Vietato esporre la cultura russa: l’UE conferma la sanzione contro la Biennale di Venezia

Dopo mesi di annunci, minacce e indagini è ufficiale: l’Unione Europea ha revocato alla Biennale il finanziamento comunitario di due milioni di euro per il caso della riapertura del padiglione russo. La decisione è stata presa dall’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura, ente dell’UE che gestisce i finanziamenti del settore; la Biennale ha detto che farà ricorso contro di essa. Il caso era esploso lo scorso marzo, quando era stato annunciato che la Russia avrebbe partecipato alla mostra internazionale d’arte di Venezia per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina, scatenando l’indignazione di Bruxelles. Nei mesi, l’UE ha aperto le procedure per ritirare i finanziamenti comunitari alla Fondazione che cura l’evento, e l’Italia, pur non chiedendo di tagliare i fondi alla Biennale, si è schierata dalla parte di Bruxelles, inviando ispettori in laguna.

L’annuncio della revoca dei fondi europei alla Biennale è stato dato dal portavoce della Commissione europea Thomas Regnier. «Gli eventi culturali finanziati con i soldi dei contribuenti europei dovrebbero salvaguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione, valori che non vengono rispettati nella Russia di oggi», ha dichiarato al quotidiano ucraino European Pravda, spiegando le ragioni della decisione. «A seguito della valutazione e della raccomandazione legale della Commissione, l’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura (EACEA) ha deciso di interrompere il finanziamento di 2 milioni di euro concesso alla Fondazione La Biennale di Venezia». Il riferimento è alla raccomandazione formulata dalla Commissione europea lo scorso luglio, con cui l’esecutivo comunitario aveva invitato l’EACEA a revocare il finanziamento alla Fondazione in seguito alla riapertura del padiglione russo.

La vicenda risale allo scorso marzo, quando la Fondazione Biennale annunciò che, per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina, la Russia avrebbe partecipato alla manifestazione. La reazione europea – e, seppur con modalità diverse, anche quella italiana – è stata immediata. In un primo momento, i ministri della Cultura di 22 Paesi europei, di cui 20 membri dell’Unione, hanno inviato una lettera alla Fondazione chiedendo di confermare l’esclusione della Russia e dei suoi artisti; l’Italia non ha sottoscritto il documento, ma il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha preso le distanze dalla decisione della Biennale, annunciando che non avrebbe partecipato al vernissage della mostra. Un mese dopo sono arrivate le prime minacce e comunicazioni ufficiali da parte della Commissione, che ha prospettato la revoca dei finanziamenti concedendo alla Fondazione 30 giorni per presentare eventuali osservazioni. Parallelamente, il ministro Giuli ha disposto l’invio di ispettori per fare luce sulla vicenda. La Biennale ha quindi avviato un’indagine interna per verificare il rispetto del regime sanzionatorio europeo, concludendo di avere agito in conformità alle procedure previste dalla normativa comunitaria.

Dopo mesi di polemiche e pressioni politiche, la soluzione adottata dagli organi della Biennale è stata quella di consentire formalmente la partecipazione della Russia senza aprire al pubblico il suo padiglione. Fin dall’inaugurazione della mostra, lo spazio espositivo è rimasto chiuso, sebbene le installazioni siano visibili dalle finestre. Gli artisti russi sono stati inoltre esclusi dalle premiazioni, decisione assunta dalla giuria, che ha successivamente annunciato le proprie dimissioni: la scelta aveva infatti sollevato una nuova polemica, poiché la giuria ha esteso l’esclusione anche agli artisti israeliani: «Questa giuria si asterrà dal prendere in considerazione quei Paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale», spiegava infatti l’organo. Secondo la giuria, insomma, si trattava di un atto di coerenza: se la Russia doveva essere esclusa perché accusata di crimini, lo stesso doveva valere per Israele. Dalle istituzioni e i ministri europei, tuttavia, le spade si sono levate contro Mosca e in difesa di Tel Aviv, a dimostrazione della natura squisitamente politica della questione.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.

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