La Rete per come la conosciamo oggi potrebbe avere i giorni contati, o perlomeno potrebbe essere in procinto di dover rivedere alcuni di quei suoi presupposti tecnici che negli anni si sono incancreniti fino a diventare deleteri. Il 21 febbraio la Corte Suprema statunitense ha infatti avviato l’attesa causa Gonzalez contro Google, un procedimento giuridico che mira a vagliare l’operato dei provider statunitensi e determinare quale sia la loro responsabilità editoriale derivante dal diffondere certi contenuti sul web. Al centro della sfida è la famigerata “Sezione 230”, la legge che fino dagli anni Novanta a oggi ha fatto da scudo ai social media e alle Big Tech.
Sezione 230, l’eterna incompresa
Parte del Communications Decency Act (CDA) del 1996, la Sezione 230 ha assunto negli anni una fama tutt’altro che virtuosa: la norma viene scomodata ogni volta che i portali internettiani sono accusati di ospitare e diffondere contenuti illegali o tossici poiché assicura alle aziende digitali una forma di immunità dalle conseguenze amministrative e penali che spetterebbero invece a qualunque altra realtà legata alla sfera delle pubblicazioni. A primo acchito, la Sezione 230 sembrerebbe essere la rappresentazione per eccellenza del cavillo nato per favorire una classe dirigente priva di scrupoli e corrotta, tuttavia le origini della legge non volevano essere malevole.
Paradossalmente, la legge era stata pensata per favorire e incoraggiare il nascente mondo del Web a moderare con maggiore attenzione i contenuti diffusi dagli utenti senza incorrere in un mostruoso dedalo legislativo. All’epoca, i siti internet venivano comparati a vere e proprie realtà editoriali, ma il loro impegno era insufficiente ad assicurarsi che tutti i contenuti dannosi venissero rimossi in tempo reale, con il risultato che alcune eccezioni si erano dimostrate in grado di manifestare pesanti ripercussioni, cosa che a sua volta ha minacciato da una parte di asfissiare il settore con una manifestazione opprimente di rigore burocratico, dall’altra di causare una ferrea “censura collaterale“. Il rischio era che le imprese, spaventate dai possibili contraccolpi legislativi, reagissero con una chiusura quasi totale agli interventi degli internauti, vanificando il senso dello strumento.
La sensibilità eccessiva dei giudici era peraltro condizionata da un’ondata di panico morale che negli anni Novanta aveva investito l’opinione pubblica statunitense, la quale aveva ricollegato l’accessibilità al web alla diffusione smisurata della pornografia, spesso in direzione dei minori. Ecco che in questo contesto passionale spuntò il CDA, l’atto che, per l’appunto, venne dedicato alla decenza nelle telecomunicazioni. A distanza di anni, il panorama è però cambiato radicalmente: il web non si orienta più attorno a blog e forum, ma su misteri algoritmici che incanalano gli utenti secondo criteri di cui è difficile comprendere pienamente i dettagli tecnici. I provider non sono più soggetti passivi che devono dare disperatamente la caccia a chi sgarra, sono un motore attivo che seleziona e promuove contenuti dettando narrative che si sposano con i propri obiettivi manageriali.
Il caso Gonzalez e la tragedia che lo ammanta
Quando si parla delle grandi cause mosse contro le Big Tech non si è insoliti incappare in tematiche che si legano più alla sfera etico-civile che a quella della concretezza di ogni giorno, eppure Gonzalez contro Google è tutto meno che un esercizio di retorica. Il 13 novembre 2015, la studentessa universitaria ventitreenne Nohemi Gonzalez era in visita a Parigi, una gita che si è trasformata in tragedia quando il suo cammino ha incontrato quello di Ismaël Omar Mostefaï, Samy Amimour e Foued Mohamed-Aggad, stragisti affiliati a Daesh, l’entità terroristica comunemente nota come ISIS.
L’ISIS è stata in grado di catalizzare l’immaginazione deviata di alcuni soggetti europei meglio dei gruppi che l’hanno preceduta. Per riuscire nell’impresa, il sedicente Stato Islamico ha deciso di adottare un linguaggio comunicativo più in linea con il registro narrativo dei media Occidentali, nonché di attingere a piene mani ai mezzi garantiti dai nuovi media, così da formare “sciami” di zeloti che potessero perseguire la loro missione anche senza dover far riferimento a un capo designato. In tal senso, i parenti di Gonzalez accusanono YouTube – azienda in mano a Google – di aver avuto un ruolo nella morte della giovane nel raccomandare clip di Daesh sul suo portale, favorendo di conseguenza il processo di indottrinamento terroristico.
A prescindere dall’opinione che ogni singolo individuo può sviluppare in proposito alla questione, Gonzalez contro Google pone un quesito giuridico importante, ovvero vaglia se l’immunità della Sezione 230 possa essere effettivamente estesa oltre a ciò che viene pubblicato dagli utenti in modo da coprire anche le raccomandazioni derivanti dai torbidi algoritmi digitali. In altre parole, i giudici dovranno stabilire se la tendenza dei portali a favorire certi contenuti al posto di altri possa essere paragonata a uno sforzo editoriale, anche se non è detto che il tribunale possa effettivamente intervenire sulla faccenda.
La Sezione 230 valica i confini di legge
Senza girarci troppo attorno, la CDA tutela i «servizi computerizzati interattivi», nomenclatura sotto cui vengono riconosciuti i compiti di «selezionare, scegliere, analizzare o assimilare dei contenuti», esercizi che rientrano in tutta probabilità nelle dinamiche al centro dell’accusa. Anche fosse ammesso che gli algoritmi del noto video-social abbiano avuto un ruolo determinante nel diffondere messaggi d’odio, i giudici si troverebbero a dover tener contro di un codice le cui possibilità di modifica cade in seno al Congresso, non al tradizionale sistema giuridico. Allo stesso tempo, l’abuso delle tutele garantite dalla Sezione 230 si fa sempre più evidente, quindi è negli interessi stessi delle autorità intervenire perché si definiscano con precisione gli estremi della sua portata.
Difficile, se non assurdo, credere che la norma possa essere abrogata. Soddisfatta dell’esistenza del Communications Decency Act, per decenni Washington non ha mai sviluppato alternative legislative che vadano a esplorare l’argomento, quindi un decadimento della controversa legge finirebbe con il creare un disastroso vuoto normativo che dovrebbe essere colmato in fretta e furia da soluzioni improvvisate. Dal canto suo, l’avvocato della famiglia Gonzalez, Eric Schnapper, ha intavolato un sistema d’accusa appoggiato in passato da alcuni tribunali minori, ma le cui possibilità di successo sembrano estremamente remote: nel corso della causa il legale ha più volte citato il concetto di “neutralità”, suggerendo che l’immunità garantita dal CDA debba essere applicata esclusivamente a quegli algoritmi che garantiscono un panorama digitale “neutro”, ovvero privo di controversie. Il problema non è solamente l’inesistenza della neutralità internettiana – si pensi all’assurdità di un motore di ricerca che mette tutti i risultati sullo stesso livello –, ma anche che la Sezione 230 non include al suo interno elementi che impongano ai fornitori una modalità di moderazione che sia priva di discernimento.
Il futuro di una legge che non piace
La verità è che a questo punto la Sezione 230 non piace a nessuna parte politica. I Repubblicani accusano le aziende tecnologiche di favorire le opinioni della sinistra, mentre i Democratici lamentano che le aziende siano più interessate a generare proficue controversie che a combattere disinformazione e discorsi d’odio. Esclusi i dirigenti delle aziende stesse, tutti vogliono porre un freno all’immunità delle Big Tech. Eppure, la Corte coinvolta nel caso sta prediligendo un approccio cauto, sostiene di non essere nelle condizioni di valutare la portata di un eventuale ridimensionamento della norma e preferisce dunque passare la patata bollente ai legislatori. Che la situazione sia complessa è d’altronde evidente: l’immunità garantita della Sezione 230 ha causato e causa ancora oggi influenze evidenti che impattano sul tessuto sociale, tuttavia proprio questa dimensione di tutela ha concesso agli USA di espandersi notevolmente nel settore informatico, cosa che a sua volta ha portato opportunità economiche mai viste prima, nonché ha anche istituito degli strumenti che possono essere adoperati per consentire virtualmente a tutti di partecipare al discorso pubblico.
Il caso Gonzalez contro Google probabilmente non porterà a nessuna conseguenza diretta, tuttavia la sua stessa esistenza rivela che il tema sia soggetto a uno scrutinio attento, ora più che mai. Gli Stati Uniti e il mondo intero si trovano infatti davanti a un punto di svolta tecnico-evolutivo, quello dell’avvento delle cosiddette intelligenze artificiali, le quali continueranno il proprio sviluppo appoggiandosi proprio alla Sezione 230. Complice una diffusione precoce sul Mercato, le IA stanno già mostrando al pubblico tutte quelle potenzialità deleterie che si riscontrano odiernamente nei social media e che sono frequentemente ricondotte alla leggerezza di una classe dirigente che si sente inattaccabile. Il professore associato Jeff Kosseff, specialista di legge della cybersicurezza, ha definito la Sezione 230 «le 26 parole che hanno creato internet», ma queste parole vengono ora soppesate e riconsiderate da osservatori e classi dirigenti, i quali stanno cercando di delineare rischi e benefici che potrebbero legarsi al lasciare che le grande aziende continuino ad autoregolarsi.
[di Walter Ferri]



