Dopo la segnalazione di oltre 80 decessi sospetti, concentrati nella provincia della Repubblica Democratica del Congo dell’Ituri, è ufficiale: la nuova epidemia di ebola scoppiata nel territorio a cavallo tra la RDC e l’Uganda è una “emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale” (PHEIC, dall’inglese “public health emergency of international concern”). A definirla tale è stata l’Organizzazione Mondiale della Sanità, segnalando, oltre ai sospetti decessi per ebola, anche 8 casi di morte confermati in laboratorio e altri 246 sospetti contagi in almeno tre zone sanitarie. Secondo l’OMS al momento non ci sarebbe un’emergenza pandemica, ma i Paesi confinanti con la RDC – tra cui proprio l’Uganda – risultano ad alto rischio di diffusione del virus. Le PHEIC sono eventi che costituiscono un rischio per la salute pubblica esteso su scala internazionale; esse non si sovrappongono necessariamente alle pandemie, ma richiedono un intervento globale per evitare che i contagi travalichino il confine dei singoli Stati direttamente coinvolti.
La nuova epidemia che ha interessato l’area nordorientale della RDC è scoppiata attorno al 15 maggio; a venire trasmessa, la specie Bundibugyo (spesso abbreviata in BBDV) che appartiene al genere degli ebolavirus. L’area interessata è la provincia dell’Ituri, con tre zone sanitarie a Mongwalu, Rwampara e Bunia, quest’ultima città capoluogo della regione. Il giorno seguente, sono stati segnalati i casi confermati e sospetti nella RDC, a cui si sono aggiunti un caso di contagio e un caso di decesso anche a Kampala, in Uganda; questi ultimi riguardavano persone provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo. Un ultimo caso sospetto riguardava un individuo di ritorno dall’Ituri a Kinshasa, capitale della RDC, che tuttavia è risultato negativo ai test. Al momento, il numero reale delle persone infette risulta incerto, così come la diffusione geografica dell’evento; a causa dei casi segnalati, tuttavia, l’OMS teme una possibile estensione anche a Kampala a Kinshasa e nel Nord Kivu, provincia della RDC confinante con l’Ituri. Vista la situazione, ieri, 17 maggio, l’OMS ha determinato che la situazione costituisce una PHEIC.
L’OMS definisce le PHEIC «eventi straordinari che si ritiene costituiscano un rischio per la salute pubblica di altri Stati a causa della diffusione internazionale di una malattia e che potenzialmente richiedono una risposta internazionale coordinata». Per essere classificata come PHEIC, una situazione deve: essere grave, improvvisa, insolita o inaspettata; avere implicazioni per la salute pubblica al di là dei confini nazionali dello Stato interessato; richiedere la possibilità di un intervento internazionale immediato. Non vanno, insomma, confuse PHEIC e pandemie: se una pandemia comporta rischi sanitari globali, una PHEIC implica il rischio che una malattia si diffonda in due o più Stati; insomma, tutte le pandemie sono PHEIC, ma non tutte le PHEIC sono pandemie.
Oltre al pericolo di diffusione internazionale di una determinata malattia, le PHEIC prevedono che le comunità nazionale e internazionale intervengano per evitare che questo medesimo rischio si concretizzi; definire un evento una “emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale”, insomma, è una sorta di chiamata all’azione per prevenire i contagi e intervenire sui malati. Nel caso specifico del nuovo focolaio di ebola BBDV, l’OMS ha raccomandato agli Stati coinvolti di attivare i meccanismi nazionali e subnazionali di gestione delle emergenze e istituire un centro operativo di emergenza, in modo da coordinare le attività e garantire il monitoraggio della malattia; «tali misure devono includere una sorveglianza rafforzata, compreso il tracciamento dei contatti, la prevenzione e il controllo delle infezioni, la comunicazione del rischio e il coinvolgimento della comunità, i test diagnostici di laboratorio e la gestione dei casi». Ha chiesto inoltre a RDC e Uganda di collaborare con la popolazione civile e con le figure di riferimento della comunità locale per rafforzare i meccanismi di monitoraggio, e di implementare le misure di prevenzione, la sorveglianza nei laboratori, e lo screening in entrata e uscita dalle infrastrutture internazionali. Gli altri Stati membri dell’OMS, invece, sono invitati a fornire ai viaggiatori diretti verso le aree colpite informazioni per prevenire e minimizzare i rischi, a prepararsi a eventuali rimpatri di cittadini che hanno contratto il virus, e a evitare di imporre restrizioni ai viaggi e al commercio dalla RDC e dall’Uganda: «Tali misure vengono solitamente attuate per paura e non hanno alcun fondamento scientifico. Queste restrizioni incentivano il transito di persone e merci verso valichi di frontiera informali e non controllati, aumentando così le probabilità di diffusione della malattia».
L’ebola è un organismo virale altamente contagioso, che può essere contratto attraverso fluidi corporei. La malattia che provoca è rara, ma grave e spesso fatale. Oltre al BBDV esistono altre quattro specie di virus: il Sudan (SUDV), il Tai Forest (TAFV), lo Zaire (ZEBOV) e il Reston (RESTV); quest’ultimo si ritiene non possa provocare la malattia negli esseri umani, mentre lo Zaire è la specie di riferimento. Il virus è noto per l’epidemia scoppiata nel 2014 in Guinea, poi diffusasi, tra i vari, anche in Sierra Leone e Liberia. Ai tempi, Medici Senza Frontiere (MSF) definì la situazione una «epidemia senza precedenti». La gravità e la ampia estensione dell’epidemia spinsero diversi Paesi europei prima e gli USA poi a mandare squadre di specialisti nelle aree maggiormente colpite per arginare gli effetti dell’infezione; l’Italia contribuì inviando i medici dello Spallanzani di Roma. L’epidemia è terminata nel 2016, quando la malattia da ebola aveva provocato 11.325 morti in 10 Paesi, su un totale di 28 652 casi confermati.




