mercoledì 1 Aprile 2026

L’ONU riconosce la tratta degli schiavi africani come “il più grave crimine contro l’umanità”

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta degli schiavi africani “il più grave crimine contro l’umanità”. Un riconoscimento ufficiale che guarda al passato ma ha effetti sul presente. Il testo, promosso dal Ghana, è stato adottato con 123 voti favorevoli, tre contrari – Stati Uniti, Israele e Argentina – e 52 astensioni, tra cui quelle dei Paesi dell’Unione europea e del Regno Unito.

Tra il XVI e il XIX secolo, milioni di uomini, donne e bambini africani furono catturati, venduti e deportati con la forza verso le Americhe e altre regioni. Il viaggio, noto come “Middle Passage”, avveniva in condizioni disumane: persone ammassate nelle stive delle navi, incatenate, senza spazio né igiene, con un alto tasso di mortalità. Una volta arrivati a destinazione, i superstiti finivano ridotti in schiavitù e costretti a lavorare senza diritti, spesso in condizioni estreme, occupandosi di prodotti coloniali (come zucchero e cotone) destinati a fare ritorno in Europa.

Non si trattò di episodi isolati, ma di un sistema organizzato e protrattosi per secoli, sostenuto da potenze europee e, successivamente, dagli Stati Uniti. Il testo approvato dall’ONU evidenzia proprio la portata globale del fenomeno, la sua durata nel tempo, la violenza sistematica e le conseguenze, che si riflettono ancora oggi. Secondo le Nazioni Unite, le disuguaglianze e le discriminazioni che colpiscono le persone di origine africana nel mondo sono infatti legate anche a quell’eredità storica. Il segretario generale António Guterres ha ricordato come, per giustificare la schiavitù, siano state costruite ideologie razziste trasformate nel tempo in teorie pseudoscientifiche, contribuendo a radicare pregiudizi ancora presenti.

Seppur non vincolante – non impone cioè obblighi legali immediati agli Stati – la risoluzione ha per questo un peso politico e simbolico rilevante. Serve a fissare una posizione condivisa a livello internazionale, orientare il dibattito pubblico e aprire la strada a possibili iniziative future, come richieste di risarcimento o politiche più incisive contro il razzismo. Tra le azioni suggerite ci sono scuse formali, programmi di risarcimento per i discendenti delle vittime, politiche più efficaci contro il razzismo e la restituzione di beni culturali sottratti durante il periodo coloniale. 

Non tutti i Paesi hanno appoggiato il testo. Gli Stati Uniti si sono schierati contro, sostenendo che non esista un obbligo giuridico di risarcimento per fatti che, all’epoca, non erano considerati illegali dal diritto internazionale. I Paesi europei e il Regno Unito hanno scelto l’astensione, pur riconoscendo la gravità storica della schiavitù. La posizione del Ghana, che ha promosso la risoluzione, riflette una strategia più ampia portata avanti negli ultimi anni anche dall’Unione Africana: riportare il tema al centro delle sedi internazionali e trasformarlo da questione storica a nodo politico attuale. Oltre al riconoscimento simbolico, l’obiettivo è tenere aperto un confronto globale su memoria, responsabilità e conseguenze ancora visibili e incisive nel presente.

 

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Gloria Ferrari

Laureata in Culture e Letterature del mondo moderno a Torino. Scrive di diritti umani e ambiente per diverse testate giornalistiche italiane. Collabora con L’Indipendente dal 2021.

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