Epstein Files: il legame con Steve Bannon e i piani per favorire le destre in Europa

La prova più eloquente del rapporto tra l’ex stratega di Donald Trumo, Steve Bannon, e Jeffrey Epstein è il tempo in cui si colloca la loro relazione. I loro scambi fitti e continuativi avvengono nel 2018-2019, ben dopo la prima condanna del finanziere in Florida e alla vigilia dell’arresto federale. Non si tratta, dunque, di contatti remoti o inconsapevoli, ma di un dialogo mantenuto fino alla fine, quando il nome di Epstein era già sinonimo di scandalo. Nei messaggi tra i due emergono toni alterni – dall’ironia alle discussioni politiche – e soprattutto un metodo: l’“accesso” come moneta di scambio, fatto di reti, influenza e relazioni strategiche. In questo contesto, Bannon non appare come un contatto marginale, ma come uno degli interlocutori più presenti, fino all’improvvisa interruzione del 6 luglio 2019, giorno in cui Epstein viene fermato dalle autorità federali. La conversazione registra un brusco “taglio”: i due avevano in programma una colazione il giorno dopo, poi arriva il messaggio lapidario e senza motivazioni: «All canceled», pochi minuti dopo l’intercettazione all’aeroporto del New Jersey. Questo dettaglio – apparentemente banale – è invece strutturale. Significa che Epstein, nel momento in cui sa di essere braccato, sta ancora coltivando una relazione con un uomo che si presenta pubblicamente come l’anti-élite. Ma proprio qui sta la torsione: l’anti-élite che dialoga con l’élite più opaca. Non è una contraddizione accidentale; è un’alleanza funzionale. La “guerra al sistema” spesso ha bisogno di sponsor, di filiere, di intermediari. Ed Epstein, per anni, ha interpretato il ruolo dell’intermediario universale. Bannon, da parte sua, sembrava desideroso di trarre profitto dalla relazione, nonostante il passato criminale del finanziere.

Un documentario per riabilitare Epstein

Jeffrey Epstein mentre viene intervistato da Steve Bannon tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019

In un video di quasi due ore – pensato come base per un documentario che avrebbe dovuto riabilitare la reputazione del finanziere – Epstein viene intervistato da Bannon in quella che sembra essere la sua casa di New York. I due uomini discutono di economia – Bannon lavorò come banchiere di investimenti presso Goldman Sachs – e filosofia, evocano Socrate, Isaac Newton e la fisica quantistica. Infine, discutono del periodo trascorso da Epstein in prigione. Tra i due c’è una familiarità tale che Bannon può permettersi di dare dell’“idiota” e del “criminale” al magnate di Brooklyn e incalzarlo con frasi brutali: «Pensi che ci sia il diavolo in te?» (“Do you think you’re the devil himself?”). Epstein ribatte: «No. Ma ho un buono specchio». Riguardo al suo primo arresto, Bannon gli chiede: «Non ti è mai venuto in mente come si possa finire in una situazione del genere?». Epstein risponde: «No, probabilmente significherebbe che sarei troppo consapevole di me stesso». Bannon risponde: «Non puoi aspettarti che ci creda». Epstein risponde: «Lo so. Non ci credo». A un certo punto, Bannon commenta: «C’è qualcosa di profondamente sbagliato in te», ma il quadro generale che emerge è quello di un dialogo lungo, quasi complice, dove si parla di potere, finanza, reputazione e molto poco delle vittime. L’intervista è stata pensata con l’obiettivo di riposizionare Epstein come “filantropo”, valorizzandone l’intelligenza e la cultura, spostando l’asse dalla cronaca giudiziaria alla narrazione pseudo-filosofica, in modo da trasformare l’accusato in “personaggio”. In altre parole: gestirne la reputazione.

L’Europa come laboratorio di sperimentazione politica

In foto: l’ex banchiere Steve Bannon

I files mostrano scambi e cooperazione tra i due, inclusi materiali video, interviste e conversazioni politiche, soprattutto tra il 2018 e il 2019, nel periodo in cui il conduttore di War Room cercava risorse, contatti e sponde per iniziative politiche in Europa. Si tratta di un momento temporale in cui l’ex consigliere di Trump era impegnato a sostenere partiti di destra, come la Lega in Italia, il Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia, Alternative für Deutschland in Germania e altri movimenti cosiddetti sovranisti. Il finanziere offriva supporto, osservazioni e suggerimenti, mentre il leader MAGA condivideva analisi politiche, piani elettorali e una fitta rete di contatti. Bannon avrebbe chiesto aiuto, nel 2018, per contatti in Europa: «Conosci qualcuno in Europa che voglia controllare il Parlamento europeo e con esso l’UE?». Non è una richiesta neutra. È l’ammissione implicita che un progetto di “internazionale populista” ha bisogno di infrastrutture: contatti, fondi, consulenze, ponti con il mondo economico e diplomatico.

I consigli di Epstein

Da parte sua, Epstein ha insegnato a Bannon come corteggiare gli europei, avvertendolo che il continente «può essere una moglie, non un’amante». «Se vuoi giocare qui, dovrai dedicare del tempo, l’Europa a distanza non funziona», ha scritto. «Molto, molto tempo faccia a faccia e tenersi per mano». La parola che ricorre, nelle carte e nelle ricostruzioni, è ambizione. Non un generico “influenzare”, ma contare i seggi, orientare le alleanze, mirare a bloccare o indirizzare decisioni dell’Unione. In quei messaggi non troviamo solo nomi, ma una mentalità di comando: «Possiamo fermare qualunque legislazione… o qualunque cosa vogliamo», con riferimento anche a temi come le criptovalute. È una frase che non va letta come millanteria da chat: va letta come indice di un’idea precisa di potere europeo, concepito non come arena democratica, ma come leva regolatoria da afferrare.

Raccolta fondi

La chat tra Steve Bannon e Jeffrey Epstein datata 3 maggio 2019, in cui dice di essere «concentrato sulla raccolta di fondi per Le Pen e Salvini, in modo che possano effettivamente presentare liste complete»

I messaggi, per freddezza, sembrano scritti con la calcolatrice politica in mano: Bannon elenca partiti e leader e si ragiona sul salto numerico al Parlamento europeo: «Alle prossime elezioni del Parlamento europeo, possiamo passare da 92 a 200 seggi, fermare qualunque legislazione sulle criptovalute o qualunque cosa vogliamo». «La prossima primavera vinciamo il 60% del Parlamento europeo, Salvini convoca le elezioni la settimana dopo, possiamo gestire noi le cose da qui», scrive ancora a dicembre 2018, mentre nei mesi successivi le conversazioni si concentrano anche sulla raccolta fondi per consentire a Lega e Rassemblement National di presentare “liste complete” alle elezioni europee del 2019. C’è la frase che è quasi un verbale d’intenti: il 5 marzo 2019 Bannon scrive di essere «concentrato sulla raccolta di fondi per Le Pen e Salvini, in modo che possano effettivamente presentare liste complete». Non è un commento ideologico: è logistica elettorale. È la politica come macchina, e la macchina chiede carburante. In questo scenario, in cui i due si confrontavano su attività e obiettivi politici legati ai leader sovranisti europei, l’Italia compare negli scambi come territorio di sperimentazione politica, non come semplice tappa.

Da Le Pen a Farage

La deputata all’Assemblea nazionale francese, Marine Le Pen

Marine Le Pen, figura centrale della destra nazionalista francese, compare tra i nomi evocati nelle conversazioni, in relazione a possibili forme di sostegno politico. I files mostrano scambi di opinioni e valutazioni strategiche sul suo ruolo nello scenario europeo, ma non contengono elementi che attestino finanziamenti diretti o interventi operativi concreti. Per quanto riguarda la Germania, la documentazione e le ricostruzioni giornalistiche riportano dialoghi in cui Epstein e Bannon discutono del partito di estrema destra Alternative für Deutschland, accompagnando tali riflessioni con critiche all’allora cancelliera Angela Merkel e analisi dello scenario politico tedesco. Anche in questo caso, il contenuto resta sul piano della promozione ideologica e dell’analisi politica, senza tracce di iniziative strutturate o flussi finanziari. I documenti menzionano inoltre altre figure europee. Tra queste, il diplomatico e politico slovacco Miroslav Lajčák, indicato come possibile ponte verso Robert Fico, leader sovranista del Paese. Lajčák viene descritto come una figura adatta a “giocare la partita” di Bannon (“Steve’s game”) all’interno di una rete politica europea. Anche qui, il legame appare limitato a networking e posizionamento strategico, senza evidenze di finanziamenti o coordinamenti operativi. Lajčák si è dimesso dal suo incarico di consigliere per la sicurezza nazionale, dichiarando di non aver commesso irregolarità; tra il 2020 e il 2025 era stato rappresentante speciale dell’Unione europea nei Balcani occidentali. Infine, nel Regno Unito compare Nigel Farage, simbolo della Brexit e parte della rete di contatti di Bannon. Tuttavia, non emergono prove di un rapporto diretto tra Farage ed Epstein, né di un coinvolgimento operativo o finanziario del finanziere nelle dinamiche politiche britanniche.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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1 commento

  1. Il disegno è evidente e di antica data, già allora Epstein agente del Mossad, era incaricato di ammassare materiale per poter ricattare tutte le élites Occidentali in vista della futura invasione della Palestina, quindi o utili idioti come Bannon oppure schiavi ricattati con prove dei peggiori delitti pronte per venire pubblicate sui giornali Sionisti di tutto il mondo, contro chi provasse opporsi agli stupri e uccisioni per prendere la Palestina: Anche un cieco è in grado di vedere che i soldati Israeliani sanno perfettamente di essere coperti nei loro crimini dalle prove dei crimini dei leaders USA da Trump a Clinton, da Gates alla Corona Inglese e tutti gli altri.
    Lo si vede da come si comportano in guerra i soldati, che altre prove occorrono?

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