Mentre la repressione dei movimenti per la Palestina non accenna a fermarsi, la giustizia continua a sospendere i procedimenti contro le persone colpite da misure cautelari. Il tribunale amministrativo regionale della Lombardia ha disposto la sospensione di 3 misure cautelari nei confronti di altrettanti manifestanti coinvolti nei fatti del 22 settembre, e negli scontri presso la stazione centrale di Milano. Alle persone interessate, una studentessa di 21 anni e due minori, era stato imposto un divieto di due anni di stazionare vicino a locali e attività di diverse aree del capoluogo meneghino, e uno di un anno di accedere alla stazione Centrale, ai treni, alla metro e alle aree a essa limitrofe. Una seconda manifestante di 21 anni è ancora soggetta al provvedimento, ma il TAR dovrebbe disporre la sospensione anche nel suo caso. Per i due minori è stato inoltre sospeso il processo, e sono stati disposti nove mesi di lavori socialmente utili.
La sospensione del Tar accoglie il ricorso dei legali dei giovani milanesi, annullando temporaneamente l’applicazione delle misure cautelari. Il TAR giudica le contestazioni degli avvocati dei ragazzi non «implausibili», sostenendo che «l’ampio perimetro dei luoghi oggetto dei divieti di accesso appare incongruo, in base al principio di proporzionalità». La questione sarà comunque trattata in udienza. Il tribunale per i minorenni di Milano, inoltre, ha preferito ricorrere alla formula del rito abbreviato per entrambi i ragazzi colpiti dalle misure – entrambi 17enni liceali di Milano – disponendo nove mesi di messa alla prova con sospensione del processo e un percorso di lavori socialmente utili; se tale percorso dovesse venire valutato positivamente, i reati contestati – resistenza aggravata e danneggiamento – verranno estinti. I daspo nei confronti dei quattro indagati erano stati emessi lo scorso 1 ottobre; inizialmente, i minori erano stati sottoposti ai domiciliari, provvedimento annullato il 9 ottobre e sostituito con alcune prescrizioni come l’obbligo di frequenza a scuola.
Il caso dei ragazzi milanesi non è il primo episodio di repressione dei movimenti per la Palestina; nelle ultime settimane, stanno arrivando multe, denunce e arresti a decine di persone in tutta Italia; il loro non è neanche il primo caso di annullamento o sospensione delle misure da parte di un tribunale. Uno dei casi più noti è quello di Mohamed Shahin, imam di una moschea di Torino sottoposto a decreto di espulsione per avere affermato che il 7 ottobre fosse un atto di resistenza dopo secoli di soprusi. Lo scorso 15 dicembre, Shahin era stato liberato dalla Corte d’Appello, che ha smentito tutte le accuse mosse contro di lui. Analogamente, il Tribunale del Riesame di Genova ha disposto la scarcerazione di tre persone coinvolte nel cosiddetto caso dei “fondi ad Hamas”; gli indagati erano stati sottoposti a misure cautelari sulla base di accuse formulate «per la maggior parte» dalle autorità israeliane, che sostengono che essi siano coinvolti in una rete di finanziamento illecito ad Hamas, foraggiando l’organizzazione con donazioni a enti benefici. Il Riesame ha messo in discussione l’assunto più delicato dell’inchiesta: che materiale di intelligence militare, raccolto in un contesto di guerra, possa diventare automaticamente prova processuale.





Maledette toghe rosse!
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