Il domani di ieri: ripensare il tempo

Siamo sottoposti continuamente alla misura del tempo: l’organizzazione del lavoro, le scadenze da rispettare, il rincorrersi degli appuntamenti, le scansioni e le successioni delle esigenze di ogni giorno, le nuove date da mettere in agenda, le prenotazioni, le tempistiche che ritmano lo scorrere delle giornate: tutto ciò impone il rispetto di un orario, va a comporre una successione che dobbiamo governare. 

Siamo soprattutto testimoni e artigiani di un flusso continuo, di un tempo che corre in avanti, annientando quasi ogni momento appena trascorso. L’agenda consuma le cose da fare, le getta nel passato, le rende eseguite o rinviate ma sempre prigioniere di uno scorrimento cronologico inevitabile. Pagine da sfogliare una dopo l’altra, come se il libro fosse già scritto. 

Se di tutto ciò però abbiamo una qualche consapevolezza, allora ci viene restituita l’attenzione su quanto stiamo vivendo e diventa anche possibile una sua espansione temporale e territoriale. Si attenuano così le misure, le quantità, i controlli, i calcoli e prende piede la qualità, l’atteggiamento di chi sente di vivere tempi-spazi totalmente propri, come effetti di un dono, come occasioni che non necessariamente vanno riempite con uno scopo, con un significato predisposto. 

Possiamo allora uscire dai confini, dalle esigenze immediate, sapere l’ora esatta perde parte del suo potere di controllo. Le cifre vengono a far parte di un flusso, diventano perfino indifferenti. 

Se il tempo si dilata, si scontorna, si moltiplica, risulta inaccessibile in sé perché magari siamo distratti, allora siamo già in ferie, nella vacanza, cioè etimologicamente nel mancare, nel poter rinviare. 

Ogni minima sospensione del tempo, ogni rinegoziazione di scadenza ha quasi il sapore di una minima eternità, come se il respiro di ogni cosa rimpiazzasse il nostro affanno. 

Scriveva Jorge L. Borges in Storia dell’eternità (Marsilio 1997) che «l’eternità, agognata con passione da tanti poeti, è uno splendido artificio che ci libera, sia pure in maniera fugace, dall’intollerabile oppressione di ciò che è successivo». 

Bisogna dunque riportare il tempo a una dimensione mitologica: non il suo passare ma il suo ritorno, non la sua misura ma la sua apertura e la sua grazia, non una speranza attesa nel futuro ma in parte già attuale. Il tempo si distende, diventa fluido, si incurva. 

Ripensare allora il tempo, attenuarne il determinismo, amministrare margini di libertà: l’estate ci aspetta come una magica aggregazione di un tempo pieno, non frammentato. Un luogo dove, per pochi o molti giorni non importa, ci racconteremo che non stiamo vivendo un’evasione, come se non fossimo più prigionieri, ma facciamo abitare la nostra mente e il nostro cuore da voci nuove e profonde che riprendono in mano i nostri orizzonti fuori da ogni vincolo, nella realtà estesa del presente, nella circolarità di ieri, oggi e domani. 

Lo ieri di domani e il domani di ieri coincidono nell’oggi, nel latino hoc dies, il giorno che stiamo vivendo, ciò che è davanti a noi, siano oggetti o persone. Il senso non è altrove, è qui disponibile, nella percezione, nella memoria, nella potenzialità. 

Quello che è eterno, diceva Aristotele, è circolare e quello che è circolare è eterno. 

Molti scherzando adesso diranno che sto proponendo una nuova utopia, l’adozione delle ferie circolari, quelle che non cominciano e non finiscono mai. 

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Gian Paolo Caprettini

Ha insegnato all'Università di Torino dal 1975 al 2013, dove è stato professore ordinario di Semiotica e Semiologia del Cinema, ha diretto Extracampus, la TV dell'Università, e il Master di Giornalismo. I suoi libri più recenti: Complice la poesia (L'Indipendente), Dizionario della fiaba italiana (Meltemi), Fatti non foste (Meltemi), San Francesco, il lupo, i segni (Cartman).

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