venerdì 13 Febbraio 2026
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Dopo Trieste, anche Udine e Treviso vietano i cortei democratici con il pretesto dei contagi

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Dopo che a Trieste sono state vietate le manifestazioni in Piazza Unità d’Italia fino al 31 dicembre, adesso anche in altre città italiane i sindaci hanno annunciato provvedimenti simili. Mario Conte, il sindaco di Treviso, secondo quanto riportato da alcuni quotidiani locali ha infatti recentemente comunicato che Piazza dei Signori «non sarà più a disposizione per questo tipo di manifestazioni», alludendo in tal modo alle proteste contro il Green Pass. Inoltre, anche ad Udine il sindaco Pietro Fontanini ritiene necessario porre un freno alle manifestazioni ed in maniera particolare si dichiara a favore dell’interdizione di piazza Libertà.

Nello specifico, a Trieste il divieto di manifestare al momento consisterà semplicemente nel dire “no” ad eventuali richieste di autorizzazione delle proteste. Esso tuttavia potrebbe divenire più drastico nel periodo natalizio: «Speriamo di non dover arrivare al punto di fare un’ordinanza», ha affermato il sindaco Conte. La repressione infatti viene giustificata con l’esigenza non solo di preservare l’ordine pubblico ma soprattutto di garantire ai commercianti di poter lavorare tranquillamente in un periodo fondamentale in ottica affari. «Sacrosanto è il diritto di protestare, come sacrosanto è il diritto per tutti gli altri cittadini di vivere la città, di poter lavorare e fare shopping in serenità», ha aggiunto.

Per quanto riguarda Udine invece, il sindaco come detto vuole soprattutto interdire piazza Libertà. In tal senso, come riportano i giornali locali, il suo intento è quello di far arrivare le manifestazioni solo fino a piazza Primo Maggio o in alternativa organizzare cortei nella zona dello stadio: piazza Libertà secondo Fontanini è «troppo piccola per contenere la massa di persone che abbiamo visto nelle varie manifestazioni che si sono susseguite nelle ultime settimane». Fontanini nella giornata di ieri si è anche incontrato con il presidente della Regione Massimiliano Fedriga e il prefetto Massimo Marchiesello ed ha anticipato tali richieste, che sono giustificate dalla necessità di tutelare «la sicurezza e la salute». È per tale motivo infatti che il sindaco non vuole solo limitarsi ad impedire le manifestazioni in piazza Libertà, ma vuole anche inasprire i controlli sul distanziamento e l’uso delle mascherine durante i cortei.

Detto ciò, Fontanini non è comunque l’unico sindaco ad aver discusso con Fedriga del divieto delle manifestazioni: secondo quanto riportato da Tgr Friuli Venezia Giulia, il presidente della Regione ed il commissario di Governo Valenti si sono confrontati con il sindaco di Udine e con quello di Trieste nonché con quelli di Pordenone e Gorizia. L’intento, a quanto pare, è quello di adottare una linea di azione comune, seppur calibrata in base alle esigenze di ciascun territorio.

[di Raffaele De Luca]

Vaccini Covid, sottosegretario Costa: “Pronti a considerare obbligo per alcune categorie”

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«L’obbligo vaccinale per alcune categorie non è assolutamente un tabù e siamo pronti a prenderlo in considerazione». Sono queste le parole pronunciate dal sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, ai microfoni della trasmissione Restart 264 su Cusano Italia TV. «Adesso affrontiamo queste settimane, vediamo quali saranno i dati delle vaccinazioni, dopodiché ci auguriamo che vi sia un senso di responsabilità che prevalga», ha aggiunto Costa a tal proposito.

COP26: I leader mondiali usano 400 jet privati per trovarsi a parlare di crisi climatica

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Un ingorgo nei cieli di Glasgow è stato provocato dai circa 400 jet privati ​​che hanno trasportato nella città scozzese capi di stato, miliardari, imprenditori e celebrità: il tutto per prendere parte alla COP26, ossia la conferenza sul clima delle Nazioni Unite. Un atteggiamento ambivalente dunque quello dei partecipanti al summit, che se da un lato si riuniscono con il fine di intraprendere azioni decisive per l’ambiente, dall’altro contribuiscono in maniera importante alla crisi climatica. Basterà ricordare che secondo alcune previsioni – tra l’altro prudenti poiché basate sull’inquinamento prodotto solo dai jet ​​più piccoli – il totale degli aerei privati produrrà 13.000 tonnellate di emissioni di CO2, l’equivalente della quantità prodotta da più di 1.600 inglesi nell’arco di un anno.

Da citare poi non solo il fatto che la giornata di domenica sia stata particolarmente “prolifica” in tal senso, dato che esclusivamente in quel giorno sono atterrati oltre 50 jet, ma anche il modo in cui il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ampiamente contribuito alle emissioni di CO2. La partecipazione di quest’ultimo alla COP26 rappresenta infatti la causa dell’emissione di diverse tonnellate di carbonio: il tutto grazie ad una flotta di quattro aerei, dell’elicottero Marine One e di una moltitudine di auto.

Insomma come dichiarato dal dottor Matt Finch, membro della Ong Transport and Environment, «è difficile non parlare di ipocrisia nel momento in cui i jet privati vengono utilizzati mentre si afferma di combattere il cambiamento climatico». Tali velivoli sono infatti estremamente dannosi per l’ambiente e rappresentano il «modo peggiore di viaggiare per miglia». Il jet privato medio, conclude Finch, «emette due tonnellate di CO2 per ogni ora di volo».

[di Raffaele De Luca]

Usa: via libero definitivo a vaccino Pfizer per fascia d’età 5-11 anni

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Negli Stati Uniti è arrivato l’ok definitivo delle autorità sanitarie all’uso del vaccino anti-Covid della Pfizer nei confronti dei bambini dai 5 agli 11 anni. Pochi giorni dopo essere stato autorizzato dalla Food and Drug Administration (FDA), il vaccino per tale fascia d’età ha infatti ricevuto il semaforo verde anche dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Il via libera è stato accolto con entusiasmo dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il quale ha dichiarato: «Abbiamo raggiunto un punto di svolta nella nostra battaglia contro il Covid-19».

Come e perché le multinazionali stanno scommettendo sulla cannabis legale

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Mentre alcune celebrità degli USA si scoprono con il pollice verde, buttandosi nel settore in espansione della cannabis – con marchi e aziende che operano nel nuovo mercato – altri personaggi famosi statunitensi hanno chiesto al Presidente Joe Biden una sorta di amnistia per tutti i detenuti che si trovano nelle carceri per reati legati all’utilizzo e alla coltivazione di marijuana e che non si siano resi violenti. Il Presidente USA, come la sua vice Kamala Harris, si sono detti favorevoli alla depenalizzazione della marijuana. Già due anni fa, 296 membri del Congresso (68%) rappresentano i 33 stati che hanno almeno legalizzato la marijuana medica. Adesso che i democratici hanno il controllo sia della Camera che del Senato e della presidenza, i sostenitori della riforma della politica sulla marijuana sperano che presto possa verificarsi un cambiamento legislativo a livello federale.

New Frontier Data ha stimato, per il 2019, in 340.000 i posti di lavoro sul mercato legale, con un trend di crescita che porterà a 743.000 posti di lavoro entro il 2025. Per il 2019, i salari totali associati al mercato legale della marijuana sono ammontati a 12,4 miliardi di dollari. Supponendo la piena legalizzazione a livello federale, si calcola che il numero dei lavoratori nel settore ammonterebbe a 1,63 milioni, generando 59,5 miliardi di dollari di salari.

La corsa all’oro verde

Il New York Times, nel maggio scorso, dava conto di come nella “Grande Mela” fosse fibrillata la corsa al mercato della cannabis a sole cinque settimane dalla legge che autorizzava l’utilizzo a scopo ricreativo della marijuana. Gli Immobili – dove nasceranno serre, locali di lavorazione e distribuzione oppure club e locali dedicati – e i terreni – per le coltivazioni – vengono presi d’assalto mentre azioni e quotazioni fanno parte del gioco finanziario speculativo che si accompagna alla creazione del nuovo mercato. «È un accaparramento di terra», ha detto Gregory Tannor, broker di New York della Lee & Associates NYC. Nell’aprile scorso, l’amministratore delegato di Uber, Dara Khosrowshahi, ha riferito alla CNBC, che nel caso in cui il governo federale autorizzi la vendita di marijuana in tutti gli Stati Uniti, la sua azienda sarebbe pronta ad attivare un servizio specifico di consegna della merce in questione.

Marijuana, finanza e multinazionali

AdvisorShares lo scorso settembre ha lanciato, sul mercato NYSE Arca, il primo ETF a gestione attiva del paese che copre il settore delle sostanze psichedeliche e che fornirà esposizione finanziaria a società biotecnologiche e farmaceutiche. Finora, questo è il terzo ETF – il primo a gestione attiva – che copre il settore delle sostanze psichedeliche in Nord America. L’indice azionario psichedelico Horizons ETF è stato il primo a essere lanciato nel gennaio di quest’anno – ma di tipo passivo, seguito da Defiance’s Next Gen Altered Experience ETF.

Il “Rapporto di analisi delle dimensioni, delle quote e delle tendenze del mercato della marijuana legale per tipo di marijuana (medica, uso adulto), per tipo di prodotto (fiore, olio), per applicazione medica (dolore cronico, disturbi mentali) e previsioni di segmento 2021 – 2028″pubblicato da Market Analysis Report, stima la dimensione del mercato globale della marijuana legale in circa 9,1 miliardi di dollari nel 2020, prevedendo il raggiungimento dei 13,5 miliardi di dollari nel 2021. Nel documento si prevede che, nel periodo 2021-2028, il mercato globale della marijuana legale crescerà a un tasso di crescita annuo composto del 26,7%, così da raggiungere un giro di affari di circa 70,6 miliardi di dollari entro il 2028.

Il Nord America domina questo mercato piazzando, nel 2020, il 79,6% delle quote globali. Le maggiori aziende del settore sono: Canopy Growth Corporation; Aphria Inc.; Aurora Cannabis; Maricann Group Inc.; Tilray; Cronos Group; Organigram Holding Inc.; ABcann Medicinals Inc.; GW Pharmaceuticals e Lexaria Corp. Gli Stati Uniti e il Canada stanno tirando l’espansione del mercato grazie alle scelte nelle politiche pubbliche di legalizzazione della marijuana medica e/o ricreativa ma altri mercati, come indicato dal rapporto, risultano essere promettenti per gli anni a venire. Australia, Regno Unito, Messico, Germania, Colombia e Israele hanno iniziato la produzione locale e si apprestano a diventare «mercati secondari che dovrebbero diventare vitali nei prossimi anni». I titoli azionari delle aziende sopracitate vedono una crescente corsa al rialzo e in alcuni casi segnano cifre da record.

“Qualcuno assomiglierà a Monsanto”

Miguel Martin, amministratore delegato di Aurora Cannabis, in un’intervista rilasciata a BNN Bloomberg ad inizio anno, ha dichiarato che la sua azienda ha particolare interesse, oltre che nella coltivazione, nella genetica delle piante di marijuana. In altre parole, Aurora Cannabis è interessata alla proprietà intellettuale e alla brevettazione delle genetiche. «Aziende come Aurora, o Canopy, hanno alcune delle biblioteche genetiche più profonde del mondo», ha affermato Martin. Il CEO di Aurora Cannabis è stato poi più esplicito dicendo: «Qualcuno assomiglierà a Monsanto. Non sto dicendo che siamo noi, ma qualcuno assomiglierà alla Monsanto».

A proposito di Monsanto, già Dolcevita spiegava molto bene come tale azienda – acquisita dalla farmaceutica Bayer – avesse da tempo iniziato ad operare nel settore della cannabis, tramite investimenti diretti, collaborazioni con aziende del settore (come le già citate) o per tramite di aziende controllate. Il rischio è che il mercato della cannabis, dai semi, alla produzione fino alla vendita, diventi analogo a quello del cibo, come spiegato nel Monthly Report dello scorso mese, dal titolo I padroni del cibo: chi controlla il nostro carrello. Il pericolo è che il settore della marijuana venga sussunto nelle mani di un manipolo di multinazionali che costringono i produttori ad utilizzare i propri semi, a discapito della qualità e della libertà d’impresa, e il cui prodotto avrà il prezzo che le stesse industrie della trasformazione e della produzione decideranno in base al loro potere ricattatorio nei confronti di contadini e agricoltori.

Colossi del settore alimentare come Coca-Cola e Nestlé non si fanno certamente scappare una potenziale e promettente fonte di profitto partecipando alla corsa dell’espansione e dell’accaparramento del settore cannabis. La prima, grazie alla collaborazione con Aurora Cannabis, ha dato vita ad un soft drink, una bevanda analcolica, a base di cannabis. La seconda invece ha iniziato ad investire nel mercato della cannabis a partire dal 2017, quando acquisì l’azienda Atrium – proprietaria di marchi come Garden of Life, produttore di CBD – per la cifra di 2,3 miliardi di dollari.

Le mosse dell’industria del tabacco

Uno studio del 2014, pubblicato su The Milbank Quarterly, dal titolo Waiting for the Opportune Moment: The Tobacco Industry and Marijuana Legalization, spiegava che le potenti industrie del tabacco stavano aspettando il momento opportuno per gettarsi sul mercato della cannabis, dopo decenni passati ad ostracizzare la marijuana per paura di perdere profitti. Infatti i ricercatori, utilizzando la tecnica di ricerca a valanga standard, hanno cercato nella Legacy Tobacco Documents Library i documenti che precedentemente erano stati tenuti segreti dell’industria del tabacco, scoprendo che, almeno dagli anni ’70, le compagnie del tabacco si sono interessate alla marijuana e alla sua legalizzazione come prodotto potenzialmente rivale ai propri interessi. Con il progressivo mutamento dell’opinione pubblica, «i governi hanno iniziato ad allentare le leggi relative alla criminalizzazione della marijuana, le compagnie del tabacco hanno modificato le loro strategie di pianificazione aziendale per prepararsi alla futura domanda dei consumatori». Lo studio conclude mettendo in guardia le istituzioni pubbliche dalla volontà delle multinazionali, del tabacco e non solo, di accaparrarsi la totalità della torta del mercato della marijuana. Kingsley Wheaton, dirigente della British American Tobacco, ha dichiarato che la cannabis e i suoi derivati avranno una parte importante del futuro dell’azienda.

Anche le monete virtuali godono dell’espansione del mercato della marijuana legale. Già dal 2014, con la legalizzazione medica della marijuana nello Stato del Colorado, vennero sviluppate diverse monete digitali che avevano il compito di facilitare le transazioni aventi oggetto la marijuana. Adesso, dopo un periodo di alti e bassi e di lunghi sonni, stanno tornando in auge e a guadagnare terreno.

Sembra quindi evidente che se qualcosa non dovesse essere fatto a livello istituzionale, ovvero dal pubblico potere, occorre che si organizzino movimenti dal basso che riuniscano piccoli produttori e consumatori al fine di non far assumere nelle mani delle mega multinazionali l’intero mercato della cannabis, con tutti i rischi connessi alla qualità del prodotto nonché della sua brevettazione e dello sfruttamento del lavoro.

[di Michele Manfrin]

 

Nel Sahara è nata un’enorme area ambientale protetta che tocca 11 Paesi

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Nasce un’area protetta di 2000 chilometri quadrati in Mauritania per proteggere la biodiversità dell’Occhio del Sahara. L’avanzare della desertificazione, infatti, ha messo a rischio gli ecosistemi e ha portato all’estinzione numerose specie animali. Per rimediare a tutto ciò, verrà costituita la Grande Muraglia Verde, un corridoio naturale che si estenderà per 8mila chilometri, toccherà 11 paesi – compresa la Mauritania – e vedrà la piantumazione di nuovi alberi. Un progetto per combattere la siccità con il ripristino dei terreni degradati: verranno salvati oltre 100milioni di ettari di terreno i quali – si stima – saranno in grado di assorbire 250 milioni di tonnellate di carbonio.

Il progetto della Grande Muraglia Verde, chiamato Integrated Management of Protected Areas in the Arid Regions of Mauritania (IMPADRA), verrà attuato dall’United Nations Environment Programme (Unep) e sostenuto dal Global Environment Facility (GEF), e creerà una nuova area protetta nel distretto di Adrar, un ex crocevia medievale per il commercio di sale e datteri, caratterizzato da suggestivi paesaggi desertici e storiche città fortificate, dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, quali Chinguetti e Ouadane. La gigantesca zona preservata comprenderà anche “l’Occhio del Sahara” (il Guelb er Richat), una massa terrestre caratterizzata da cerchi concentrici blu e oro. Un tempo si pensava fosse un cratere formatosi a causa dell’impatto di un meteorite, ma oggi viene considerato ciò che resta di una cupola magmatica erosa. L’Occhio del Sahara è un sito di enorme importanza culturale, geologica e ambientale – anche a livello globale -, rifugio di tanti animali, tra cui il muflone del deserto e altre rare specie comprese nella Lista Rossa IUCN – il più completo inventario delle specie a rischio estinzione a livello globale – come l’Addax (o antilope dalle corna a vite) e la gazzella dama. All’altra estremità della nuova area protetta ci sarà El Ghallâouîya , fonte di acqua permanente, indispensabile per i pastori nomadi e numerosi uccelli e animali, alcuni appartenenti a specie vulnerabili.

Le aspettative per il progetto sono altissime soprattutto perché, grazie a questo, avverrà il ripristino di un’area afflitta dal cambiamento climatico che, una volta rimessa in sesto, diverrà fonte vitale per numerose comunità nomadi indigene le quali, da anni, combattono incessanti crisi alimentari e nutrizionali.

 

[di Eugenia Greco]

Roma: divieto di soggiorno per un anno a Stefano Puzzer

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La Questura di Roma ha emesso un foglio di via obbligatorio con divieto di soggiorno per un anno a Roma nei confronti di Stefano Puzzer, l’ex leader dei portuali di Trieste. Quest’ultimo nella giornata di ieri si è infatti recato a Roma, precisamente in piazza del Popolo, dove ha posizionato un banchetto per protestare contro il Green Pass. Per questo, la Questura ha ordinato a Puzzer di tornare a Trieste entro le ore 21:00 della giornata di oggi: se ciò non sarà fatto, l’ex leader dei portuali si macchierà di un nuovo reato. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Ansa, egli verrà denunciato alla Procura per manifestazione non preavvisata.

L’ente Usa che approva i vaccini è pieno di medici legati a Pfizer

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All’interno del comitato dell’organo statunitense che regola i prodotti farmaceutici (Fda), che ha recentemente autorizzato per l’uso di emergenza il vaccino Pfizer nei bambini fra i 5 e gli 11 anni, vi sono diversi individui che hanno lavorato per l’azienda farmaceutica statunitense o che sono in qualche modo legati ad essa. È quanto emerge dall’elenco dei membri del comitato, che il 26 ottobre scorso ha svolto una riunione in seguito alla quale è appunto arrivato il via libera alla somministrazione del vaccino nei più piccoli.

Il primo nome che si legge all’interno dell’elenco è quello del vicepresidente del comitato della Fda Arnold Monto. Quest’ultimo non solo è un medico ed epidemiologo americano ma, come riportato dall’organizzazione senza scopo di lucro statunitense ProPublica, è anche stato un consulente Pfizer: proprio per tale motivo, infatti, ha ricevuto dall’azienda farmaceutica 3.500 dollari nel 2018.

Inoltre tra i membri del comitato troviamo la dottoressa e preside della Chicago Medical School Archana Chatterjee, la quale tra il 2018 e il 2020 ha lavorato ad uno studio relativo ad un vaccino coniugato pneumococcico multivalente per i neonati che è stato sponsorizzato da Pfizer.

Il medico nonché esperto di sanità pubblica e dirigente farmaceutico Gregg Sylvester, invece, è stato vicepresidente di Pfizer Vaccines dal 2013 al 2016 e si è occupato del «lancio del vaccino coniugato pneumococcico pediatrico e per adulti di Pfizer, nonché del vaccino contro il meningococco B negli USA».

Geeta K. Swamy, altro membro del comitato, non solo è stata ma è tutt’oggi presidente del «Comitato indipendente di monitoraggio dei dati per il programma di vaccini contro lo streptococco di gruppo B della Pfizer».

Anche il dottor Myron Levine è in qualche modo legato all’azienda farmaceutica: ha infatti fatto da mentore ad alcuni borsisti post-dottorato statunitensi tra cui Raphael Simon, il quale risulta essere direttore della ricerca e dello sviluppo dei vaccini Pfizer.

Infine, pure tra i «membri con diritto di voto temporaneo» vi sono individui legati a Pfizer. Basterà ricordare che James Hildreth, immunologo americano ed amministratore delegato del Meharry Medical College, ha reso di pubblico dominio il fatto di avere degli interessi di natura economica legati ai vaccini Pfizer.

Detto ciò, bisogna ricordare che la Fda non è l’unico ente regolatore i cui membri hanno avuto a che fare con le case farmaceutiche. A tal proposito si può citare il curriculum della direttrice esecutiva dell’Ema (Agenzia europea per i medicinali) Emer Cooke, la quale è stata per 8 anni un membro del consiglio di amministrazione della Efpia (Federazione europea delle industrie e delle associazioni farmaceutiche) ed ha fatto pressioni per le più importanti società farmaceutiche europee.

[di Raffaele De Luca]

Cop26: oltre 100 Paesi si impegnano a ridurre emissioni metano

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Sono più di 100 i Paesi che alla Cop26 hanno aderito all’iniziativa promossa dagli Stati Uniti e dall’Unione europea volta a ridurre le emissioni di metano del 30% entro l’anno 2030. Tali Paesi rappresentano il 70% dell’economia globale. A comunicarlo è stata la Commissione europea tramite una nota, nella quale si legge che l’iniziativa «permetterà di mantenere a portata di mano l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi».

Cinema e lotta di classe: Squid Game palesa le criticità del sistema neoliberista

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Squid Game, ve ne sarete accorti, è stato un successo planetario. La serie ha scalato rapidamente le classifiche di Netflix, ma la sua portata si è estesa ben oltre al servizio di streaming, raggiungendo social di ogni tipo e persino la vita quotidiana. Un’accoglienza tanto disarmante è dovuta all’estetica immediatamente riconoscibile del suo mondo e a una campagna marketing spietata, tuttavia anche le tematiche trattate hanno contribuito al suo trionfo, tematiche che ci offrono di sponda uno spaccato di come la società globalizzata vede sé stessa.

Una sinossi del programma viene brillantemente sintetizzata da un documento che Foreign Policy attribuisce al Dipartimento di Stato americano: «la cupa storia dello show rappresenta la frustrazione percepita dal coreano medio e, in particolare, dalla gioventù coreana, la quale fatica a trovare lavoro, a maritarsi o a godere della scalata sociale». Nella sua essenza, Squid Game illustra la massacrante guerra tra poveri, la prospettiva disillusa di un miglioramento delle condizioni di vita, il distaccamento dei ceti alti dalla realtà sociale.

Questi fattori trovano risonanza in ulteriori produzioni “estere” di successo che vivono sotto l’ala di Netflix: La casa de papel, El hoyo, Roma, Okja. Il potente distributore sfrutta quindi il suo soft power selezionando titoli non americani che si concentrano sugli attriti di classe, ormai consapevole che la frustrazione dei ceti medio-bassi verso le disuguaglianze economiche sia condivisa tra tutti i popoli globalizzati. È universale, così come a essere universale è anche l’angoscia del vedersi in un modo competitivo in cui bisogna dimostrarsi spietati per mantenere la propria fragile posizione socio-economica.

La democratizzazione del ridimensionamento delle prospettive individualiste sta in un certo senso ricostituendo le solidarietà comunitarie e i media popolari finiscono irrimediabilmente con il rappresentare in chiave rabbiosa quelle critiche alla borghesia che erano già state portate avanti con grazia da capolavori degli anni Settanta quali Le charme discret de la bourgeoisie e La Grande Bouffe.

Serie e film odierni si guardano bene dal suggerire una “chiamata alle armi” – basti vedere i video di TikTok in cui le truculente morti di Squid Game sono riviste a simpatici balletti -, tuttavia riflettono in chiave consumistica un malessere che sta evidentemente maturando, che ci porta a tifare per gli antieroi che vogliono distruggere un sistema neoliberista corrotto, che manifesta un’insoddisfazione pronta a esplodere.

[di Walter Ferri]