mercoledì 18 Febbraio 2026
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Inondazioni in Cina: 12 morti in una metropolitana

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Dodici persone hanno perso la vita ed altre cinque sono rimaste ferite per l’inondazione della metropolitana della città di Zhengzhou, capitale della provincia di Henan, in Cina. La tragedia è stata causata dalla pioggia torrenziale che lì si è abbattuta. A riferirlo sono state le autorità locali in seguito alla pubblicazione di immagini di passeggeri sommersi dall’acqua. Queste ultime, hanno portato l’allerta al livello 1 (il più alto possibile) a causa dei fiumi in piena e delle dighe finite sotto pressione in tutta la provincia. Inoltre, quasi 300 mila persone sono state evacuate.

Biden prova ad imporre una ulteriore stretta censoria ai social network

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Che i rapporti tra Governo statunitense e social media fossero claudicanti era cosa nota, eppure i toni sferzanti usati dalla Casa Bianca nel fine settimana hanno stupito molti, se non altro perché venerdì il presidente Joe Biden ha esplicitamente accusato Facebook di uccidere le persone diffondendo “misinformazione” sul coronavirus e sui suoi vaccini.

Nei giorni successivi, la posizione del politico è stata condivisa ed enfatizzata anche da altri membri dell’entourage governativo, con il risultato che la discussione è presto mutata in zizzania vera e propria. La portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha addirittura suggerito che i divulgatori di notizie fasulle debbano essere sospesi su tutti i social network presenti sulla Rete, così da essere effettivamente resi innocui.

Questo moto oscurantista è certamente da leggersi come un’esercitazione drammatica dell’arte dialettica, tuttavia non si discosta eccessivamente dall’approccio che il Governo sembra intenzionato ad adottare, almeno stando alle indiscrezioni che suggeriscono Washington sia pronto a imporre alle aziende di uniformare il sistema censorio di tutti i loro prodotti.

In altre parole, se un utente dovesse violare le policy di servizio di Facebook, l’azienda madre, Facebook Inc., non solo dovrebbe sospenderlo dal portale in questione, ma dovrebbe applicare la medesima soluzione anche a tutti gli altri servizi controllati dalla ditta, da Instagram a WhatsApp.

Un progetto draconiano che viene reso ancora più inquietante dal fatto che, oltre alla disinformazione, l’Amministrazione Biden stia iniziando a bersagliare anche il più frastagliato settore della “misinformazione”, ovvero quelle notizie che, seppur non false, sono presentate con una chiave di lettura ritenuta incorretta. Si solleva però un problema: a chi spetta il decidere quale sia la chiave di lettura giusta e opportuna? Paesi come l’India ci offrono uno spaccato del cosa voglia dire avere un Governo che controlla cosa si possa o meno pubblicare sullo spazio internettiano e il risultato è la morte della controinformazione.

In senso più ottimistico, possiamo intendere l’astio di Washington al pari di una manovra pubblicitaria che mira a sfruttare l’attenzione pubblica come leva con cui uscire da un fatale vicolo cieco. Parrebbe infatti che il canale di confronto apertosi circa sei mesi fa tra la Casa Bianca e le Big Tech non stia portando ai risultati sperati e che il Governo USA si sia fondamentalmente stancato di avere a che fare con imprenditori che offrono risposte vaghe e insoddisfacenti.

Impossibilitato a risolvere la questione per vie amministrative, Joe Biden starebbe puntando al creare pressione pubblica perché i social vengano considerati, almeno informalmente, responsabili di alcune delle amenità di cui si macchiano. Una strategia che ovviamente è degenerata in diatriba: da una parte ci sono le autorità che accusano Facebook di aver polarizzato le prospettive no-vax creando diffidenza nei confronti delle cure antipandemiche, dall’altra c’è Facebook che si scrolla di dosso le accuse suggerendo piuttosto che sia stato il Governo a non dimostrarsi all’altezza della situazione. Una situazione tesa che preoccupa tutti coloro che non condividono le verità autenticate dalla politica statunitense dominante, ma anche coloro che temono la Big Tech possa ancora far danni alle comunità.

[di Walter Ferri]

Plastica monouso, quattro associazioni ambientaliste denunciano l’Italia

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Un gruppo di associazioni ambientaliste ha denunciato l’Italia per aver escluso le plastiche usa e getta compostabili dalla legge che recepisce la SUP, direttiva europea sulla plastica monouso, entrata in vigore lo scorso 3 luglio. Questa ha messo al bando alcuni oggetti come piatti e posate, cannucce, cotton fioc, palette da cocktail, bastoncini dei palloncini, e contenitori in polistirolo per alimenti e bevande. Tali prodotti potranno essere venduti fino ad esaurimento scorte, dopodiché saranno banditi definitivamente.

Non avendo però la direttiva fatto alcuna distinzione fra oggetti di plastica tradizionale e oggetti in plastica bio, con la legge di delegazione europea approvata dal Parlamento, l’Italia prevede che, per i prodotti banditi, si ammettano relative alternative in plastica biodegradabile e compostabile. Tuttavia, le linee guida della Commissione Europea, affermano chiaramente che le due tipologie di plastica siano da porre sullo stesso piano. Difatti, ad oggi, non si hanno dati scientifici concreti dimostranti che un oggetto in “bioplastica” non causi danni all’ambiente. Inoltre, c’è da dire, che questa si decompone esclusivamente in determinate circostanze caratterizzate da una certa temperatura, uno specifico tasso di umidità e, soprattutto, dalla presenza di alcuni microrganismi.

Pertanto, a causa della decisione presa dall’Italia, Greenpeace, ClienthEarth, ECOS e Rethink Plastic Alliance hanno presentato un reclamo ufficiale alle autorità europee. «L’Italia sembra preferire di gran lunga una finta transizione ecologica» si legge nel comunicato. Già a fine maggio, il gruppo di organizzazioni ambientaliste aveva inviato una lettera ufficiale al Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, informandolo della potenziale violazione inclusa nella bozza del recepimento italiana e richiedendo di organizzare un incontro per discuterne, senza tuttavia ottenere risposta. Sta di fatto che l’atto parlamentare c’è – anche se manca ancora il decreto legislativo definitivo- e se il governo dovesse seguire l’impostazione della legge delega, sarà impossibile evitare una procedura di infrazione.

[di Eugenia Greco]

Whirlpool: protesta dei lavoratori a Napoli

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Questa mattina, i lavoratori della Whirlpool hanno prima occupato i binari dei treni ad alta velocità, alla stazione centrale di Napoli, e successivamente si sono recati a piazza Garibaldi ed hanno attuato un blocco stradale. La protesta, a cui hanno aderito circa 200 operai del sito di via Argine, è stata fatta per chiedere il blocco dei licenziamenti da parte della multinazionale americana, che negli scorsi giorni ha appunto annunciato il licenziamento collettivo dei lavoratori impiegati nello stabilimento di Napoli.

L’Inghilterra verso la stretta finale contro i non vaccinati

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Il primo ministro britannico, Boris Johnson, ha dichiarato nella giornata di ieri che nei locali notturni inglesi ed in «altri luoghi in cui si radunano grandi folle» ci si potrà recare solo se in possesso di un «attestato di vaccinazione completa», in quanto «i test negativi al Covid non saranno più sufficienti». Il premier ha precisato come la volontà sia quella di introdurre tale misura entro la fine di settembre, periodo in cui tutti i maggiorenni avranno avuto la possibilità di sottoporsi ad entrambe le dosi del siero anti Covid.

Tali parole sono arrivate nel medesimo giorno del “freedom day”, ovvero l’abbandono, a partire dalla mezzanotte di ieri, di quasi tutte le misure anti-Covid in Inghilterra nonché la riapertura dei locali notturni. Questi ultimi erano chiusi da 16 mesi e sono stati presi d’assalto: in diverse città sono state organizzate feste con il tutto esaurito da giorni. Detto questo, però, il capo consigliere scientifico Patrick Vallance ha affermato che i locali e gli altri luoghi simili potrebbero essere «potenziali eventi di super diffusione», data la  folla a stretto contatto. Sarà probabilmente anche per tale motivo che Boris Johnson ha fatto questo annuncio, aggiungendo di non voler «chiudere di nuovo i locali notturni come hanno fatto altrove. Ma questo significa che essi devono fare ciò che è socialmente responsabile».

Tuttavia, l’annuncio del primo ministro britannico è pieno zeppo di zone d’ombra. In tal senso, innanzitutto ci si chiede per quale motivo le persone non vaccinate debbano essere escluse dall’accesso ai locali: una misura del genere, infatti, sarebbe giustificata se ci fosse la certezza scientifica che i vaccinati non possano diffondere il contagio, che però al momento non si possiede. Anzi, proprio nel Regno Unito ultimamente il numero dei contagi è molto elevato e la media settimanale supera i 40.000 casi al giorno. Tutto ciò nonostante nel Paese vi sia un’alta percentuale di individui completamente vaccinati (54%).

Ma tralasciando tale questione, ciò che ad ogni modo non ci si spiega è il motivo per cui non essersi sottoposti al siero significhi automaticamente essere veicolo di contagio, a prescindere dal fatto che si sia effettivamente positivi al virus. È evidentemente questo, infatti, il principio alla base delle misure annunciate da Johnson. Dunque ci si chiede perché, mentre fino a questo momento le limitazioni alla libertà venivano applicate solo alle persone realmente contagiate, adesso si pensi di attuare delle restrizioni nei confronti di tutti coloro che non sono vaccinati. E non si tratta di applicarle solo a soggetti le cui condizione di salute sono sconosciute, ma anche a chi dimostri, tramite il risultato negativo al test, di non essere positivo al Covid.

Detto ciò, non si può non sottolineare come la scelta del premier britannico di preannunciare delle misure che, stando a quanto affermato da quest’ultimo, diverranno realtà a fine settembre, potrebbe essere stata presa con il solo scopo di portare un numero più elevato di persone a vaccinarsi. Senza dubbio, infatti, vi è la concreta possibilità che adesso i cittadini siano maggiormente disposti a farsi somministrare il siero, nel timore di perdere altre libertà personali. A tal proposito, anche in Francia l’annuncio fatto dal presidente Emmanuel Macron riguardante il futuro obbligo di munirsi del green pass per accedere a diversi locali e mezzi di trasporto pubblici nonché quello di vaccinarsi per il personale sanitario, ha spinto milioni di cittadini a prenotare l’iniezione nonostante tali misure non siano state ancora approvate. Ad ogni modo, però, la reazione del popolo non è stata esclusivamente positiva, e negli scorsi giorni vi è stata una ampia partecipazione alle proteste. Non è detto, quindi, che la stessa cosa non possa succedere anche in Inghilterra.

[di Raffaele De Luca]

Il massacro della Diaz 20 anni dopo: intervista al magistrato che condusse le indagini

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La notte del 21 luglio 2001 i reparti mobili della polizia di stato facevano irruzione all'interno della scuola Diaz di Genova, dove centinaia di cittadini dormivano dopo aver preso parte alle manifestazioni contro il G8. Fu quella che un vicequestore di polizia definì la "macelleria messicana". I manifestanti, a mani alzate, furono pestati dagli agenti. In 61 finirono in ospedale, tre dei quali in prognosi riservata e uno in coma. Per coprire gli abusi e giustificare l'irruzione la polizia si impegnò a produrre diverse prove false. Tra le più smaccate due bombe molotov che vennero introdotte ...

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Perù: Pedro Castillo proclamato vincitore delle presidenziali

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Pedro Castillo, il candidato della sinistra radicale, è stato dichiarato presidente eletto del Perù a più di un mese dal secondo turno tra quest’ultimo e la candidata populista di destra Keiko Fujimori, che aveva denunciato presunti brogli. I numeri forniti nelle scorse settimane dall’Ufficio nazionale dei processi elettorali (Onpe), che aveva decretato Castillo vincitore con il 50,12% dei voti contro il 49,87% della rivale Fujimori, sono infatti stati confermati dall’autorità elettorale competente per l’esame dei ricorsi. Castillo entrerà in carica il 28 luglio, giorno in cui terminerà il mandato del presidente ad interim Francisco Sagasti.

Francia, oltre centomila persone di nuovo in piazza contro il Green Pass

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Proseguono le proteste in Francia contro le misure annunciate la scorsa settimana dal presidente Emmanuel Macron, ovvero l’obbligo di munirsi del green pass per accedere a diversi locali e mezzi di trasporto pubblici nonché quello di vaccinarsi per il personale sanitario. Nella giornata di sabato, infatti, secondo i numeri riportati dal ministero dell’Interno, 114.000 manifestanti si sono riversati nelle strade delle principali città del Paese. Nello specifico, sono state identificate 136 manifestazioni che hanno mobilitato quasi 96.000 persone nelle regioni francesi, mentre solo a Parigi hanno preso parte alle proteste quasi 18.000 individui, che hanno espresso il loro dissenso al grido di «libertà» e «Macron non vogliamo il tuo pass».

Nella regione dell’Alsazia, poi, più di 7000 persone sono scese in strada secondo quanto riportato dai quotidiani locali. Nello specifico, in 3000 hanno manifestato a Strasburgo, in 2000 a Colmar ed in 2200 a Mulhouse. Anche a Montpellier e Marsiglia c’é stata una partecipazione corposa dei cittadini, con le autorità che hanno contato rispettivamente 5.500 e 4.250 manifestanti. A Lille invece, precisamente a Place de la République, sabato mattina si sono radunate centinaia di persone che, come sottolineato da alcuni media locali, non erano tutte “no vax”, bensì semplicemente contro l’estensione del green pass. Nel pomeriggio sono poi proseguite le contestazioni e migliaia di persone hanno marciato per le strade della città.

Sono state svolte anche proteste in luoghi in cui non erano state autorizzate: ad esempio a Lione le persone si sono radunate per manifestare contro il lasciapassare sanitario e si sono verificati attimi di tensione con le forze dell’ordine, che hanno utilizzato gas lacrimogeni ed hanno poi bloccato il corteo. Anche a Tolosa, nonostante il divieto imposto il giorno prima da parte della prefettura dell’Occitania, si è tenuta una manifestazione a cui hanno partecipato migliaia di cittadini.

Detto ciò, le proteste non erano inaspettate dato che la settimana scorsa i gilet gialli, che sabato hanno partecipato alle manifestazioni, avevano pubblicato un tweet contenente il calendario delle proteste da essi organizzate. Meno attesa, probabilmente, era invece la grande affluenza registrata a questi eventi: già solo attenendosi ai numeri indicati dalle autorità, generalmente al ribasso, è chiaro che non siano di certo poche le persone favorevoli all’introduzione di misure così rigide.

[di Raffaele De Luca]

Italia: il ministero della transizione ecologica si inventa le “trivelle sostenibili”

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Il direttore scientifico dell'IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) Roberto Cingolani al Forum sull' Economia Digitale, Milano, 11 Luglio 2019. ANSA / MATTEO BAZZI

Che l’abbandono delle fonti fossili fosse sempre più un miraggio si era intuito con i presupposti del nuovo Ministero della Transizione ecologica. La conferma ora arriva dallo stesso con l’adozione del paradossale Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (PiTESAI). Ovvero, “uno strumento – scrive il dicastero – volto ad individuare le aree dove sarà possibile svolgere o continuare a svolgere le attività di ricerca, prospezione e coltivazione degli idrocarburi in modo sostenibile”. In altre parole, un documento finalizzato a decidere dove trivellare – udite udite – senza peggiorare la crisi climatica. È legittimo chiedersi come sia possibile cercare petrolio o gas rispettando i principi della sostenibilità. La risposta è semplice: non è possibile. E non lo è per un’infinità di motivi. Primo fra tutti perché la responsabilità dell’industria petrolifera nella crisi climatica è appurata e incontestabile.

In qualunque modo o in qualunque area si decida di trivellare, non sarà mai e poi mai un atto sostenibile. Anzi, in ogni caso sarà esattamente l’opposto. Basti pensare, in primo luogo, all’impatto ecologico derivante dalla sola presenza fisica di una piattaforma petrolifera. Oppure, ad operazioni avviate, all’inquinamento marino generato dai rifiuti delle operazioni di fratturazione idraulica o acidificazione dei pozzi. O ancora, come nel caso africano, alla devastazione sociale e ambientale nelle comunità e nei luoghi interessati dalle perforazioni. Senza contare poi i rischi connessi alle fasi di trasporto del prodotto estratto. Guasti agli oleodotti che potrebbero, come accaduto recentemente a Taiwan, degradare interi ecosistemi, oppure, come testimoniano centinaia di casi sparsi nel mondo, perdite o interi sversamenti degli idrocarburi contenuti nelle migliaia di petroliere che ogni giorno attraverso i fragili oceani.

Ma non finisce qui. L’impatto ambientale delle fonti non rinnovabili continua anche e soprattutto dopo il loro utilizzo. Dal carbone al petrolio passando per il gas naturale, non c’è combustibile fossile che non emetta gas serra o sostanze inquinanti. Il risultato? La crisi climatica è qui e ora. Lo confermano, giusto per citarne qualcuno, gli ennesimi eventi meteorologici estremi che, in questo caso, hanno interessato il Nord Europa. In tutto ciò, la responsabilità dell’industria degli idrocarburi è evidente. Basti pensare che ai 20 colossi fossili globali è imputabile il 35 per cento delle emissioni che hanno portato all’emergenza climatica. Tuttavia, c’è da dire che il settore risponde alle esigenze di un modello socio-economico per troppo a lungo incurante del contesto naturale. Ma le cose non cambiano: una transizione culturale alla sostenibilità ideologica è già in atto, di conseguenza, modificato il nostro stile di vita, le fonti fossili non saranno più compatibili con la transizione energetica.

Il ministro Roberto Cingolani, colui che dovrebbe guidare quest’ultima nel nostro Paese, si è invece dimostrato particolarmente premuroso nei confronti degli interessi di Eni e altri giganti del petrolio. Lo conferma, da un lato, il numero di incontri preliminari alla definizione del Pnrr tra questi e il ministro stesso e, dall’altro, le contorte decisioni del neo dicastero ambientale. Come l’approvazione di nuove concessioni petrolifere e, in ultimo, proprio l’avvio della consultazione pubblica relativa al PiTESAI. Nel primo caso, dal canto suo, Cingolani si era giustificato dicendo che quelle trivelle erano già lì. «C’erano delle autorizzazioni, le ho trovate, erano state completate – ha dichiarato ad Ansa – non posso fare una operazione scorretta, se l’atto amministrativo è finito sono obbligato a mandarlo avanti». E in relazione al Piano ‘del paradosso energetico’ aveva al tempo aggiunto: «l’unica soluzione non può essere fermare tutto. Io penso che si debba decarbonizzare, ma la soluzione non è non fare il Piano e bloccare tutto in attesa di non si sa cosa». Quindi, per farla breve, secondo Cingolani alla transizione ecologica serve del tempo – che non abbiamo – nel mentre, però, bisogna continuare a trivellare con modalità sostenibili – che non esistono – e concedere altre proroghe al settore in prima linea nei cambiamenti climatici. Nel frattempo, in Belgio e Germania sono sommersi dall’acqua, l’Europa mediterranea è via via più arida, Canada, Stati Uniti e Siberia hanno toccato temperature record e la California e l’Australia bruciano senza sosta.

[di Simone Valeri]

Terrorismo: arrestato a Parigi ex brigatista Maurizio Di Marzio

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Questa mattina, la polizia francese ha arrestato a Parigi l’ex brigatista Maurizio Di Marzio. Si tratta dell’ultimo ex terrorista per cui l’Italia chiede l’estradizione: era sfuggito all’operazione “Ombre rosse” condotta dalla Polizia italiana d’intesa con quella francese, alla fine di Aprile. Il provvedimento, depositato l’8 luglio dalla Corte d’Assise di Roma, ha infatti stabilito che non è ancora prescritta la sua pena.