disposto a scommetterci. Per provarci il presupposto sarebbe uno: fare in modo che ad essere vaccinata con doppia dose nel più rapido tempo possibile sia la gran parte della popolazione umana, in tutti i Paesi. Questo per il semplice fatto che, qualora emergesse una ulteriore variante in grado di diventare dominante, ci sono ampie possibilità che questa sarebbe in grado di superare del tutto la barriera dei vaccini attualmente in commercio, rendendoli di fatto inutili anche per chi si fosse sottoposto a tre o magari più dosi.
Anche l’OMS è decisamente contraria
Ma la campagna vaccinale non marcia in questa direzione, tutt’altro. E anche vedendo l’immunizzazione di massa come la strategia migliore a nostra disposizione, si fa difficoltà a comprendere i criteri scientifici dell’accelerazione data al cosiddetto ‘booster’. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, si è da subito opposta alla terza dose, «almeno finché – ha precisato – non si siano immunizzati con due dosi i più vulnerabili in tutto il mondo». Secondo un editoriale di Nature, a metà agosto, il 58% delle persone nei paesi ad alto reddito aveva ricevuto almeno una dose di vaccino, mentre nei paesi a basso reddito questo numero si è attestava solo all’1,3%. Dello stesso parere, inoltre, il prestigioso British Medical Journal (BMJ). Sfruttare l’iniquità dei vaccini: un crimine contro l’umanità?, questo il titolo di un loro documento che denuncia un vero e proprio apartheid vaccinale nei confronti dei 50 paesi più poveri. Questi, dove vive oltre il 20% della popolazione globale – spiegano – hanno infatti ricevuto solo il 2% delle dosi di vaccino disponibili, mentre le potenze del Nord del mondo si sono assicurate dosi extra. Ad esempio, lo strumento dell’Oms che raccoglie dati aggiornati sulle linee di approvvigionamento di vaccini in rapporto alla popolazione (IMF-WHO COVID-19 Supply Tracker), evidenzia come Canada, Australia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Stati Uniti si siano assicurati dosi per una copertura stimata tra il 200 e il 400% della loro popolazione.
Una nuova variante taglierà fuori gli attuali vaccini
Le potenzialità della vaccinazione di massa, quindi, vacillano a causa delle strategie di mercato e delle solite disparità. I possibili vantaggi di fornire un’immunizzazione globale allo scopo di eradicare il Sars-Cov-2 vengono quindi meno dal momento in cui persistono divari nella distribuzione delle dosi. Secondo un recente studio, tanto più rapida è la somministrazione dei vaccini, tanto più si riduce il rischio che nuove varianti emergano. A patto però che, nel mentre, si mantengano altre misure protettive. D’altra parte – commentano i ricercatori – «i nostri dati suggeriscono anche che i ritardi nella vaccinazione in alcuni paesi renderanno più probabile l’emergere, in questi, di un ceppo resistente. Senza un coordinamento globale, questa possibilità, sebbene eradicata in alcune popolazioni, potrebbe persistere in altre». Come detto: cosa accadrebbe agli individui largamente immunizzati se una variante resistente ai vaccini varcasse i confini dei paesi più fortunati? Così, in quest’ottica, la situazione attuale, oltreché ingiusta, appare sconsiderata, quindi, pericolosa.
Salute globale e liberismo sono incompatibili
Salute globale e interessi farmaceutici non marciano nella stessa direzione. E intanto, pur persistendo una situazione di emergenza, la possibilità che vengano sospesi i diritti di proprietà intellettuale sui vaccini, resta remota. «Pfizer si aspetta che le nazioni ricche ignorino l’Oms e raccomandino i richiami contribuendo ad aumentare le sue entrate», ha poi denunciato senza filtri il BMJ. D’altronde – ha aggiunto la rivista – «nei primi tre mesi del 2021 ha già incassato 3 miliardi di euro e ha registrato utili per centinaia di milioni». Stesso discorso per Moderna, «che ha ricevuto aiuti pubblici per il suo vaccino e guadagnerà diversi miliardi di dollari dalla vendita di questo». La start up americana, inoltre, ha partorito 5 degli 8 nuovi miliardari farmaceutici emersi grazie alla pandemia. Il tutto poi, a fronte di tasse statali irrisorie. «Bisogna smetterla di proteggere i profitti e i monopoli delle grandi case farmaceutiche a scapito della vita delle persone», chiedeva già tempo fa la People’s Vaccine Alliance, un gruppo di organizzazioni – tra cui ActionAid, Oxfam, Frontline AIDS e UNAIDS – che ha lanciato una petizione sottoscritta da oltre un milione di persone. A livello politico, invece, magra consolazione solo l’ultimo G20 salute: di colmare i divari internazionali, se non altro, se ne inizia a parlare.
Nel frattempo mentre metà del mondo continua a non avere accesso ai vaccini, nei paesi ricchi si procede con l’approvazione delle terze dosi, nonostante i rischi siano stati scarsamente valutati e i benefici appaiano tutt’altro che certi.
[a cura di Andrea Legni e Simone Valeri]
Cina: stretta su aborti effettuati per scopi non medici
In Cina, si è deciso di limitare il numero di aborti effettuati per «scopi non medici». Il Consiglio di Stato ha infatti pubblicato oggi le nuove linee guida che mirano a migliorare «l’accesso generale delle donne ai servizi sanitari pre-gravidanza». Esse fanno parte delle politiche per incoraggiare le famiglie ad avere più figli ed il loro obiettivo sembra essere proprio quello di affrontare il calo del tasso di natalità nazionale. Detto ciò, il Paese aveva già adottato misure volte a prevenire gli aborti selettivi in base al sesso e le autorità sanitarie nel 2018 avevano affermato che l’uso dell’aborto per porre fine alle gravidanze indesiderate fosse «dannoso per le donne».









