Se in queste settimane Venezia non è letteralmente sprofondata nelle stesse condizioni con cui ha dovuto battersi nel 2019, quando il livello del mare ha superato per 28 volte i 110 cm (altezza per cui si allaga il 12% della città), il merito è senza dubbio del MOdulo sperimentale elettromeccanico, o MOSE, l’acronimo con cui meglio lo conosciamo sin dalla sua nascita. Si tratta di un progetto ideato e sviluppato con l’intento di proteggere Venezia dall’acqua alta, e pare fino ad ora esserci riuscito. Le 4 barriere che lo compongono, costituite a loro volta da 78 “rettangoli” metallici con una larghezza che va dai 18 ai 29 metri, si abbassano e si alzano dal fondo del mare per via di un meccanismo di immissione di aria compressa, ogni qualvolta ce ne sia il bisogno: quando sono in azione – cioè nel caso in cui si prevedano maree superiori ai 110 centimetri – tengono la laguna di Venezia “lontana” dal mare Adriatico. I fautori dell’opera brindano quindi al successo, ma un’analisi più dettagliata costringe a rivedere l’entusiasmo, quantomeno a medio termine.
L’opera infinita
Di acqua alta a Venezia se ne parla praticamente da sempre, soprattutto perché di episodi che motivano e alimentano tale discussione ce ne sono stati a sufficienza. Tra il 2010 e il 2019, ad esempio, le maree hanno superato i 110 cm per ben 95 volte. Significa che per anni i veneziani hanno spalato fango e detriti (nel migliore dei casi) dalle proprie abitazioni piuttosto spesso. Anche perché il MOSE è entrato in funzione solo nel 2020.

Infatti, nonostante ci fosse già da tempo una certa consapevolezza di dover trovare una soluzione al fenomeno, almeno dagli anni ’60 (quando un’alluvione portò il livello dell’acqua a 194 cm), per mettere sul tavolo idee concrete ci sono voluti altri 20 anni. È quindi nel 1980 che si iniziano a muovere i primi passi in questa direzione: ad un gruppo di esperti è affidato il compito di progettare un’opera in grado di arginare l’alta marea ostruendo le bocche di Lido, Malamocco e Chioggia (dove effettivamente sono state posizionate le attuali barriere).

La fase di costruzione è stata la solita mangiatoia all’italiana
L’iter che ha portato alla sua costruzione è stato tutt’altro che semplice. Il primo prototipo ufficiale, venuto fuori dopo otto anni di lavoro (momento in cui tra l’altro all’opera fu attribuito il nome di MOSE, con chiaro rimando a quel Mosè biblico che permise al popolo ebraico la fuga dall’Egitto separando le acque del Mar Rosso), subisce un grosso rallentamento principalmente per due motivi: valutazioni negative sull’impatto ambientale – poi superate negli anni 2000 con una sentenza del Tribunale regionale amministrativo (Tar) del Veneto – e irregolarità nelle concessioni – la Commissione Europea aveva segnalato che l’appalto dei lavori era stato affidato al Consorzio Venezia nuova senza che ci fosse un regolare bando di gara pubblica.
Scandali di questo tipo si sono verificati anche negli anni successivi – e hanno portato tra l’altro a 35 arresti tra politici locali e dirigenti del Consorzio per corruzione e frode fiscale -, tant’è che anche se i lavori sono cominciati nel 2003, ad oggi non si sono ancora totalmente conclusi. È vero, come abbiamo scritto all’inizio del pezzo, che il MOSE è in funzione (ormai dal 3 ottobre del 2020) e sta assolvendo ai doveri per cui è stato costruito, ma rimane ancora poco meno di un 10% da completare. Le previsioni dicono che i lavori dovrebbero chiudersi entro il 31 dicembre 2023. Un arco di tempo che, se calcolato nella sua totalità, sembra infinito e che di certo ha aggiunto ulteriori costi a quelle che erano state le stime iniziali. I dati messi in ordine da Pagella Politica – sulla base di quanto scritto nel Rapporto 2022 sulle infrastrutture strategiche e prioritarie del Servizio studi della Camera – dicono che “al 31 maggio 2022, il costo indicato per il Mose era di 6,2 miliardi di euro, 670 milioni in più rispetto ai 5,5 miliardi rilevati a dicembre 2020 e oltre due miliardi in più – il 51 per cento – rispetto a quanto inizialmente previsto”. A questi si sommano gli interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione che la progettazione di un’opera imponente come questa non può non mettere in conto. Sempre Pagella Politica scrive che per tali attività “nell’agosto 2020 il secondo governo Conte ha stanziato (art. 95) 40 milioni di euro all’anno, tra il 2021 e il 2034” e che “con la legge di Bilancio per il 2021 lo stesso governo ha aggiunto ulteriori 23 milioni all’anno a partire dal 2022”. Per un totale, quindi, di 63 milioni di euro l’anno destinati solo alla manutenzione. All’appello manca ancora un’ultima cifra: quella della messa in funzione dell’opera. L’ufficio stampa del Commissario straordinario per il Mose ha riferito che «nel periodo 2020-2021 ogni sollevamento è costato 272 mila euro, mentre nel 2021-2022 i costi sono scesi a 211 mila euro grazie soprattutto a miglioramenti nelle procedure».

L’incognita dell’innalzamento progressivo dei mari
Ma quante volte è stato calcolato che queste barriere debbano sollevarsi? Con questa domanda arriviamo al punto critico della vicenda. L’acqua alta, come l’abbiamo definita fino ad ora, o alta marea, oltre a dipendere da fattori astronomici (tra cui l’attrazione gravitazionale e la forza centrifuga tra Terra e Luna) è soggetta ad altri elementi, che in parte possiamo “influenzare” con le nostre azioni: meteorologia (pioggia e vento), innalzamento del mare dovuto al cambiamento climatico (per via dello scioglimento delle calotte glaciali) e abbassamento del suolo. A Venezia quest’ultimo, tra il 1950 e il 1970, si è ridotto di circa 12 centimetri soprattutto a causa dello svuotamento e sfruttamento della falda acquifera sotterranea (processo molto utilizzato negli anni ’50 e ’60 per scopi industriali). Numeri che per una città così vicina al mare contano parecchio. Tant’è che la Basilica di San Marco, ad esempio, si allaga anche quando la marea supera gli 80 centimetri (e accade per almeno 100 giorni all’anno): l’acqua ha già danneggiato nel tempo parte della sua pavimentazione. Quelle che stiamo facendo noi oggi sono riflessioni e considerazioni relativamente “recenti” e che, all’epoca della progettazione del MOSE nessuno ha tenuto in considerazione (chi parlava di cambiamento climatico negli anni ’60?). Motivo per cui le barriere dell’opera non sono state pensate per sollevarsi un numero di volte così alto.
Per ora funziona, ma quanto durerà?
Secondo gli studiosi interpellati dal Washington Post, se da questo momento in poi le più grosse potenze mondiali riuscissero a tenere a bada le proprie emissioni di gas serra (dimezzandole e quindi attenuando gli effetti del cambiamento climatico), è probabile che il Mose, per come è progettato, funzioni ancora per i prossimi 100 anni. La realtà però non ci permette di essere così “ottimisti”. «Sappiamo che è temporaneo. È difficile indirizzare un progetto grande e lento verso una scienza in rapido movimento» ha detto Giovanni Zarotti, Direttore tecnico del Consorzio Venezia Nuova. Tant’è che la paura più grande, alla fine, è che le barriere del MOSE finiscano per stare “in piedi” praticamente tutto l’anno, condannando al collasso l’ecosistema lagunare (che vive grazie allo scambio d’acqua con il mare) e il traffico marittimo. E spaventa, soprattutto, il fatto che non si sa quando accadrà. Quello che rimane è affidarsi a numeri e previsioni. Se solo il livello del mare si alzasse di 30 cm, ad esempio, gli esperti dicono che il Mose entrerebbe in funzione almeno una o due volte a settimana. Sarebbe un guaio economico sotto tutti i punti di vista: per la manutenzione, per il costo stesso che il sollevamento comporta, per il passaggio di imbarcazioni e per gli operatori del porto. Per non parlare della pesca. Non è un’ipotesi remota, anzi. La NASA dice che (previsioni pubblicate sulla mappa Sea Level Portal su dati dell’Ipcc), seppur considerando tutte le variabili del caso, in Italia il livello dei mari è destinato a salire tra i 40 e i 90 centimetri entro il 2100. Per il MOSE significherebbe entrare in funzione fino a 500 volte all’anno. Ergo, laguna costantemente chiusa. Un problema notevole anche per l’ecosistema, visto che uno studio del CNR ha rilevato che il MOSE ha già impattato notevolmente sull’erosione dei fondali lagunari e con probabili conseguenze nocive ancora non stimabili sulla biodiversità degli stessi. Allarme al quale si è aggiunto quello di un gruppo di ricercatori dell’Università di Padova, secondo i quali il funzionamento del MOSE potrebbe far sparire le “barene”, ovvero il sistema di isolette della laguna che rimangono vive proprio grazie alle alte maree che ciclicamente le ricoprono.
Il futuro è quindi incerto. Alcuni esperti hanno già messo sul tavolo la necessità di intervenire, ipotizzando di apportare degli aggiustamenti al sistema (ad esempio innalzando le barriere più in alto e permettendo comunque ad una piccola parte di acqua di fluire verso la laguna, creando “un’inondazione di basso livello”). Ma la verità è che una valida alternativa ad oggi non esiste, principalmente perché il progetto negli anni è rimasto cieco davanti a quello che gli stava capitando attorno. Si sarebbe potuto aggiustare il tiro, sospendere una parte dei lavori, ripensarla, adeguarla. Invece, ora che il MOSE è quasi terminato (quasi!) sembra già una realtà superata.
[di Gloria Ferrari]




Riguardo al cambiamento climatico, è assolutamente vero che onde climatiche di cambiamento hanno sempre attraversato il nostro pianeta, il medio evo è stato un periodo molto caldo per esempio. È altrettanto vero che miliardi di tonnellate di co2 non erano mai state immesse nell’atmosfera in poche diecine di anni insieme ad altri gas. Questo per dire che posizioni “o questo o quello” le trovo estremiste, o se la verità come spesso accade fosse nel mezzo?
Vorrei rivolgere una domanda ai commentatori che ci ricordano ancora una volta che l’uomo non ha proprio niente a che vedere con i cambiamenti climatici: scusatemi, ma vi pare che il nocciolo dell’articolo sia quello?
Non solo, certo, ma nell’articolo si fa riferimento in modo molto chiaro che la sostenibilità del Mose è legata molto ai cambiamenti climatici, nello specifico all’innalzamento del livello del mare.
Per inciso io non ho scritto che l’uomo “non ha proprio niente a che vedere…”, ma che è complice, non principale artefice
Il contributo antropico al “cambiamento climatico” è del tutto marginale; il clima cambia ciclicamente da solo e da sempre. Non lo dico io, lo dicono più di mille scienziati che, a differenza di Greta, pare non vengano nemmeno ascoltati dai governi. Sarà forse per via del business immenso che si accompagna al concetto di “cambiamento climatico”? Suggerisco la lettura del libricino di Franco Battaglia “non esiste alcuna emergenza climatica”.
Basta parlare di cambiamento climatico ad opera dell’uomo. È vero che l’uomo influisce sul processo perché distrugge ed inquina ma la natura è molto più forte e quello che vediamo oggi sono cambiamenti purtroppo naturali che l’uomo può solo cercare di arginare.
Assillare con i cambiamenti climatici è solo una delle tante forme di terrorismo per giustificare le ormai continue limitazioni delle libertà personali.
Avrei voluto sentire le scuse, in questi due anni di funzionamento efficace del MOSE, di tutti gli ingegneri, gli architetti e le altre categorie di esperti che non si stancavano di ripetere che il MOSE non avrebbe mai funzionato. Laura Marrone