A chi serve davvero il ponte sullo stretto di Messina? Il tema è tornato al centro dell’attenzione dopo che il governo ha deciso di riprendere il progetto infrastrutturale per collegare la Sicilia alla Calabria e sono emerse le forti pressioni dell’ambito militare – in particolare della Nato – per la realizzazione dell’opera. Più che attuare la costruzione dell’infrastruttura per migliorare la mobilità civile, infatti, l’investimento – lievitato oggi a 13,5 miliardi dai cinque del 2001 – servirebbe a migliorare la mobilità e i collegamenti delle basi militari del sud Italia, dove l’Alleanza atlantica gestisce le principali operazioni americane nel Mediterraneo. Per questo, l’opera è richiesta a gran voce dall’UE e dalla Nato, ossia da organizzazioni extranazionali che detengono cospicui interessi nel Paese e che – di fatto – decidono la linea da seguire grazie all’influenza determinante che esercitano sul governo di Roma. Nello specifico, l’opera dovrebbe rientrare nel Trans-European Transport Network, progetto europeo nato per migliorare la mobilità all’interno dell’Unione anche in un’ottica militare e di cui in Italia fa parte anche la Tav Torino-Lione.
A fugare ogni dubbio circa l’impiego e l’ottica prevalentemente militare del progetto, c’è una relazione presentata il 31 marzo dal governo Meloni – smaccatamente europeista e filo-Nato – in cui si specifica che il ponte sullo stretto rappresenta «un’infrastruttura fondamentale rispetto alla mobilità militare, tenuto conto della presenza di basi militari Nato nell’Italia meridionale». Da tempo, l’Alleanza atlantica evidenzia le lacune delle infrastrutture italiane: ponti che non reggono il peso dei mezzi militari, paesi con scarsi collegamenti interni, opere obsolete e scartamenti delle linee ferroviarie diversi rallentano il dispiegamento di mezzi e truppe in tempi rapidi. Nasce da queste esigenze la vera motivazione dietro al progetto del ponte sullo stretto, non certo dai bisogni della popolazione civile. Le necessità di ammodernamento ed efficientamento delle infrastrutture a scopi militari sono state naturalmente amplificate dai recenti avvenimenti in Ucraina.
Le aziende coinvolte nel progetto
Anche le aziende coinvolte nella costruzione del ponte hanno stretti legami col mondo bellico, a cominciare da WeBuild, società a cui già vent’anni fa lo Stato italiano aveva affidato l’esecuzione dell’opera e che ora chiede alla presidenza del Consiglio danni per 700 milioni di euro. L’azienda, oltre ad essere azionista per il 45% di Eurolink – consorzio a cui il governo vuole riaffidare l’incarico per la realizzazione del ponte – ha anche al suo attivo importanti lavori per il riammodernamento di infrastrutture militari: dall’aeroporto militare di Capodichino alla costruzione della tratta dell’alta velocità Novara-Milano al passante autostradale di Mestre. Questi ultimi due lavori sono volti a migliorare i collegamenti delle basi americane nel nord est italiano.
Altra azienda coinvolta nel consorzio è la Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna (CMC) che si è occupata già, tra le altre cose, del potenziamento infrastrutturale di Sigonella e delle strutture per ospitare i militari americani nell’aeroporto Dal Molin di Vicenza. Anche la Società Italiana Condotte d’Acqua è parte del progetto e ha anch’essa esperienze pregresse nel settore militare, tra cui la realizzazione di un hangar e fabbricati nella base elicotteri dell’Aviazione dell’esercito di Lamezia Terme.
Il caso Eurolink e la debolezza italiana
Un altro aspetto che lega il ponte alla Difesa è la nomina, da parte di WeBuild, di Gianni De Gennaro a presidente di Eurolink. De Gennaro è ex capo della Polizia e direttore della Direzione investigativa antimafia, nonché ex presidente della maggiore azienda attiva nei settori della difesa a compartecipazione statale, Leonardo. La sua nomina a capo del consorzio indica la natura prettamente militare del progetto nonché la volontà di mettere in sicurezza i cantiere oltre che di gestire i movimenti di protesta contro l’infrastruttura. Il movimento “No ponte”, ad esempio – che aveva ottenuto una vittoria nel 2012, quando il governo aveva predisposto lo stop al progetto, dopo una partecipatissima mobilitazione popolare – è tornato a far sentire la sua voce per impedirne o ritardarne la costruzione. Eventuali ritardi danneggerebbero non solo gli interessi delle aziende e del governo, ma della stessa Nato.
A ciò si aggiunge l’importante tema della “sovranità nazionale” rivendicata proprio dai partiti di centrodestra che in realtà sono stati i primi a tradirla accettando pesanti ingerenze negli affari interni, a partire proprio dall’esecuzione delle direttive Nato sul territorio nazionale. Un caso emblematico è quello del ministro dei Trasporti Matteo Salvini che, contrario all’opera fino a pochi anni fa, ha compiuto una giravolta politica in grande stile, pur di allinearsi al volere dominante degli enti sovranazionali che di fatto governano la penisola. Così, lo scorso maggio, Camera e Senato hanno dato il via libera a quella che viene considerata “la madre di tutte le grandi opere in Italia”.
L’insostenibilità e i rischi dell’opera
Secondo diversi esperti, tra cui il giornalista antimilitarista Antonio Mazzeo, l’opera non solo è irrealizzabile dal punto di vista ingegneristico ed economico, ma comporterebbe gravi rischi per l’Italia meridionale, tra cui una maggiore militarizzazione del territorio, il pericolo concreto di infiltrazioni mafiose e la sottrazione di fondi dai bisogni reali del territorio. «Il Ponte sullo Stretto è irrealizzabile come lo era dieci anni fa ma questa volta ci sono alcuni attori che stanno spingendo per avviare quest’opera. […] Un’opera di questa rilevanza non potrà non richiedere – e lo dicono le forze armate – una serie di interventi: batterie missilistiche (una sola batteria costa 800 milioni di euro, ndr), cacciabombardieri, il pattugliamento costante dei sottomarini. Questa è ovviamente un’ulteriore militarizzazione del territori», ha spiegato Mazzeo. Per quanto riguarda il pericolo di infiltrazioni mafiose, invece, il giornalista ha asserito che «Il rischio è che oggi, di fronte agli anticorpi di una cultura mafiosa, chi si promuove come realizzatore del ponte, fosse anche un mafioso, dovrebbe guadagnare una legittimità. Le grandi organizzazioni mafiose potrebbero legittimarsi come un grande elemento: prima abbiamo messo le bombe e fatto le stragi oggi facciamo il ponte e ci perdonate».
Ne emerge, dunque, un quadro dove intorno alla costruzione dell’infrastruttura orbita una rete di interessi che coinvolge diversi ambiti, da quello politico-militare a quello mafioso, e che va a scapito non solo delle esigenze del territorio locale, ma di tutta la nazione, sottomessa ai voleri di Nato, Ue e Stati Uniti e destinata ad essere sempre più militarizzata e subordinata al volere di organizzazioni e stati stranieri.
[di Giorgia Audiello]




Bell’articolo che fa chiarezza rispetto alla narrativa dominante dei mass media supini al volere dei nostri colonizzatori
Bravi, che la verità venga a galla! Diffonderò su Facebook!
Abbiamo un governo fantoccio supino agli ordini USA, dobbiamo crescere come cittadini consapevoli della nostra vera nazionalità e fare rispettare la nostra Costituzione nata dalla resistenza per la nostra libertà
Certo che è indiscutibile l’interesse militare e la sudditanxa dovuta ai vincitori…purtroppo ancora oggi ma non va dimenticato che l’ingegneria puo’ ampiamente superare i problemi tecnici e che le ns merci viaggiano a costo volume/tempo in particolare su gomma e che la sicilia non potra” mai decollare senxa essere collegata seriamente al continente.
Da buona colonia non possiamo che subire…(maledetti Yankees!)
Bisogna sempre cercare la verità, grazie per farlo
Ma ancora continuiamo a voler credere di essere una Nazione libera e magari anche democratica (il popolo decide)? Ma basta! La penisola è una colonia da quando ha perso la guerra mussoliniana e non si vede nessuna indipendenza nemmeno dopo 78 anni di occupazione militare Usa. Siamo un Viceregno che al posto del Re di Spagna ha per capo il presidente Usa ma la stessa marmaglia di traditori venduti agli ordini dell’occupante come classe politica, pagata col potere surrogato e l’impunità garantita e dedita al quotidiano teatro che rappresenta una inesistente libertà di decidere.
Inoltre il ponte sorgerà in una zona sismica. Sua maestà Etna potrebbe fare giustizia. È sempre attivo. Inoltre il fondo Marino su cui poggerebbero i colossale pilastri non è stabile,non è roccioso.e’ melmoso. .
Grazie G.A. articolo importante, come sempre.
Almeno i sogni sono ancora permessi: un’Italia libera, indipendente, sovrana.
Con missili balistici e piccole testate nucleari si raggiungono obiettivi a 18mila (Sarmat) e 14mila (Minuteman) km di distanza. Tutto il resto sono favole per i sudditi (contribuenti) ormai terrorizzati da un nemico creato ad hoc dagli “amici”…
Dal 43 siamo occupati dagli americani…entrati in Italia grazie anche alla Mafia…ci gestiscono in tutto..non c’è governo che non abbia il loro ok..oltre 150 basi militari nel nostro paese…noi non ne abbiamo una in USA.. in ogni strage bombarola ( Bologna ,Firenze , Italicus, Palermo ecc.) non si sanno i mandanti ma tutto l’esplosivo usato proveniva da basi Americane /Nato italiane (rif. inchiesta giudice Fernando Imposimato)…. L’Italia ripudia la guerra…. E deve tornare libera…. E loro devono tornare a casa loro …
Fausto, sono perfettamente d’accordo, però per non distruggere il mondo nel liberarci, la cosa migliore sarà l’appoggio della maggioranza dei cittadini degli USA stessi, cosa impegnativa ma non impossibile.
Poi magari chiederemo o che il comandante supremo NATO venga scelto tra tutti i paesi partecipanti e non obbligatoriamente degli USA, o lo scioglimento per evidente inutilità difensiva, ma evidente deriva Imperialista e consumismo insostenibile.
Si vis pacem para bellum
Non vedo perché l’Italia dovrebbe evirarsi per liberarsi dell’ ingerenza degli USA, semmai deve meglio armarsi.
Ovviamente cercare politici meno ricattabili, perché quello che vediamo in Europa è dominio CIA attraverso dossier sui vizi di ogni politico europeo altro che il ponte, sono i continui piccoli furti e vizi dei nostri politici, poi facilmente ricattati a renderci inermi.
Più che non fare il ponte sarebbe una polizia Europea più efficiente capace di arrivare prima degli Americani a liberarci dai politici sotto ricatto delle Nazioni straniere.