Afrika Bambaataa: il padre dell’hip hop che trasformò le gang del Bronx in una rivoluzione

«Non solo un sound. Una cultura, anzi una sottocultura metropolitana». Era questa la definizione che Afrika Bambaataa dava di quello che aveva contribuito a costruire: qualcosa di più grande di un genere musicale, qualcosa che avrebbe cambiato il modo in cui il mondo intero pensava alla strada, agli incastri di parole e anche alla street art. È morto giovedì 9 aprile 2026 in Pennsylvania, a 68 anni, per complicazioni legate a un cancro alla prostata. La notizia è stata annunciata dalla sua storica etichetta, la Tommy Boy Records, con un post su Instagram, e la conferma è arrivata dal suo avvocato. Mancavano otto giorni al suo sessantanovesimo compleanno.

Il suo vero nome era Lance Taylor, un dettaglio rimasto oscuro per decenni, poiché per lungo tempo si era creduto che si chiamasse Kevin Donovan, come lui stesso ha sostenuto per lungo tempo, un musicista della Harlem Underground Band il cui nome era comparso per errore sull’etichetta del suo primo disco. Afrika Bambaataa era invece il nome di un capo Zulù, figura della resistenza anti-apartheid: una scelta che diceva già tutto su chi voleva essere.

Dal Bronx al mondo

Nato il 17 aprile 1957 nel Bronx, quartiere di New York che negli anni Settanta bruciava letteralmente tra incendi appiccati dai proprietari per riscuotere l’assicurazione, palazzi abbandonati e strade governate dalle gang; lui stesso da adolescente fece parte della gang Black Spades. La svolta arrivò con un viaggio in Africa vinto a un concorso scolastico: tornato nel Bronx, decise di convertire la struttura delle gang in qualcosa di diverso. Fondò la Universal Zulu Nation, comunità aperta a rapper, DJ, writer e b-boy, che avrebbe funzionato da rete di pace e creatività in un quartiere sull’orlo del collasso.

Insieme a DJ Kool Herc e Grandmaster Flash, forma quella che i giornalisti hanno poi chiamato la “trinità non ufficiale” dell’hip hop: tre architetti che, partendo dalle feste di strada del Bronx, assemblarono i mattoni di quello che sarebbe diventato il genere dominante della musica mondiale. Ma Bambaataa era quello con la visione più larga, il più elettrico, il più curioso delle contaminazioni, oltre che molto prolifico.

Planet Rock e la musica elettronica

Nel 1982, con il produttore Arthur Baker e il tastierista John Robie, costruì “Planet Rock” attorno a un campionamento di “Trans-Europe Express” dei Kraftwerk, mescolando funk, sintetizzatori e drum machine Roland TR-808. Rolling Stone la votò terza miglior canzone hip hop di tutti i tempi.

“Planet Rock” non fu solo un successo: fu un atto fondativo. Dalla sua struttura elettronica nacquero, per linea diretta o per ispirazione, la house di Chicago, la techno di Detroit, il Miami bass, il freestyle latino. Bambaataa aveva preso un suono europeo e lo aveva restituito al mondo, il suo mondo. Poi, nel 1984, ripeté l’operazione in senso inverso: incise “World Destruction” con John Lydon – il leggendario Johnny Rotten dei Sex Pistols – unendo punk e hip hop due anni prima che i Beastie Boys ne facessero un genere.

L’Italia: da Avitabile a IceOne

Il rapporto di Bambaataa con l’Italia è più ricco di quanto si sappia. Il primo tour europeo risale all’autunno del 1982, con Parigi e Londra come tappe iniziali, ma l’Italia arrivò presto dopo. Nel 1988 si esibì a Vota la Voce, popolare show televisivo di Fininvest, e “Reckless”, il suo singolo con gli UB40, finì nella compilation del Festivalbar di quell’anno.

Sempre nel 1988 collaborò con Enzo Avitabile, sassofonista e cantautore napoletano, per il singolo “Street Happiness”, registrato ai Green Street Studio di New York. Quel pezzo raccontava un’amicizia nata nel backstage di un’Italia che stava scoprendo l’hip hop. In un’intervista al Mattino del 2023, i due si ritrovarono dopo quasi trentacinque anni: Bambaataa ricordava quei giorni con una concretezza affettuosa, citando nome per nome le persone che aveva incontrato. «Con Avitabile, con Tullio De Piscopo, con Jovanotti ricordo dei giorni bellissimi in Italia in quella fine anni Ottanta. Era questione di feeling, non certo di colore dell’epidermide.» E aggiungeva: «Mi piacerebbe rivedere Napoli con calma. So che è diventata un centro di produzione importante per il nuovo rap». Non ha fatto in tempo.

Ma il legame più profondo con la scena italiana riguarda una figura meno nota al grande pubblico: IceOne, DJ nato a Torino nel 1966, cresciuto a Roma, fondatore del Colle der Fomento, uno dei gruppi hip hop più influenti della storia italiana. In un’intervista lo descrisse così: «IceOne non ha seguito l’onda della nascita dell’hip hop ma ha contribuito a formarla, per cui non posso che considerarlo uno dei padri di questa cultura. Lui c’era dai primi giorni».

Un’eredità complicata

La carriera di Bambaataa porta anche il peso di una vicenda che non può essere ignorata. Dal 2016 diversi uomini lo accusarono pubblicamente di abusi sessuali avvenuti negli anni Ottanta e Novanta, quando erano minorenni. Bambaataa negò sempre tutto. Non ci fu mai un processo penale, non ci fu mai una condanna. Ma quelle accuse gli costarono la guida della Zulu Nation, l’organizzazione che aveva fondato e che per decenni aveva rappresentato il cuore etico di tutta la sua visione. La stessa Zulu Nation prese le distanze da lui nel 2016, dichiarando di voler rimuovere dalle proprie fila tutti gli accusati di molestie.

L’Hip-Hop Alliance, al momento della sua morte, ha scelto parole misurate: «Riconosciamo che il suo lascito è complesso e ha animato discussioni serie all’interno della nostra comunità». Fuori discussione il suo lascito artistico, come ricordò ai tempi KRS One: «Se pensiamo all’hip hop, nulla può essere tolto ad Afrika Bambaataa. La storia è storia».

Nell’intervista al Mattino, gli fu chiesto di spiegare con poche parole cos’era l’hip hop. Rispose così: «Il rap esiste da sempre. Nei canti degli schiavi, nella musica nera, nella chiamata e risposta. Ma Kool Herc, Grandmaster Flash e io siamo passati alla storia come gli architetti perché abbiamo unito tutto questo al funky, all’arte del djing, della break dance, dei graffiti. Non solo un sound, ma una cultura, anzi una sottocultura metropolitana».

Una sottocultura che oggi è tra quelle dominanti del mondo e che ha probabilmente prodotto più musica, più contraddizioni e più bellezza di quasi qualunque altra forma espressiva del Novecento. Afrika Bambaataa non l’ha inventata da solo. Ma senza di lui avrebbe avuto un suono diverso, un respiro più corto, una visione meno larga. Tra otto giorni avrebbe compiuto sessantanove anni: la vita non gliene ha concessi altri, ma ha comunque fatto in tempo a scrivere mezzo secolo di storia.

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Mario Catania

Giornalista professionista dal 2011, si occupa di inchieste, reportage e attualità. Ha lavorato per la carta stampata, per l'online e come videoreporter, spaziando dalla cronaca alla politica e tematiche ambientali. Autore di libri e saggi, per L'Indipendente coordina i lavori del mensile.

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