In Europa i grandi marchi non potranno più distruggere i capi d’abbigliamento invenduti

Niente più scarpe, abiti e accessori nuovi mandati al macero solo perché rimasti invenduti. Nell’Unione Europea è ufficialmente entrato in vigore il divieto che impedisce alle grandi aziende del settore tessile e calzaturiero di distruggere le rimanenze di magazzino, una misura destinata a estendersi anche alle imprese di medie dimensioni dal 2030. Il provvedimento rappresenta una delle prime applicazioni concrete del Regolamento europeo sulla progettazione ecosostenibile dei prodotti, approvato nel 2024 con l’obiettivo di ridurre gli sprechi e favorire un modello produttivo più sostenibile.

La nuova normativa nasce dalla consapevolezza che ogni prodotto eliminato prima ancora di essere utilizzato comporta un doppio costo: da un lato lo spreco di materie prime, acqua, energia e lavoro impiegati durante la produzione, dall’altro le emissioni generate dalle operazioni di smaltimento. Per questo motivo Bruxelles punta a mantenere i prodotti il più a lungo possibile nel ciclo economico, privilegiando la vendita attraverso sconti o canali alternativi, la donazione a enti benefici e imprese sociali oppure il riutilizzo mediante riparazione, ricondizionamento e rigenerazione. La distruzione dei prodotti resterà consentita soltanto in casi specifici, ad esempio quando gli articoli risultano danneggiati, pericolosi, contraffatti, violano diritti di proprietà intellettuale oppure non possono essere destinati alla donazione perché rifiutati dagli enti destinatari. In queste circostanze le imprese dovranno comunque dimostrare la legittimità della scelta attraverso adeguata documentazione e rendicontazioni annuali. I documenti dovranno essere conservati per almeno cinque anni, così da consentire eventuali controlli da parte delle autorità nazionali, incaricate anche di applicare le sanzioni in caso di violazioni.

Il regolamento si inserisce nella strategia europea per la transizione verso un’economia circolare e individua proprio il comparto tessile come uno dei settori prioritari. Secondo le stime dell’Agenzia europea dell’ambiente, tra il 4% e il 9% dei prodotti tessili immessi ogni anno sul mercato europeo viene distrutto prima ancora di essere utilizzato, pari a un volume compreso tra circa 264 mila e 594 mila tonnellate. Per molti marchi, fino a oggi, distruggere parte delle rimanenze si è rivelata una scelta economicamente più conveniente rispetto alla gestione di sconti consistenti o alla distribuzione su mercati secondari, anche per evitare ricadute sull’immagine del brand. Le nuove regole europee intendono modificare questo equilibrio, incentivando una migliore programmazione della produzione e promuovendo pratiche come il riuso, la riparazione e il riciclo.

A rendere necessario un intervento normativo di questo genere è infatti anche il forte impatto ambientale del modello del fast fashion, basato su produzioni rapide, prezzi molto bassi e un ricambio continuo delle collezioni. Negli ultimi vent’anni il consumo di capi di abbigliamento è cresciuto sensibilmente, mentre la loro durata media si è progressivamente ridotta: si acquista di più, ma si utilizza ogni singolo capo per un periodo sempre più breve, alimentando una crescente quantità di rifiuti tessili; a questo fenomeno si è aggiunta la crescita degli acquisti online, dove il tasso di reso è particolarmente elevato e contribuisce ad aumentare il volume delle giacenze e degli invenduti. Gran parte di questo modello produttivo si fonda sull’impiego di fibre sintetiche derivate da combustibili fossili, come il poliestere, oggi il materiale più diffuso nell’industria dell’abbigliamento.

Oltre a richiedere l’impiego di petrolio e gas, la produzione tessile esercita una forte pressione sulle risorse idriche. Secondo la Banca Mondiale, infatti, la lavorazione dei tessili è responsabile di circa il 20% dell’inquinamento delle acque a livello mondiale, rendendo il comparto uno dei principali fattori di contaminazione delle risorse di acqua dolce. E poiché la domanda globale di abbigliamento è destinata ad aumentare ulteriormente entro il 2030, con il rischio di aggravare l’impatto ambientale se i modelli di produzione e consumo non cambieranno, la strategia europea punta proprio a invertire questa tendenza, promuovendo un modello più circolare nel quale i prodotti rimangano in uso il più a lungo possibile e i materiali possano essere recuperati e reimpiegati.

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Simone Valeri

Laureato in Scienze Ambientali e in Ecobiologia, attualmente frequenta il Dottorato in Biologia ambientale ed evoluzionistica della Sapienza. Oltre alle attività di ricerca, si dedica al giornalismo ambientale e alla divulgazione scientifica.

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