Wounded Knee, 29 dicembre 1890: la strage indigena che ancora divide l’America

Il massacro di Wounded Knee del 29 dicembre 1890, sulle rive del torrente omonimo nel South Dakota, non fu una battaglia ma la brutale carneficina che segnò l’epilogo delle Guerre indiane e l’atto finale della sanguinosa conquista del Nord America. Ma ciò che rende Wounded Knee un simbolo della controversa memoria storica americana sono le onorificenze assegnate per tale atto: ben 24 soldati ricevettero infatti la Medaglia all’onore, la più alta onorificenza militare USA. Con la campagna “Remove the Stain Act”, e la conseguente proposta di legge del 2019 depositata da deputati indigeni e democratici, i nativi americani chiedono da anni che queste medaglie vengano ritirate. L’amministrazione Trump, però, non è dello stesso avviso e ha confermato quelle medaglie.

La fine della resistenza indiana 

La fase finale della colonizzazione statunitense, dalla metà dell’Ottocento in avanti, fu caratterizzata dalla sistematica violazione dei trattati firmati dallo stesso governo USA con le varie nazioni indiane. Quel periodo fu inoltre segnato dall’annientamento sistematico della base alimentare ed economica dei nativi delle grandi pianure, tra cui i Lakota (conosciuti erroneamente come Sioux): il bisonte. Questo animale rappresentava una fonte importante non solo di cibo ma anche per ricavarne utensili e pellame. Lo sterminio delle mandrie di bisonti, e la distruzione dell’ecosistema delle praterie, è stato utilizzato come arma politica. 

La fase finale della colonizzazione statunitense fu soprattutto segnata dall’annientamento sistematico della base alimentare ed economica dei nativi delle grandi pianure. Lo sterminio delle mandrie di bisonti, e la distruzione dell’ecosistema delle praterie, è stato utilizzato come arma politica

Con il passare degli anni e il procedere dell’espansione degli Stati Uniti in quello che era definito “Territorio Indiano” o “Paese Indiano”, il governo federale iniziò a sposare la politica della concentrazione come soluzione finale. E quindi non più solo la deportazione e lo sterminio ma la concentrazione in spazi ristretti e controllati. Insomma, l’istituzione delle riserve. Se agli inizi dell’Ottocento gli USA iniziano a rimuovere le tribù dall’Est del Paese, l’“istituzionalizzazione” arriva nel 1851. In quell’anno, viene approvato il primo “Indian Appropriations Act”: il Congresso istituzionalizza il sistema delle riserve come politica federale. Sebbene la proposta iniziale, avanzata dall’allora commissario del Bureau Of Indian Affairs, William Medill, fosse quella di istituire due grandi riserve, una al Nord e l’altra al Sud, il passare degli anni portò a preferire la “soluzione spezzatino”. Troppi indiani tutti insieme non era considerata una cosa buona e così vennero istituite centinaia di riserve. Oggi le riserve riconosciute a livello federale sono 325 mentre le tribù riconosciute sono 574.

A parte la memorabile vittoria di Little Big Horn del 1876, dove il famoso generale Caster con il suo “settimo cavalleggeri” venne sconfitto e ucciso, gli indiani d’America hanno quasi sempre avuto la peggio. La differenza di mezzi e strumenti era troppo grande per poter rivaleggiare. Persino il concetto di guerra era troppo differente. Nel 1889, in un clima di disperazione e fame, si diffuse la Danza degli Spiriti (Ghost Dance), una danza rituale con cui si propiziava la sparizione dell’uomo bianco e il ritorno dell’equilibrio cosmico sconvolto dalla colonizzazione. 

Il massacro di Wounded Knee

Una delle fosse comuni che accolse i corpi dei nativi americani dopo il massacro

l 29 dicembre 1890, sulle rive del torrente Wounded Knee, non si consumò una battaglia, ma un massacro indiscriminato. La tensione era già esplosa il 15 dicembre 1890 quando Toro Seduto, leader Lakota, fu prima arrestato e poi ucciso con un colpo di fucile mentre era ammanettato. Ricevuta la notizia di quanto avvenuto, e temendo per la vita della sua gente, Piede Grosso, anch’egli leader Lakota, guidò circa 300-350 membri della sua tribù verso Pine Ridge in cerca di protezione, in maggioranza donne, bambini e anziani. Il gruppo fu però intercettato il 28 dicembre a White Clay Creek e scortato a Wounded Knee. A intercettare il gruppo fu il 7º Reggimento di Cavalleria, lo stesso “settimo cavalleggeri” sconfitto a Little Big Horn. Arrivati a Wounded Knee, i Lakota furono fatti posizionare al centro di una porzione di terreno concavo e circondati dai soldati statunitensi con i fucili spianati; più in alto, anche cannoni e mitragliatrici erano puntati sul gruppo.  

Vi sono due versioni che spiegano il perché dei fatti. Una prima versione riporta che, durante l’ordine di disarmo, un colpo accidentale – attribuito a un giovane indiano sordo che non capiva gli ordini – scatenò il caos. Questa versione risulta però alquanto strana e inverosimile. Se il gruppo di indiani fu intercettato il 28 dicembre e scortato a Wounded Knee, è improbabile che li abbiano disarmati solo il giorno seguente. L’altra versione invece tira in causa la Ghost Dance: sarebbe stata la pratica di questa danza a scatenare il panico tra i soldati statunitensi che allora aprirono il fuoco in maniera indiscriminata uccidendo tutti. Come ogni altra pratica spirituale indiana, questa danza in particolare era considerata dai coloni cristiani un’adorazione del diavolo. Dunque, un misto di rivalsa e vendetta condito con religione e superstizione è la versione più accreditata come causa del massacro. I corpi congelati dalla neve vennero poi gettati in una fossa comune. Oggi in quel luogo c’è un memoriale in cui si ricorda la tragedia. 

Medaglie all’onore per un eccidio 

L’esercito statunitense classificò l’evento come una “vittoria”, e ben 24 soldati che parteciparono al massacro furono insigniti della Medaglia all’onore, la più alta onorificenza militare americana, creata dal Congresso durante la Guerra civile (1861-1865). Da allora è stata assegnata 3522 volte: 1523 nella Guerra civile, 126 per la Prima guerra mondiale, 473 per la Seconda guerra mondiale e 145 volte per la Guerra di Corea. Il resto nelle molte altre guerre condotte dagli USA. Dunque, per l’eccidio di Wounded Knee è stato assegnato 1/6 delle medaglie rispetto a tutta la Prima guerra mondiale e 1/23 rispetto a tutta la Seconda guerra mondiale. Un’enormità se paragoniamo le azioni militari. L’assegnazione delle medaglie all’onore avvenne l’anno seguente al massacro, sotto la presidenza del repubblicano Benjamin Harrison. La decisione rispecchiava la volontà politica di coprire un vero e proprio massacro. Ma c’era di più di una semplice copertura.  

All’epoca, massacri del genere erano – purtroppo – una costante. D’altronde era la politica della guerra totale e dello sterminio a cui tutti partecipavano: militari, milizie varie ma anche i civili, i così detti pionieri. Le ragioni sono da ricercare nella propaganda di esaltazione dell’esercito e della potenza statunitense. Nonostante sia stato più volte riportato che coloro che hanno ricevuto la Medaglia all’onore per il massacro di Wounded Knee sarebbero 19 o 20 soldati, il totale corretto è di 24. Lo si può vedere dal sito ufficiale americano che riporta l’elenco di tutte le medaglie d’onore assegnate durante le Guerre indiane, cercando coloro che hanno partecipato all’azione di intercettamento prima, a White Clay Creek, e di massacro poi nella vicina Wounded Knee. Ecco l’elenco completo dei soldati: Austin William, Clancy John, Feaster Mosheim, Garlington Ernest, Gresham John, Hamilton Mattew, Hartzog Joshija, Hawthorne Harry, Hillock Marvin, Hobday George, Jetter Bernard, Loyd George, Mcmlllan Albert, Neder Adam, Nolan Richard, Ragnar Theodore, Sullivan Thomas, Toy Frederick, Trautman Jacob, Varnum Carl, James Ward Welnert Paul, Wilson William, Hermann Ziegner. Tra le ricorrenti motivazioni per le assegnazioni troviamo “coraggio” e “galanteria” nello scontro. 

“Remove the Stain Act”: la campagna per la revoca

Il Segretario della Guerra degli Stati Uniti d’America Pete Hegseth, attraverso un post su X, ha affermato: «Sotto la mia direzione, i soldati che hanno combattuto nella battaglia di Wounded Knee conserveranno le loro medaglie. Questa decisione è definitiva. Il loro posto nella storia è segnato»

Per decenni, i nativi americani e gli attivisti hanno portato avanti la campagna “Remove the Stain Act”(“Rimuovi la Macchia”) per la revoca di queste medaglie, denunciando la falsificazione storica di un massacro. Nel 2019, con l’appoggio di una decina di senatori, la senatrice democratica Elizabeth Warren ha promosso il disegno di legge, chiamato con il nome della campagna, che chiedeva la revoca delle medaglie. Solo nel 2022 l’azione legislativa fu poi effettivamente proposta al Congresso. Nel 2024, l’allora segretario alla Difesa, Lloyd J. Austin III, ha incaricato il Dipartimento della Difesa di avviare un processo di revisione sull’assegnazione delle onorificenze in relazione agli avvenimenti di White Clay Creek e Wounded Knee.

La lotta alla “cancel culture” e la propaganda 

Il processo di revisione non ha avuto alcun esito prima della fine della legislatura democratica. Con il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, il disegno di legge è stato nuovamente presentato al Congresso nel maggio di quest’anno. Il 25 settembre scorso, il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato che non vi sarà alcun processo di revisione. In un post pubblicato su X il giorno seguente, Hegseth ha scritto: «Sotto la mia direzione, i soldati che hanno combattuto nella battaglia di Wounded Knee conserveranno le loro medaglie. Questa decisione è definitiva. Il loro posto nella storia è segnato». 

La richiesta di revoca è stata gettata nell’arena dello scontro della battaglia culturale, e soprattutto ideologica, statunitense. L’amministrazione Trump ha adottato una posizione ferma contro ogni tentativo di ciò che egli definisce revisione storica o “cancel culture” (cultura della cancellazione). Per Trump e i suoi sostenitori, la “cancel culture” rappresenta una minaccia alla libertà d’espressione e un tentativo di riscrivere la storia in chiave “woke” o politicamente corretta. Mantenere le medaglie viene quindi visto come una mossa simbolica per sostenere la narrazione anti-woke. Eppure, almeno in tal caso, nessuno chiede di cancellare. 

Quello che chiedono i nativi americani è di dare il giusto significato alle cose. L’errore è anzitutto riconoscere che quella non fu una “battaglia”, come l’ha definita Hegseth. Varie risoluzioni, sia locali che federali, hanno riconosciuto quell’atto come un omicidio di massa per cui sono state conferite più volte le scuse. Secondo i nativi, come atto finale del completo riconoscimento di quell’eccidio mancava però, appunto, l’annullamento di quelle medaglie all’onore. Non cancellare. Riconoscere che le cose sono andate diversamente e che non vi fu alcun onore in quell’azione.

Ma l’azione politica di Trump è orientata dalla battaglia contro la narrazione democratica così come a mantenere il consenso del proprio elettorato, tra cui sudisti razzisti, confederati, membri del kuklux-klan e altre organizzazioni della galassia nazi-fascista. Ogni cosa che possa essere utilizzata dagli avversari o che possa tornare utile al rafforzamento della visione trumpiana viene utilizzata senza curarsi dell’oggetto in questione. Da qui anche la decisione di settembre con cui Trump ha dato il via alla restaurazione di monumenti e statue di confederati e sudisti.

Ma come detto le motivazioni vanno cercate più nel presente anziché nel passato. E per i giochi di potere di Washington, ancora una volta, sono i popoli colonizzati a rimetterci. Anche nella memoria storica della propria colonizzazione. Quella sì, cancellata o rivista dagli occupanti. Nell’attuale guerra tra democratici e repubblicani, una guerra intesa del “bene contro il male”, dove entrambi si credono il bene, la verità è che se guardiamo alla storia del Nord America con gli occhi di chi si è visto prendere tutto, entrambi hanno rappresentato e rappresentano il male. E questa storia delle medaglie non è che un’ennesima conferma che, nel profondo, la colonizzazione non è mai terminata. E probabilmente mai terminerà.  

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Michele Manfrin

Laureato in Relazioni Internazionali e Sociologia, ha conseguito a Firenze il master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto. Consigliere e docente della ONG Wambli Gleska, che rappresenta ufficialmente in Italia e in Europa le tribù native americane Lakota Sicangu e Oglala.

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