La crisi degli aeroporti italiani ed europei per effetto della guerra in Iran continua ad aggravarsi. In uno dei bollettini aeronautici ufficiali (NOTAM) diffusi nella serata di ieri, l’aeroporto di Brindisi riferiva che, fino alle ore 12 di oggi, il carburante non sarebbe stato disponibile. Quantità limitate sarebbero state garantite solamente per voli statali, di ricerca e soccorso (SAR) e sanitari. Le compagnie aeree, riferiva il NOTAM, erano dunque invitate a pianificare i voli, facendo rifornimento negli aeroporti di partenza. La situazione sembra questa mattina parzialmente rientrata, con il nuovo bollettino che informa che la quantità massima di rifornimento per un aeromobile è di 5 mila litri – sufficienti per circa un’ora e mezza di volo. Tuttavia, sono sempre di più gli scali italiani a imporre restrizioni simili, con Reggio Calabria e Piacenza che si aggiungono alla lista. Nel mentre, la situazione in Medio Oriente non accenna a placarsi. Nella serata di ieri, Iran e USA hanno rigettato le rispettive proposte di pace e Trump ha minacciato Teheran di poter distruggere il Paese “in una notte”.
Il presidente di Aeroporti di Puglia, Antonio Maria Vasile, ha immediatamente rassicurato l’utenza: “al momento non c’è alcuna emergenza per quanto riguarda la disponibilità di carburante negli scali pugliesi. La situazione è sotto controllo, anche e soprattutto a Brindisi e non c’è alcun motivo per creare preoccupazioni o allarmismi. Le forniture di carburante continuano regolarmente e non c’è alcun rischio di carenza imminente”. Al momento la situazione sembra rientrata: media locali riferiscono dell’arrivo, proprio in questi minuti, di cisterne per rifornire lo scalo di carburante. Nel frattempo si sono aggiunti altri due aeroporti alla lista degli scali italiani che hanno introdotto restrizioni ai rifornimenti. Oltre a Bologna, Linate, Treviso e Venezia, anche lo scalo di Reggio Calabria ha introdotto un limite ai rifornimenti, mentre quelo di Pescara si troverà almeno fino almeno a domani, 8 aprile, con una sola cisterna da 20.000 litri disponibile.
Intanto, nella giornata di ieri, lunedì 6 aprile, Iran e USA hanno rifiutato le reciproche proposte – mediate dal Pakistan – di uno stop del conflitto. Teheran ha dichiarato di non avere intenzione di accettare condizioni per una tregua provvisoria, come proposto da Washington, rispondendo con una controproposta in 10 punti volta a giungere alla fine della guerra e non a una pausa momentanea nelle ostilità. Un funzionario iraniano avrebbe inoltre riferito a Reuters che, anche nel caso di un eventuale cessate il fuoco temporaneo, Teheran non autorizzerebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz. Nel corso di una conferenza stampa svoltasi ieri sera, il presidente Trump ha definito la proposta iraniana “non sufficiente”. Dopo aver fornito roboanti dettagli sulla missione di salvataggio del pilota americano disperso in Iran e aver nuovamente detto di non essere preoccupato di commettere crimini di guerra per annientare il nemico, aprendo alla possibilità di colpire obiettivi civili, il presidente ha sottolineato che il termine per trovare un accordo scadrà oggi (alle 20 americane) e non verrà ulteriormente posticipato. Una volta superato il termine, ha minacciato Trump, l’Iran verrà “completamente distrutto”.
Nel frattempo, gli attacchi israeliani soffiano sul fuoco, con l’IDF che annuncia di aver colpito “il più grande complesso petrolchimico dell’Iran” e ucciso il capo dell’intelligence dei pasdaran, Majid Khademi. Nella notte tra il 5 e il 6 aprile, inoltre, le forze armate di USA e Israele hanno colpito l’università Sharif di Teheran, considerata tra le migliori al mondo nel campo dell’ingegneria e sede delle proteste studentesche anti-regime degli scorsi mesi.




