Dopo la pandemia, le proteste studentesche erano tornate con prepotenza a riempire le strade d’Italia. Mesi di isolamento sociale imposti dalle politiche di contenimento del Covid-19 hanno fatto esplodere le piazze, riportando gli studenti al centro della scena politica. Ad accendere la miccia erano state, in particolare, le morti di Lorenzo Parelli, Giuseppe Lenoci e Giuliano de Seta, tutti ragazzi di circa 18 anni vittime di incidenti durante il percorso di alternanza scuola-lavoro (PCTO). Ma le istanze che i giovani portavano all’attenzione delle istituzioni erano molteplici: lo stato della salute mentale dopo due anni di isolamento sociale, la mancanza di luoghi di aggregazione, la militarizzazione delle scuole e del pensiero, la fatiscenza degli istituti, l’ideologia del merito e della competizione che permea l’istituzione scolastica. Più di tutto, gli studenti chiedevano di essere ascoltati. Erano loro stessi a raccontare come il disagio sociale e psicologico stesse assumendo forme sempre più manifeste, con l’aumento dei casi di autolesionismo, depressione e disturbi alimentari. Si chiedevano cambiamenti grandi e piccoli, dalla revisione della concezione stessa della scuola all’introduzione di uno psicologo in tutti gli istituti.
A quattro anni di distanza dalla ripresa delle piazze, poco, se non nulla è cambiato a livello di intervento istituzionale. Anziché essere abolito, il PCTO è stato rafforzato e le ore aumentate – nonostante l’altissimo numero di infortuni anche molto gravi. L’unica misura continuativa introdotta dal governo è il bonus psicologo, ritenuto dagli studenti insufficiente. Nel frattempo, il disagio giovanile si diffonde e si radica. Una situazione di «precarietà esistenziale», dicono i giovani, «che impatta sul modo in cui viviamo questo Paese». E se, al netto delle situazioni strettamente personali, molti dei fattori scatenanti dipendono dalle differenze economiche e sociali, una posizione rilevante la occupano i luoghi della formazione, dove vige la «cultura dell’umiliazione». Secondo Arianna, coordinatrice nazionale di Link Coordinamento Universitario (che comprende numerose realtà e collettivi studenteschi), tra la consapevolezza rispetto alla questione del benessere mentale e psicologico dei giovani e gli strumenti forniti dallo Stato, pochi e insufficienti, corre un abisso. «Governo e istituzioni cercano di far passare il disagio psicologico come una questione che riguarda i singoli, mentre le problematiche sono ampie e strutturali. D’altronde, è più comodo isolare gli individui che si stanno affacciando al mondo del lavoro e devono affrontare un certo livello di competizione e precariato».
Merito e isolamento

L’ideologia del merito esiste da tempo, ma il governo attuale l’ha resa valore fondante delle proprie politiche. Così, la scuola non è più percepita dai giovani come luogo per raggiungere l’emancipazione collettiva: ogni compagno è ora un potenziale rivale nella corsa per un posto in azienda. «Il tasso di disagio studentesco è altissimo. È un argomento del quale discutiamo spesso nelle nostre assemblee in tutta Italia e che poi portiamo anche nelle piazze». Damiano ha 18 anni ed è rappresentante d’istituto al Liceo Cavour di Roma. È militante dell’OSA, l’Opposizione Studentesca d’Alternativa, organizzazione politica attiva nelle scuole superiori «anticapitalista, antifascista, antisessista e internazionalista». Sono molti, racconta a L’Indipendente, gli studenti che, «abbandonati all’individualismo», manifestano segni di disagio e commettono atti di autolesionismo. E qualcuno arriva anche a togliersi la vita. La colpa, ci dice, è della «crisi materiale della scuola pubblica», che dovrebbe «emancipare e dare le capacità a tutti di vivere in questa società», ma che oggi si è trasformata in «uno strumento che serve le imprese regalando loro anche manodopera gratuita». Come accade con i PCTO. La percezione di una competizione costante impedisce di costruire relazioni con i propri coetanei, con i quali si è in gara per non finire, un giorno, tra gli «scartati», coloro che verranno destinati a lavori malpagati come esito di un percorso scolastico non eccelso. «C’è una generale crisi di prospettive», spiega Damiano. «Io oggi vado a scuola e non immagino più di fare il medico, l’ingegnere o il professore, come poteva essere per esempio per mia madre. Tra gli studenti vige un generale senso di spaesamento, in molti si sentono persi. Questo, ovviamente, genera un disagio psicologico pesantissimo».
«La riforma del merito non ha fatto che peggiorare l’ansia, soprattutto in ambito scolastico» conferma Carlotta, studentessa al primo anno di università e rappresentante di Unione Degli Studenti (UDS) con delega al benessere psicologico. Sono molti, conferma, gli studenti che sviluppano disturbi di ansia o legati all’alimentazione. «La manifestazione di questi sintomi è sicuramente aumentata, perché è aumentata la percezione di dover essere per forza i primi e di dover fare tutto in corso, tutto in tempo e in maniera eccellente». A peggiorare la situazione vi è il fatto che molti giovani non riescono a stare al passo con i ritmi imposti perché costretti a lavorare – per pagare la retta o l’affitto, o entrambe. Sono almeno 365mila gli studenti lavoratori nelle università italiane, il 17% del totale. Per forza di cose, questi hanno bisogno di più tempo per preparare gli esami rispetto a coloro che possono dedicarsi interamente allo studio e si trovano quindi fortemente penalizzati dalle misure introdotte dal governo quali il “semestre filtro” a Medicina. «C’è una condizione di precariato strutturale che non puoi riuscire a combattere, anche se ti impegni. È una corsa a ostacoli continua che noi abbiamo interiorizzato, consapevoli che sia molto problematica. È strutturale all’interno del sistema del merito e non facile da sradicare», riferisce Arianna.
La retorica bellicista
Un ruolo altrettanto determinante sullo stato della salute mentale dei giovani lo giocano la retorica bellicista e la situazione politica interna e internazionale. D’altronde, questa si gioca in primo luogo sulla loro pelle, specialmente dal momento in cui il governo ha ventilato l’ipotesi di un ritorno alla leva militare obbligatoria. L’ombra nera della guerra, della quale politica e aziende si riempiono bocca e portafogli, cala sempre più concreta sull’immaginario dei ragazzi, quando pensano al loro futuro. A questo concorre il fatto che la scuola non è più percepita come il luogo dove si educa alla pace e all’antifascismo, anche per via dei diversi programmi di collaborazione con realtà militari. «È come se l’unica prospettiva reale che ci vogliono dare fosse quella di andare a combattere una guerra», riferisce Damiano. La scuola è percepita come «un apparato ideologico di Stato», dove si insegna ad accettare «qualsiasi opzione di lavoro senza ribellarsi». Per chi ci prova, con occupazioni o iniziative simili, la repressione è violenta.
E fuori dalla scuola, tra guerre e le immagini del genocidio palestinese che bombardano i social in tempo reale, «noi vediamo il mondo che crolla su sé stesso». La prospettiva «è quella di essere sfruttati o andare in guerra», nella quale si continuano a investire risorse nonostante «centinaia di studenti non abbiano i soldi per vivere decentemente e comprarsi i libri».
Diritto allo studio e classismo

In un Paese dove il 14% dei minori di 18 anni e il 10% della popolazione totale vive in condizioni di povertà assoluta, per i giovani la scuola è concepita come un sistema classista, che dà opportunità solamente a chi ha i soldi. In questo contesto, i giovani dei quartieri popolari vengono lasciati indietro. Chi ha soldi può pagarsi ripetizioni, retta, alloggio, libri. Chi ha una buona condizione economica alle spalle potrà accedere all’università e a buoni posti di lavoro, spiega Damiano. Gli altri no. Per questo motivo, continua, i giovani del Sud e delle periferie sono i primi ad abbandonare la scuola: «Perché sanno di non avere prospettive». D’altronde, le scuole ai margini sono le prime a essere abbandonate dal governo e ad avere problemi strutturali anche gravi, «quelle in cui crollano i tetti e manca il materiale». Lo Stato «non garantisce a tutti la possibilità di vivere con pari dignità. E la selezione parte da qui, dalla scuola». La linea che separa gli studenti con maggiori possibilità economiche da quelli che ne hanno meno si manifesta anche in maniera insidiosa. «Prendi la riforma del latino alle scuole medie – dice Damiano –, solamente le scuole che vorranno, e potranno, inseriranno l’insegnamento del latino. Ci saranno le scuole di serie A, ovvero le scuole del centro, che lo inseriranno e i cui studenti poi andranno al liceo, e le scuole di serie B dove questo non accadrà, i cui studenti saranno indirizzati verso gli istituti tecnici o professionali. Proprio quelle scuole create per soddisfare le esigenze delle imprese, per creare una massa sfruttabile in futuro. Sappiamo tutti che l’insegnamento del latino è importante, tanto a livello di curriculum scolastico quanto di sviluppo di capacità cognitive. È la base della nostra lingua, ti fornisce capacità logiche di ragionamento. Non si può dare l’opportunità di studiarlo solamente a una parte degli studenti. Ma per le scuole di periferia, che hanno già tanti problemi, questo sarà l’ultimo dei pensieri».
I meccanismi di sostegno

Il benessere psicologico dei giovani risente di tutti questi fattori, registrando un progressivo peggioramento. Una tendenza sottolineata con forza dagli studenti stessi, che trova nei dati un riscontro inequivocabile – il 70% dei giovani almeno ha sperimentato disturbi di ansia, depressione o simili. In questo contesto, gli psicofarmaci, anche senza prescrizione (quindi distribuiti illegalmente), circolano abbastanza liberamente tra i corridoi delle università, venendo percepiti come un supporto nel superare la tensione degli esami e delle lezioni.
Per quanto riguarda le università, il fatto che la problematica non sia riconosciuta come sistemica, dice Arianna, fa sì che l’iniziativa di decidere se occuparsene o meno venga lasciata ai singoli istituti. Un bel problema, dal momento che gli atenei stanno vivendo un momento di profondo sottofinanziamento. In questo contesto, iniziative quali il bonus psicologo non rappresentano altro che toppe provvisorie. «Quello che noi chiedevamo, durante le proteste, era che ci fosse un finanziamento strutturale in generale della sanità, proprio per non dover costringere le persone a ricorrere al privato e acuire ulteriormente le disuguaglianze. La risposta è stata il bonus psicologo: vengono messi a disposizione un tot di posti e un tot di soldi, ma non abbastanza perché la persona che ne ha bisogno intraprenda un percorso continuativo. Non viene garantita la copertura finché una ne ha bisogno». In questo contesto, «uno sportello psicologico aperto poche ore a settimana non è la soluzione».
L’unica cura: un cambio strutturale

«Noi chiediamo effettivamente di venire ascoltati – dice Carlotta – di essere coinvolti nelle politiche giovanili, di avere certezze, di vivere senza sapere che quasi sicuramente il nostro futuro sarà precario. Allo stesso tempo, vorremmo attraversare dei luoghi di formazione che siano sicuri. Bisogna portare ancora di più l’attenzione sui disagi mentali e sul fatto che si manifestano in età sempre più precoce. Far sentire i giovani ascoltati li fa sentire anche maggiormente a proprio agio nell’esprimere il loro disagio».
Per Arianna, la vera rivoluzione culturale l’hanno fatta proprio i giovani, perché da quando il benessere psicologico è tornato al centro delle rivendicazioni di piazza, è caduto lo stigma che ammantava il discorso, facendo venir meno i meccanismi di isolamento che prima facevano parte in maniera più radicata delle vite degli studenti. In generale, dice, «finanziare l’ambito pubblico sanitario è fondamentale. La figura dello psicologo di base, poi, deve essere ampliata e resa disponibile per tutti. Nel lungo termine, serve eradicare l’ideologia del merito. Nel breve termine si possono condurre piccole battaglie all’interno delle università, che invece sono grandi rivoluzioni. Faccio un esempio: si potrebbero rivedere i criteri della borsa di studio universitaria, che spesso è irrisoria e non garantisce tutta una serie di diritti, ma è assegnata in base a criteri economici e di merito – in quanto la mantieni solo fino a che riesci a dare il numero di CFU che servono per quell’anno e per quell’importo di borsa di studio. Cambiare i criteri di merito per accedere alla borsa di studio significa creare una condizione materiale per favorire le persone senza creare competizione».
Il numero degli sportelli psicologici, poi, è sicuramente da ampliare. «Soprattutto, non devono essere sportelli che permettono di fare giusto tre sedute da mezz’ora e basta. A livello più ampio, vanno creati degli spazi, all’interno dei quartieri, adibiti alla cura e all’aggregazione. Inoltre bisogna stanziare più fondi a livello statale, non solo territoriale. In questo modo si possono abbattere le disuguaglianze e agire nel pratico in molti aspetti delle vite delle persone. Quella attuale è una fase emergenziale, abbiamo la necessità che queste cose vengano messe al centro del dibattito pubblico e che a parlarne siano studentesse e studenti in prima persona. Non vogliamo soluzioni calate dall’alto, come la politica dei bonus. Vogliamo soluzioni strutturali. Il grande lavoro culturale che stiamo facendo come generazione sappiamo che non si fermerà qui, perché speriamo che la società continui a crescere in termini di consapevolezza generale. C’è tanta voglia di fare, tanta carica, tanta volontà di riuscire a mettere in crisi i vecchi dogmi e quello stigma esistente intorno al benessere psicologico. Deve esserci lasciata la possibilità di farlo».




Il problema della fragilità dei giovani è strutturale, sì, ma le cause sono da ricercarsi anche oltre la pandemia. La soluzione non è più soldi o più psicologi, sono solo palliativi. Uno spunto di riflessione: consiglio “La generazione ansiosa – come le nuove tecnologie hanno creato un’epidemia di malattie mentali”, di Jonathan Haidt. La questione ha le sue radici in una carenza relazionale ed esperienziale nell’infanzia e nell’adolescenza. Tutta la società è stata trasformata nei suoi meccanismi sociali, e naturalmente anche economici, la pandemia ha solo digitalizzato e precarizzata definitivamente tutto l’esistente (controllo totale al quale ci sottoponiamo), ma se le generazioni precedenti sono cresciute facendosi largo con le proprie forze, per i giovani questa della comunicazione/relazione tecnologica è l’unica realtà ‘ansiogena’ che hanno sempre conosciuto, che crea lacune esistenziali a tappeto: ma se non capiamo questo ‘elefante nella stanza’ cercheremo sempre delle “soluzioni”.