mercoledì 4 Marzo 2026

La storia dei narcos in Messico e gli assurdi effetti della “guerra alla droga”

Quella di accostare l’America del Sud al narcotraffico è un’operazione, spesso inconscia, che ormai facciamo da molti anni. È vero, in questa parte di mondo il traffico di droga ha una lunga tradizione alle spalle, ma è soltanto in epoca relativamente moderna (attorno agli anni 2000) che la questione si è allargata a tal punto da coinvolgere buona parte del continente, lasciandosi dietro una scia di sangue e morti.

I motivi di tale espansione e risonanza sono diversi, tutti interconnessi tra loro. Solo per citarne alcuni potremmo fare riferimento alla frammentazione dei grossi cartelli della droga in “cellule” più piccole, l’impoverimento generale della popolazione e l’intensificarsi della corruzione, che si è insinuata senza troppe difficoltà nel Governo e nelle Istituzioni. Tutti elementi che hanno spianato la strada all’avanzata del narcotraffico, che più che essere considerato in una dimensione locale, ormai va visto in chiave globale. È proprio questa sua “esportazione” che ha cambiato e trasformato radicalmente il Sud America, diventata la “sede” delle principali mafie del mondo, che da qui riescono agilmente a gestire i loro traffici transoceanici.

C’è una nazione, che più di altre, ricopre un ruolo chiave in questo panorama: il Messico, uno Stato – ponte dilaniato dalla piaga del narcotraffico, che negli ultimi 20 anni ha ucciso quasi mezzo milione di persone, e ne ha costrette 400mila ad emigrare altrove. È chiaro che la strategia militare adottata fino ad ora – compresa quella dell’attuale presidente Andrés Manuel López Obrador – continua a non funzionare.

guerra alla droga

Perché proprio il Messico?

Se la “guerra alla droga” ha caratterizzato la storia messicana degli (almeno) ultimi quindici anni, la ragione è prima di tutto geografica. La nazione, situata tra gli Stati Uniti e il resto del Sud America, è inevitabilmente una zona di passaggio per persone e merci, in viaggio tra le due Americhe. È così che il Messico si è “conquistato” il ruolo che attualmente ricopre.

America cartina

Tra l’altro si tratta di uno dei Paesi più pericolosi al mondo per svolgere il ruolo di giornalista. Per questo motivo le denunce e le inchieste sui traffici illeciti sono spesso soffocate nel sangue prima di essere portate a termine, e molti professionisti rinunciano già in partenza a lavori di questo tipo. L’autocensura è molto diffusa. Qualche anno fa, ad esempio, un quotidiano di Ciudad Juárez (una città nello Stato messicano di Chihuahua), dopo l’uccisione di alcuni membri della redazione aveva pubblicato una lettera rivolgendosi direttamente ai gruppi criminali, chiedendogli: “Spiegateci cosa volete da noi, cosa dovremmo pubblicare o non pubblicare, così sappiamo cosa aspettarci”.

La storia dei clan messicani è strettamente collegata a quella della Colombia. I primi, infatti, all’inizio erano impiegati come “distributori” della droga colombiana, almeno fino agli anni Ottanta. È lì che si produceva la droga, non in Messico. È lì che avveniva la lavorazione e il confezionamento. Al Messico spettava “solo” immetterla nel mercato. Nel Paese infatti non vi era alcun tipo di produzione autonoma di sostanze, ma per merito di Miguel Ángel Félix Gallardo, un poliziotto che ad un certo punto della sua carriera è passato dalla parte del crimine, il Messico ha ottenuto la fiducia dei grossi cartelli colombiani, arricchendosi e acquistando prestigio.

Gallardo

Gallardo era riuscito a convincere Pablo Escobar, politico e criminale colombiano noto per essere stato uno dei più grossi trafficanti di cocaina e marijuana della storia, a vendere agli Stati Uniti le sostanze stupefacenti prodotte in Colombia proprio tramite il Messico, una rotta più sicura e meno soggetta a controlli di quella Caraibica. Per assolvere alla “missione”, Gallardo aveva riunito sotto un unico grande gruppo tutti i principali narcotrafficanti del Paese, dando vita al Cartello della droga di Guadalajara.

Sono loro, i cartelli (il cui termine, di derivazione economica, sta ad indicare un insieme di organizzazioni) ad occuparsi della distribuzione della droga negli USA. Piccola precisazione. Alcuni esperti dissentono dall’utilizzare esclusivamente il termine “cartello”. A loro dire è limitante e non rispecchia la varietà del fenomeno. Quelli che noi definiamo “signori della droga” sono infatti spesso legati ad altri settori oltre a quello degli stupefacenti. Hanno a che fare con il traffico di carburante rubato, traffico di immigrati, medicine, animali rari e molto altro ancora.

Per quanto riguarda gli stupefacenti, le principali sostanze che finiscono in America sono cocaina, fentanil, eroina, marijuana e metanfetamina. Alcune sono prodotte esclusivamente in Colombia (come la cocaina) e altre provengono dal mercato messicano (come eroina e metanfetamine). A preoccupare è soprattutto la rapida diffusione del fentanil, un oppioide sintetico considerato circa 200 volte più potente dell’eroina e che le autorità messicane hanno sequestrato nel 2020 con una frequenza cinque volte maggiore rispetto al 2019. Il traffico di denaro che ruota attorno a questi scambi è molto ampio: buona parte di questo viene utilizzato a sua volta per corrompere politici, giudici e poliziotti, garantendo in questo modo la sopravvivenza relativamente sicura del mercato degli stupefacenti.

Utilizzo di sostanze stupefacenti negli USA
Utilizzo di sostanze stupefacenti negli USA\Fonte Rehabs, SAMHSA report

Da Gallardo a El Chapo

Questo modus operandi fiorì soprattutto durante il Governo di uno dei più importanti partiti politici messicani: il Partito Rivoluzionario Istituzionale, che permise ai gruppi di narcotrafficanti di stringere legami con una vasta rete di funzionari corrotti. Il partito rimase al potere per oltre 70 anni e fino agli anni 2000, quando l’elezione del presidente Vicente Fox del National Action Party (PAN) rimescolò le carte in tavola. A partire da quegli anni, infatti, ai cartelli non erano più garantiti quegli allacci con i politici che avevano instaurato nel tempo. Insomma, bisognava ricominciare da capo. Ecco perché negli anni successivi i narcotrafficanti hanno intensificato violenza e attacchi contro il governo, proprio nel tentativo di riappropriarsi di quella “presa” sui politici.

Nello stesso periodo ci fu un altro episodio che agitò la relativa quiete che fino a quel momento aveva fatto procedere in maniera piuttosto “liscia” i traffici di droga. Félix Gallardo, che si dice nel 1985 aver organizzato il rapimento (e l’uccisione) di un agente per dare un forte segnale di dissenso alla DEA (forze speciali che conducono operazioni in Messico), fu arrestato con l’accusa di omicidio – e altri reati –  nel 1989. Inizialmente l’uomo riuscì a continuare a gestire i traffici illeciti anche dal carcere. Per questo motivo fu trasferito negli anni ’90 in una prigione di massima sicurezza (dove è rinchiuso tutt’ora). La sua assenza fece perdere al Cartello della droga di Guadalajara la sua iniziale compattezza e organicità, finendo per dissolversi in tanti piccoli cartelli in lotta tra di loro, che con il tempo hanno reso il Messico quello che è oggi: una nazione martoriata dalla criminalità.

cattura gallardo

Tuttavia, nonostante l’estrema frammentazione, ci sono alcuni cartelli che, più di altri, si distinguono nel panorama nazionale. Dopo l’arresto di Gallardo ci fu un’altra persona, infatti, che cercò di riorganizzare in qualche modo i gruppi più influenti sotto un unico cartello. Era Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, meglio conosciuto come El Chapo, che fu presentato a Gallardo poco prima che finisse in carcere. L’uomo si dimostrò molto abile nel traffico di droga verso gli USA, tanto da divenire proprio il braccio destro di Gallardo (e da prenderne il posto dopo l’arresto). Fra i cartelli maggiormente riconosciuti c’è proprio il suo.

El Chapo
El Chapo al momento dell’arresto

I principali cartelli

Cartello di Sinaloa: ritenuta una delle organizzazioni dominanti nel traffico di droga in Messico, è stata propria fondata da El Chapo Guzman e guidata dallo stesso almeno fino al suo arresto, avvenuto nel 2014. Alcuni esperti credono che la sua “fama” possa essere stata indebolita dall’ascesa del CJNG e dalle continue lotte interne.

Cartello Jalisco New Generation (CJNG): nato nel 2010 come cellula del cartello di Sinaloa, è uno dei più potenti e in più rapida crescita sia in Messico che negli USA. La DEA l’ha inoltre valutata come “una delle cinque organizzazioni criminali transnazionali più pericolose al mondo “ e più violente. “El Mencho”, il leader del gruppo, è attualmente ricercato.

Beltran Leyva Organization (BLO): fondato dai quattro fratelli Beltrán Leyva, Marcos Arturo, Carlos, Alfredo e Héctor (ad oggi o morti o in carcere), il gruppo continua comunque la sua “tradizione” grazie ad alcune alleanze con cartelli più grandi. La sua storia comincia nello Stato di Sinaloa, con la collaborazione con piccoli coltivatori di papavero da oppio.

Cartello di Los Zetas: emerso nel 1999, il gruppo è composto da disertori delle forze speciali dell’esercito messicano. La sua peculiarità è la ferocia con cui agisce: sono noti i suoi massacri nei confronti dei civili, la pubblicazione online delle uccisioni e la distribuzione dei resti dei corpi in luoghi pubblici.

I cartelli messicani
I cartelli messicani\Fonte Limes

Parliamo di numeri

Secondo i dati riportati da Crisis Group – un’organizzazione non governativa, no-profit, transnazionale, che dal 1995 svolge attività di ricerca sul campo in materia di conflitti violenti, il numero di gruppi criminali in Messico è più che raddoppiato, passando dai 76 del 2010 ai 205 del 2020. Tra questi sono nove quelli che si distinguono per grandezza e organizzazione (alcuni ve li abbiamo citati nel paragrafo precedente).

Fonte Crisis group

Molti dei gruppi più piccoli sono cellule di quelle più grandi o finiscono per affiliarsi ad esse, anche se queste connessioni non sono sempre durature. Si tratta infatti o di gruppi a cui i cartelli più grandi forniscono risorse o di sottogruppi specializzati in determinati settori, “che operano in modo semi-indipendente da un gruppo più grande”. Con un totale di 70 cellule (tra quelle attualmente affiliate e quelle che lo erano in passato), il cartello di Sinaloa di El Chapo ha la più ampia tradizione di sottogruppi.

La frequente creazione di gruppi cellulari più piccoli ha influito anche sui luoghi in cui operano i criminali. Ad oggi il Messico è molto più “colonizzato” dalle bande di quanto non lo fosse in passato, soprattutto perché, come accennavamo precedentemente, il contrabbando non riguarda più solo la droga.

Crisis Group ha segnalato che nel 2009-2010 i gruppi hanno operato nell’11% dei comuni. Fra il 2019 e il 2020, la percentuale è arrivata al 29%. Per sostenersi economicamente, infatti, i gruppi hanno ampliato il loro raggio di attività. Per fare un esempio, nel 2014 il cartello Los Zetas aveva introiti in almeno 25 diversi settori diversi, dal disboscamento illegale al bracconaggio, dalla produzione e distribuzione di oppioidi all’estrazione e il furto di ferro. È molto probabile che, per questo motivo, le aree più ricche di risorse naturali siano anche quelle che attraggono più violenza.

Fonte Crisis Group

E, a proposito di violenza, anche in questo caso i numeri sono molto alti. Le vittime della “guerra alla droga” sono paragonabili a quelle di un conflitto vero e proprio. Decine di migliaia di civili morti, sfollati, desaparecidos, decine di migliaia di politici, giornalisti e organi della polizia fatti sparire nel nulla. Ci sono stati quasi 235mila omicidi dal 2006 al 2017. Nel resto degli anni non è andata meglio. Basti pensare che tra il 2018 e il 2021 la media annuale si è aggirata attorno alle 33mila uccisioni causate dalla guerra alla droga (per un totale di quasi 400mila dal 2006 al 2021) e che solo a gennaio del 2022 hanno perso la vita più di 2mila persone

Morti in messico
Morti in Messico a causa della guerra della droga

Fra questi, negli ultimi 15-20 anni, hanno perso la vita:

morti messico

Inoltre negli ultimi tre anni sono stati freddati quasi 1.500 agenti della polizia. A queste cifre va aggiunta quella degli oltre 80mila dispersi (2006-2021), che con molta probabilità non saranno ritrovati mai più.

Quali misure ha adottato il Messico per arginare il traffico di droga?

Negli anni la strategia non si è molto diversificata da quella che, per la prima volta, era stata adottata nel 2006 dall’allora Presidente Felipe Calderón. L’esordio della “Guerra al traffico di droga” fu accompagnato da un dispiegamento dell’esercito senza precedenti, sparpagliato per le strade e incaricato a combattere direttamente i cartelli sul suolo pubblico. È vero che, con l’aiuto degli USA, negli anni l’esercito messicano è riuscito a catturare o uccidere almeno venticinque fra i più importanti boss della droga, ma molti critici sostengono che la violenza militare non abbia fatto altro che frammentare i cartelli, dando vita a bande sì più piccole ma più violente.

droga messico

Una strategia dunque che in realtà strategia non era, e che nulla poteva contro la minuziosa diffusione e radicalizzazione dei gruppi criminali. Le amministrazioni che si sono susseguite negli anni a venire hanno di fatto replicato le scelte di Calderón, ottenendo spesso risultati contrari a quelli desiderati e istigando sempre più violenze. Enrique Peña Nieto, presidente dal 2012 al 2018, nonostante la promessa di concentrarsi sulla riduzione delle violenze, non ha fatto altro che affidarsi continuamente all’esercito, istituendo addirittura una nuova forza di polizia nazionale apposita. L’attuale presidente, Andres Manuel Lopez Obrador (in carica dal 2018) all’inizio del suo mandato aveva detto di volersi concentrare sulla riduzione dei tassi di omicidio, aumentando la sicurezza per le strade ed evitando di incentrare tutta la strategia politica sulla cattura dei signori della droga. Il suo approccio, che sembrava aver imboccato la direzione giusta (proponendo, ad esempio, di depenalizzare le droghe) non ha resistito alla tentazione di far scendere in campo una nuova guardia nazionale, proprio come i suoi predecessori.

Non è chiaro, invece, che più che i proiettili servirebbero invece dei piani che tutelino i più fragili nelle zone maggiormente colpite dalle violenze e che ci sia piuttosto bisogno di una lotta interna, di contrasto alla corruzione. Il rischio è che, altrimenti, i cittadini stessi si armino fino ai denti (come sta iniziando ad accadere) e che la giustizia privata alimenti una scia di morte senza fine.

[di Gloria Ferrari]

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1 commento

  1. E la responsabilità di tutto il traffico di droga,dei narcotrafficanti, dei vari cartelli,da chi è sempre stato dettato dai farabutti americani tossici e opportunisti e dai corrotti perbenisti falsi europei de mierda ,che additato, ma che siamo i maggiori responsabili ,di catastrofi,di guerre,di sfruttamento e corruzione.sveglia

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