Secondo i dati Copernicus i mari non erano stati mai così caldi da quando esistono rilevazioni

I mari del pianeta non erano mai stati così caldi da quando esistono rilevazioni sistematiche. A certificarlo sono il Servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus e il Servizio marino di Copernicus, che hanno registrato il massimo riscaldamento oceanico mai osservato per questo periodo dell’anno. Secondo i dati diffusi dall’ente di monitoraggio europeo Copernicus, il 21 giugno la temperatura superficiale media globale del mare ha raggiunto 20,86°C, superando il precedente picco di 20,83°C registrato a giugno 2024. Nello stesso periodo, i valori medi riferiti all’arco temporale 1991-2020 non sfiorano nemmeno i 20,4°C. Incrementi apparentemente minimi ma in realtà già capaci di indurre effetti negativi misurabili.

Per gli esperti di Copernicus il nuovo record era atteso, specie alla luce della combinazione tra il riscaldamento globale di origine antropica e l’avvio di un nuovo episodio di El Niño, il fenomeno climatico legato al riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico equatoriale. L’Organizzazione meteorologica mondiale ha annunciato l’insorgenza delle condizioni di El Niño il 2 giugno e, secondo i modelli stagionali di Copernicus, l’evento potrebbe raggiungere un’intensità che non si osserva da decenni. «Con le temperature oceaniche a questi livelli e El Niño all’orizzonte, è probabile che nei prossimi mesi assisteremo al superamento di ulteriori record di temperatura», ha dichiarato Carlo Buontempo, direttore del Servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus, sottolineando che le condizioni attuali potrebbero segnare l’ingresso in una nuova fase climatica. Il riscaldamento degli oceani rappresenta uno degli indicatori più significativi della crisi climatica. Secondo il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC), circa l’89% del calore in eccesso accumulato dal sistema climatico terrestre viene assorbito dagli oceani, mentre il restante contribuisce al riscaldamento delle terre emerse, della criosfera e dell’atmosfera. Questo processo è la conseguenza dello squilibrio energetico provocato in larga misura dalle emissioni di gas serra generate dall’attuale modello socioeconomico dominante.

Già nel 2024 da Copernicus segnalavano un’accelerazione del fenomeno. Dal 2005 il ritmo del riscaldamento oceanico è infatti aumentato da 0,58 a 1,05 watt per metro quadrato (W/m²). Le misurazioni relative al periodo 1993-2022 indicano un incremento medio di 0,75 W/m², segnale di una quantità crescente di energia termica immagazzinata negli oceani. Le conseguenze sono molteplici. Sempre secondo Copernicus, temperature marine più elevate mantengono più calda l’atmosfera, aumentano l’evaporazione e forniscono maggiore energia ai sistemi temporaleschi, favorendo precipitazioni estreme e alluvioni. Il riscaldamento delle acque contribuisce inoltre all’innalzamento del livello del mare, accelera lo scioglimento dei ghiacci e altera gli ecosistemi marini. Le ripercussioni sugli ecosistemi sono anzi già evidenti, soprattutto a spese degli organismi meno mobili, come coralli, gorgonie, ricci di mare, molluschi e spugne che, in alcuni casi, vanno in contro ad eventi di mortalità di massa. Il progressivo aumento della temperatura favorisce inoltre lo spostamento di numerose specie verso acque più fredde e modifica gli equilibri della pesca e delle economie costiere. Tra gli aspetti da attenzionare c’è in particolare il fenomeno delle ondate di calore marine, periodi prolungati durante i quali la temperatura del mare rimane eccezionalmente elevata. Dall’inizio del 2026, circa l’82% degli oceani del pianeta è stato interessato da questi eventi, mentre quasi la metà della superficie oceanica ha sperimentato ondate di calore classificate come intense o estreme. Tra le aree maggiormente colpite figura il Mar Mediterraneo. I dati del Servizio marino di Copernicus indicano che nella prima metà del 2026 quasi il 98% della superficie del Mediterraneo è stata interessata da ondate di calore marine, con una temperatura record di 24,34°C nel mese di giugno. Nel Mediterraneo occidentale, nello specifico, è stata segnalata un’anomalia termica media di 5°C sopra i valori normali.

Uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances e condotto dal Cnr-Ismar e dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn conferma le trasformazioni in corso. La ricerca ha ricostruito l’evoluzione dello stato degli oceani negli ultimi 25 anni, analizzando temperatura, salinità, correnti, rimescolamento delle acque e abbondanza di fitoplancton. Secondo i ricercatori, una volta isolate le oscillazioni naturali del sistema climatico, il riscaldamento della superficie marina risulta più rapido di quanto stimato in precedenza, con un incremento medio di circa 0,022°C all’anno, rispetto agli 0,014°C annui ricavati senza questa correzione. Lo studio evidenzia inoltre cambiamenti nelle principali correnti oceaniche, un’intensificazione degli scambi verticali delle acque e modifiche nella distribuzione del fitoplancton, microorganismo fondamentale perché costituisce la base della catena alimentare marina e contribuisce all’assorbimento dell’anidride carbonica. Il monitoraggio continuo delle temperature oceaniche – sottolineano in definitiva da Copernicus – rappresenta uno strumento essenziale per valutare l’evoluzione del cambiamento climatico e verificare i progressi verso gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, che punta a limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Al momento, i nuovi record registrati confermano tuttavia che gli oceani stanno accumulando quantità sempre maggiori di calore, con effetti destinati a riflettersi sul clima, sugli ecosistemi marini e sulle attività umane.

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Simone Valeri

Laureato in Scienze Ambientali e in Ecobiologia, attualmente frequenta il Dottorato in Biologia ambientale ed evoluzionistica della Sapienza. Oltre alle attività di ricerca, si dedica al giornalismo ambientale e alla divulgazione scientifica.

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