mercoledì 18 Febbraio 2026
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Israele: l’efficacia del vaccino Pfizer contro le varianti diminuisce al 64%

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In Israele, il Ministero della Salute ha comunicato alcuni dati dai quali si apprende che il vaccino Pfizer, con cui sono stati immunizzati in massa i cittadini, sia molto meno efficace nel prevenire la diffusione dei nuovi ceppi di Covid-19. Nello specifico, in seguito all’abolizione delle restrizioni nel mese di giugno ed alla circolazione della variante Delta, a cui sono stati attribuiti in Israele il 90% dei nuovi casi nelle ultime due settimane, l’efficacia del siero è scesa al 64%: precisamente, mentre a maggio essa era del 94,3%, a partire dal 6 giugno (cinque giorni dopo che il governo aveva cancellato le restrizioni) si è verificata questa riduzione dell’efficacia del 30%. Inoltre, un’analoga diminuzione dell’efficacia è stata registrata anche in termini di insorgenza dei sintomi della malattia, sebbene si tratti di quelli lievi.

A tal proposito, infatti, i dati sottolineano che l’utilità del vaccino per ciò che concerne la protezione contro la malattia grave ed il ricovero sia ancora piuttosto elevata. L’efficacia infatti si mantiene superiore al 90%, tuttavia anche in questo caso è stata comunque registrata una leggera riduzione: tra il 2 maggio e il 5 giugno essa era del 98,2%, mentre dal 6 giugno al 3 luglio la percentuale è scesa al 93%.

A confermare tutto ciò, poi, vi sono i dati sull’andamento dei casi, secondo cui molti dei contagiati si sono sottoposti al siero: venerdì scorso in Israele le persone vaccinate rappresentavano infatti il 55% dei nuovi contagi. D’altro canto, appunto a sostegno della attuale efficacia del siero nel prevenire l’ospedalizzazione, vi è il fatto che il tasso dei ricoverati in condizioni critiche stia crescendo in maniera lenta e moderata.

Ad ogni modo, a causa di questa situazione il governo non solo recentemente ha reintrodotto l’obbligo di indossare la mascherina al chiuso, ma sta anche prendendo in considerazione l’ipotesi di adottare ulteriori misure di distanziamento nonché di raccomandare una terza dose di vaccino. A tal proposito, va infatti ricordato che già il 57,2% degli israeliani ha completato il ciclo di vaccinazione.

Detto ciò, ad essere preoccupato per quello che si sta verificando in Israele è anche Yaniv Erlich, scienziato israeliano-americano nonché Professore Associato di Informatica presso la Columbia University, il quale ha affermato che i dati abbiano «importanti implicazioni per l’immunità di gregge» e che «il virus possa evolversi ancora negli individui vaccinati». 

Infine, va ricordato che non si tratta comunque della prima volta che i vaccini anti Covid si rivelano essere non totalmente efficaci nei confronti della variante Delta. Basterà ricordare che nel Regno Unito (altro paese con un alto tasso di vaccinazione), precisamente in Inghilterra, dai dati diffusi nelle scorse settimane da Public Health England (Phs) si è appreso che 12 persone morte a causa di questa variante avevano ricevuto la doppia dose di vaccino da almeno 14 giorni. Inoltre, nel Regno Unito i contagi sono in aumento nonostante, appunto, i tanti sieri somministrati.

[di Raffaele De Luca]

Argentina, vietati gli allevamenti di salmoni: è il primo caso al mondo

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Nella provincia più a sud dell’Argentina, la Terra del Fuoco, è stato approvato all’unanimità il disegno di legge che vieta l’allevamento del salmone in recinti a rete aperta. Si tratta del primo paese al mondo ad abolire tale pratica. Il Canale di Beagle, al confine col Cile, ha visto per anni questo tipo di allevamento intensivo, fortemente dannoso per l’economia e l’ambiente, in cui il salmone viene ingrassato in “gabbie galleggianti”, solitamente situate in baie e fiordi lungo le coste. Una tecnica introdotta dalla Norvegia alla fine degli anni ’60, la quale negli ultimi decenni è cresciuta esponenzialmente. Ma con il rifiuto sociale dei principali paesi produttori e una serie di scandali esplosi per via della mancanza di trasparenza, della fuga e mortalità dei pesci e l’uso spropositato di antibiotici, il paese nordico ha portato la sua produzione in Argentina per beneficiare delle acque incontaminate del Canale di Beagle, firmando un accordo nel 2019 con l’allora governo provinciale.

L’industria del salmone non è mai stata accettata dalla gente del posto, la quale non ha esitato a fare sentire la sua voce unendosi alle vicine comunità cilene, a varie organizzazioni ambientaliste e al marchio di abbigliamento outdoor Patagonia, noto per il suo attivismo ambientale. Ed ecco il cambiamento: l’attuale governo ha deciso di vietare l’allevamento intensivo dei salmoni nelle acque della Terra del Fuoco, autorizzando esclusivamente la coltivazione e lo stoccaggio di trote per promuovere la pesca sportiva, una delle principali attrazioni turistiche e non industriali del posto.

Un passo importantissimo per il benessere delle comunità e dell’ambiente. I salmoni di allevamento vengono infatti nutriti con olio di pesce e pesci più piccoli, piume, lievito transgenico, soia e grasso di pollo, diversamente dal salmone selvatico che prende il suo tipico colore nutrendosi di krill e gamberetti. Le conseguenze di questo tipo di produzione includono sicuramente l’alto tasso di mortalità dell’animale, l’aumento delle fioriture di alghe tossiche, l’alterazione degli ecosistemi, la resistenza batterica e, naturalmente, un enorme impatto socio-ambientale. Per tali motivi, adesso si spera che il cambiamento in atto in Argentina – il quale dimostra quanto sia possibile dirigersi verso un nuovo e migliore modello economico a beneficio delle comunità locali e dello sviluppo sostenibile – coinvolga altri paesi come il Cile, il secondo produttore di salmone al mondo, che porta sulle spalle una lunga serie di disastri ambientali. 

[di Eugenia Greco]

TG3: come fare un servizio sul nuovo stabilimento Amazon dando voce solo all’azienda

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Per definizione, un’analisi costi-benefici dovrebbe misurare e comparare tutti i costi e i benefici connessi all’attuazione di un progetto. Non sembra questa la strategia giornalistica adottata dal TGR Emilia-Romagna che ieri, nell’edizione del pomeriggio, ha deciso di coprire la notizia dell’inaugurazione del cantiere del nuovo centro di smistamento Amazon a Spilamberto (provincia di Modena) in modo a dir poco sbrigativo, se non pubblicitario.

In apertura del servizio il giornalista riporta i dati più generali: un polo logistico di 35.000 mila metri quadrati che aprirà ufficialmente in autunno, 15 mesi di lavori durante il lockdown per realizzare il secondo centro di smistamento Amazon dell’Emilia Romagna dopo quello di San Giovanni nel piacentino (aperto nel 2011), senza contare i 3 depositi a Parma, Crespellano e Sant’Arcangelo di Romagna. Un investimento totale di 80 milioni di euro. Da questo punto in poi il servizio assume toni vaghi: un rappresentante dell’azienda annuncia l’imprecisata intenzione di creare 200 posti di lavoro a tempo indeterminato per poi limitarsi a dire che le assunzioni previste per il momento sono 50 o 60 al massimo. Naturalmente il responsabile non si pronuncia né sul salario dei neoassunti né tantomeno sulle condizioni di lavoro cui saranno sottoposti. L’autore del servizio non ritiene importante integrare la voce dell’azienda qualche informazione, provata,  sulle condizioni di lavoro solitamente imposte dalla multinazionale o sui metodi che adopera per impedire ai suoi lavoratori di reclamare migliori condizioni lavorative. 

Per il TG3 dopo le dichiarazioni dell’azienda è anzi il momento di quelle politiche del sindaco Umberto Costantini, molto interessato ad autocelebrarsi con toni enfatici. Il primo cittadino, assieme al rappresentante di Amazon, si premura di minimizzare le critiche, rivolte da una generica «opposizione», riguardo ai grossi problemi di viabilità e inquinamento che si troveranno ad affrontare gli abitanti locali. Una media giornaliera di 2000 veicoli in più e un aumento del 20% di mezzi pesanti nei soli 3 chilometri tra lo stabilimento e lo svincolo autostradale. A questo problema il sindaco risponde dicendo che cercherà di «ottenere ulteriori sviluppi dal punto di vista viario». Ma da chi proverranno questi sviluppi infrastrutturali a beneficio della cittadinanza e dei lavoratori? Saranno a carico di Amazon o dell’amministrazione pubblica? Non è affatto chiaro. Il portavoce aziendale risponde sviando il discorso: i problemi di viabilità saranno risolti con la creazione di parcheggi dedicati per i camion. E i veicoli in transito come saranno gestiti? E quale sarà l’impatto ambientale di questo aumento del traffico locale? Tutte questioni su cui non vengono date risposte ma nemmeno fatte domande.

Infine il sindaco chiosa dicendo che «mettendo insieme sulla bilancia benefici e negatività, oggi siamo sicuramente a una somma positiva». Una sentenza definitiva, che il giornalista accoglie e consegna senza ulteriori commenti al telespettatore: l’apertura di un nuovo stabilimento Amazon è una questione positiva e non vi è discussione né dibattito possibile. Ma questo è un esempio emblematico di un’analisi costi-benefici liquidatoria e incompleta propria di un’informazione che fa il gioco delle aziende. Se da una parte gli unici benefici per ora ravvisabili sono 50 assunzioni, dall’altra il computo dei costi si sarebbe dovuto concentrare seriamente sui reali costi sociali, economici e ambientali. Quale sarà l’impatto economico che il colosso dell’e-commerce avrà sulle attività locali? Per ogni dipendente assunto quanti nuclei familiari si ritroveranno in difficoltà? Sarebbe stato interessante intervistare anche qualche rappresentante dei commercianti oltre ai responsabili aziendali di Amazon. Quale sarà poi il beneficio per le casse dello Stato e quindi per i cittadini? Sarebbe stato semplice – volendo – par l’autore del servizio riprendere una notizia di poche settimane fa, che raccontava come l’azienda di Jeff Bezos nel 2020 abbia pagato 0 (zero!) euro di tasse in Europa a fronte di 44 miliardi di fatturato. 

Insomma, ancora una volta la televisione pubblica italiana ha perso un’occasione per fare un’informazione al servizio di coloro che pagano il canone, preferendo altri criteri che poco hanno a che fare con la qualità del giornalismo.

[di Jacopo Pallagrosi]

Usa: almeno 150 morti per armi da fuoco nel weekend

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Nello scorso weekend, durante le celebrazioni dell’Independence Day, negli Stati Uniti almeno 150 persone hanno perso la vita a causa delle armi da fuoco, in oltre 400 sparatorie. Lo si apprende dai dati del “Gun Violence Archive”, un gruppo di ricerca senza scopo di lucro che si occupa di catalogare ogni episodio di violenza armata negli Stati Uniti. Tali dati precisamente si riferiscono al periodo che va da venerdì a domenica scorsa e da essi si apprende anche che il bilancio più grave appartenga a Chicago, dove sono stati contati 14 morti ed 83 feriti.

Italia, la Camera dei Deputati costerà quasi un miliardo nel 2021

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Nel 2021 la Camera dei Deputati avrà un costo di 963.776.517 euro, una cifra maggiore di quella del 2020: nello specifico, si tratta di quasi cinque milioni e mezzo in più, con una variazione dello 0.7%. Lo si apprende dal progetto di bilancio della Camera dei deputati per il 2021, il quale verrà discusso nell’Aula di Montecitorio il prossimo 12 luglio e sarà votato il 22.

Dalla lettura del documento contabile si viene a conoscenza del fatto che a gravare sulle spese siano soprattutto le misure anti Covid: l’acquisto di presidi medici e test, nonché l’adeguamento delle strutture, infatti, pesa sulle casse di Montecitorio all’incirca per due milioni di euro, i quali sono stati attinti dal fondo di riserva. A determinare in maniera notevole questo maggiore costo della Camera, poi, è anche lo stanziamento per il personale: da 175milioni 915mila dell’anno scorso si è arrivati a 177 milioni 570mila euro, il tutto a causa dell’assunzione, tramite concorsi, di 41 nuovi consiglieri entro fine anno.

Tuttavia, a registrare l’aumento maggiore è stata la spesa per le opere d’arte, con una crescita del 200%: da 60mila euro è arrivata a costare 180mila euro. Gran parte di tale somma è stata utilizzata per il restauro del dipinto “le Nozze di Cana”, di Paolo Caliari, che arrivò a Montecitorio nel 1923 in prestito dalla Galleria di Brerache e che attualmente si trova nella Sala Aldo Moro, anch’essa completamente ripresa.

Detto ciò, dal progetto di bilancio si evince anche che con l’entrata in vigore nella prossima legislatura del taglio dei parlamentari, il cui numero sarà ridotto da 630 a 400 in virtù della legge costituzionale n.1 del 2020, vi saranno 50 milioni di risparmi all’anno. Ad ogni modo, però, va sottolineato come tale somma sia davvero minima se paragonata alla spesa totale della Camera, che appunto si avvicina alla cifra di 1 miliardo di euro. Ed a tal proposito bisogna ricordare che non si tratti di un caso singolo, ma che ogni anno la Camera abbia un costo simile.

[di Raffaele De Luca]

La polizia USA cerca di usare la musica come arma di censura

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poliziotto musica

Quando si pensa alle autorità che “sparano” a tutto volume brani pop sotto forma di arma politica è facile che la mente corra alle occasionali battaglie musicali che avvengono al confine tra le due Coree, tuttavia anche gli Stati Uniti sembrano incappati in una loro personale crociata portata avanti a colpi di Taylor Swift.

Da mesi sta infatti prendendo piede una strada abitudine tra i membri delle forze dell’ordine, ovvero quella di lanciarsi in improbabili dj set non appena qualcuno inizia a filmare le loro manovre. Il perché di un simile comportamento antiprofessionale è di facile spiegazione: dal tragico, ma rivoluzionario, episodio dell’uccisione di George Floyd, sempre più cittadini statunitensi hanno preso l’abitudine a riprendere e a postare sui social l’attività della polizia.

Le persone hanno ormai paura degli abusi perpetrati dalle forze dell’ordine, tuttavia queste, piuttosto che denunciare i colleghi che si macchiano di crimini, preferiscono spesso intensificare i loro sforzi nell’ostacolare la produzione di immagini non affini alle narrative ufficialmente adottate dai vari dipartimenti.

Gli stratagemmi classici spaziano dall’oscurare fisicamente la macchina da presa all’infangare il discorso internettiano, tuttavia questa nuova tendenza musicale non fa che sottolineare quanto gli attriti tra cittadini e forze armate si stiano progressivamente intensificato.

Pur di rendere difficoltosa la documentazione dei fatti, la polizia USA ha infatti deciso di sfruttare la forza dei diritti d’autore per manipolare gli algoritmi dei social, cosa che a sua volta si può tradurre in oscurantismo e in danni per coloro che riportano gli accadimenti attraverso le registrazioni video.

Il caricare sui portali internettiani delle clip accompagnate da musica protetta da copyright comporta reclami che non di rado sfociano in ammonimenti, sanzioni o addirittura nella sospensione dei profili accusati di pirateria. Nella maggior parte dei casi, queste draconiane risoluzioni sono messe in atto da sistemi automatizzati che sono ben lungi dall’essere in grado di contestualizzare ciò che stanno analizzando, una peculiarità che risulta vulnerabile agli abusi.

A oggi, l’implementazione di questa strategia è stata portata avanti in maniera grossolana e goffa, tuttavia le autorità sembrano credervici molto e YouTube, azienda che su tutte è la più coinvolta in questo schema, si è dimostrata restia al voler reagire all’insidia.

Attivisti e manifestanti si stanno organizzando di conseguenza, suggerendo alle persone di disattivare i microfoni dei loro apparecchi o, in alternativa, di destreggiarsi nel montaggio di diverse riprese, così che l’audio sia disturbato quanto basta da non essere immediatamente identificabile. Un palliativo, più che una soluzione, che però dovrebbe essere in grado di minare l’efficacia della censura.

[di Walter Ferri]

Russia: persi contatti con aereo, 28 persone a bordo

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Le autorità russe hanno perso i contatti con un aereo che viaggiava nell’est del Paese e sul quale vi erano 28 persone a bordo, ossia 22 passeggeri e 6 membri dell’equipaggio. Lo hanno reso noto le agenzie di stampa ed i servizi di emergenza russi. Il velivolo, precisamente, stava volando dalla città di Petropavlovsk-Kamchatsky al villaggio di Palana, nella penisola di Kamchatka, e durante il viaggio si sono interrotte le comunicazioni. Si teme che esso possa essere precipitato in mare o essersi schiantato al suolo. Per questo, è stata avviata un’indagine ed è in corso una missione di ricerca.

È morta Raffaella Carrà, aveva 78 anni

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La cantante e showgirl Raffaella Carrà è morta all’età di 78 anni. A darne notizia un comunicato diffuso dall’ex compagno Sergio Iapino: «Raffaella Carrà si è spenta alle ore 16.20 di oggi, dopo una malattia che da qualche tempo aveva attaccato quel suo corpo così minuto eppure così pieno di straripante energia». Raffaella Carrà era nata a Bologna il 18 giugno del 1943.

Contenzione meccanica nei luoghi di cura: una inutile violenza da superare al più presto

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L’Italia si avvia verso il superamento della contenzione meccanica nei confronti dei pazienti psichiatrici. Un provvedimento che entrerebbe in vigore entro il 2023 quello annunciato il 25 giugno dal Ministro della Salute Roberto Speranza alla Seconda Conferenza Nazionale «Per una salute mentale di Comunità». Il titolare del dicastero ha dichiarato che la bozza dello schema di accordo per il superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentale è stata approvata dal Tavolo Tecnico sulla salute mentale e inoltrata alla Conferenza Permanente per i Rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome.

Ma che cos’è esattamente la contenzione meccanica? Si tratta della pratica usata per impedire o limitare i movimenti volontari di un paziente, allo scopo di evitare danni ad altri o al paziente stesso. Questo presidio di costrizione, realizzato tramite lacci, cinghie, corpetti, polsini, ecc, è impiegato nell’85% dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC).

I mezzi di coercizione meccanica vengono criticati aspramente dalla cultura «no restraint» già dalla prima metà dell’Ottocento, e di recente il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) si è spinto a definire la contenzione come una grave violazione dei diritti fondamentali della persona. Il testo diffuso dal Gabinetto del Ministero della Salute chiarisce che la contenzione non può considerarsi un atto medico in quanto non ha finalità diagnostiche o terapeutiche. Inoltre, il documento si pronuncia senza mezzi termini sugli effetti di questa pratica: essa «produce esiti psicofisici negativi: organi e funzioni possono essere danneggiati direttamente dalla pressione o dal mal posizionamento del mezzo di contenzione. In letteratura sono descritte abrasioni della cute, compressione dei nervi, ischemie di arti e organi. Inoltre limmobilità può produrre tromboembolia polmonare, piaghe da decubito e uretriti per il ricorso alluso del catetere quando una persona è legata. Gli esiti infausti arrivano fino alla morte».

Infine, il Ministero fornisce alle Regioni 7 raccomandazioni circa l’attivazione di percorsi e iniziative per monitorare la contenzione meccanica, investire nella formazione di operatori e garantire la qualità dei luoghi di cura. Diversi studi hanno mostrato che i motivi per cui bisognerebbe superare la contenzione meccanica non sono solo etici, ma riguardano innanzitutto aspetti clinici (la relazione terapeutica viene compromessa), di sicurezza (comportamenti conflittuali e autolesionistici rischiano di essere favoriti) e di buon governo dei servizi (aumenta il clima di paura e lo stigma).

L’Unione Europea (all’interno della quale la contenzione è praticata abbastanza omogeneamente) si era pronunciata sulla questione un’ultima volta nel 2017. La relazione della Commissione Europea per la Prevenzione della Tortura e delle Pene o Trattamenti Disumani o Degradanti (CNTP) aveva dato chiare indicazioni riguardo alla necessità di limitare il contenimento fisico: «l’obiettivo definitivo dovrebbe sempre essere la prevenzione delluso dei mezzi di contenzione limitandone, per quanto possibile, durata e frequenza». L’istituzione europea riconosce che le restrizioni fisiche non hanno giustificazione terapeutica, esse sono misure di sicurezza che, sebbene possano «rendersi eccezionalmente necessarie per pazienti psichiatrici violenti», devono essere «applicate esclusivamente in extrema ratio». Pur non esistendo una normativa europea chiara e vincolante, già nel 2006 la risoluzione del Parlamento Europeo, nota come Risoluzione Bowis aveva giudicato «che il ricorso alla forza sia controproducente, così come la somministrazione coatta dei farmaci».

Come emerge dal testo del CNB, a determinare il ricorso frequente alla coercizione, più che la gravità del paziente, incidono «la cultura, l’organizzazione dei servizi e l’atteggiamento degli operatori». Dunque, un cambiamento allo stesso tempo culturale e sanitario è assolutamente auspicabile. Tuttavia, altrettanto auspicabile è uno scenario futuro in cui al superamento della contenzione meccanica non si accompagni l’implementazione indiscriminata di altre forme di contenzione, come quelle ambientali (sbarre, porte chiuse a chiave, limitazioni alle visite dei familiari, ecc.) e soprattutto chimiche (sedazioni farmacologiche con il solo scopo di limitare i comportamenti del paziente).

[di Jacopo Pallagrosi]

Pandemia e controllo: anche il governo spagnolo vuole approvare nuove leggi repressive

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Il governo spagnolo potrebbe approvare una riforma della legge sulla sicurezza nazionale in base alla quale tutte le persone maggiorenni sarebbero obbligate ad obbedire agli ordini delle autorità competenti, seguendo le linee guida del Consiglio di sicurezza nazionale, nel caso in cui dovesse essere dichiarato lo stato di emergenza in Spagna. La bozza della riforma, il cui contenuto è stato riportato in esclusiva dal quotidiano El País, è stata vista in prima lettura dal Consiglio dei ministri il 22 giugno ed è in attesa dell’approvazione definitiva, in seguito alla quale essa sarebbe inviata al Congresso. Ad ogni modo, però, il suo contenuto è già stato segnalato alle comunità autonome e ad alcuni gruppi parlamentari.

A tal proposito, nello specifico essa prevede che con lo stato di emergenza le autorità potranno procedere alla requisizione temporanea di tutti i tipi di beni, occupare provvisoriamente o comunque intervenire nei confronti di quelli necessari o ancora sospendere ogni tipo di attività. Coloro che subiscono un danno economico a causa della requisizione dei loro beni o dell’interruzione della loro attività avranno diritto al risarcimento. Il progetto di legge stabilisce anche che i cittadini potranno essere mobilitati per realizzare “servizi personali”. Tuttavia, al momento essa esclude il pagamento di indennizzi nei confronti di questi ultimi. Inoltre, la riforma prevede che anche le imprese e le persone giuridiche avranno il dovere di cooperare con le autorità per superare la crisi, e lo dovranno fare mettendo a  disposizione personale o materiale. Infine, un obbligo vi sarà anche per i media: dovranno infatti collaborare con le autorità competenti nella diffusione di informazioni di carattere preventivo o operativo.

Questo progetto di legge, però, è caratterizzato da vari punti critici: innanzitutto, seppur esso chiarisca che le misure da adottare saranno graduali, proporzionate alla situazione da affrontare e limitate al tempo necessario per superare l’emergenza, non specifica se i servizi personali e la requisizione di materiale saranno legati al tipo di crisi in questione, che ovviamente potrebbe essere di vario tipo (ad esempio: sanitaria, ambientale, economica o finanziaria). In più, nonostante la legge preveda l’imposizione di servizi personali e materiali, è di natura ordinaria anziché organica: ciò può costituire un problema a livello giuridico, poiché solo le leggi organiche possono incidere sui diritti fondamentali.

Inoltre, anche la legittimità costituzionale di tale riforma appare dubbia: infatti seppur da un lato si basi sull’articolo 30 della Costituzione, in particolare sul paragrafo 4 per il quale «per legge i doveri dei cittadini possono essere regolati in caso di grave rischio, catastrofe o calamità pubblica», dall’altro essa potrebbe non rispettare altri articoli della Costituzione. Alcuni ritengono che, sulla base di quanto imposto ai media, verrebbe disatteso l’articolo 20 della Costituzione, il quale garantisce garantisce la libertà di espressione. Inoltre sarebbero ignorati anche gli articoli riferiti alle garanzie della proprietà privata ed alla certezza giuridica della libertà individuale. Detto questo, delle critiche sono state mosse anche dall’opposizione: Pablo Casado, leader del Partito Popolare, ha affermato che la «bizzarra agenda» di Pedro Sanchez (Presidente del Governo della Spagna) e la «sua inefficienza non conoscono limiti».

Ad ogni modo, non si tratta della prima volta in cui in Europa, sulla scia dell’emergenza pandemica, i governi decidono di attuare – o prendono in considerazione l’ipotesi di attuare – legislazioni repressive. In Francia, ad esempio, è stata recentemente approvata la legge di “sicurezza globale” che introduce il reato contro chiunque diffonda immagini in grado di «danneggiare l’integrità fisica e morale» degli agenti di polizia, mentre nel Regno Unito vi è una proposta di legge del parlamento che permetterebbe al Ministero dell’Interno ed alle forze dell’ordine di limitare o interrompere con molta più facilità le manifestazioni. E nei confronti di questa tendenza l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) si è espressa nel mese di febbraio, affermando che le autorità di alcuni paesi stiano utilizzando la pandemia come pretesto per imporre rigide misure di sicurezza con lo scopo di sopprimere le voci dissonanti ed abolire molte libertà fondamentali.

[di Raffaele De Luca]