L’Odissea di Christopher Nolan: inclusione o colonialismo culturale?

Negli ultimi giorni il nuovo film sull’Odissea di Christopher Nolan è finito al centro di una polemica infinita. E no, la questione non riguarda la scelta di assegnare il ruolo della bella Elena all’attrice kenyota Lupita Nyong’o. Quello che a molti potrebbe sembrare un dettaglio estetico o una scelta inclusiva nasconde in realtà qualcosa di molto più pericoloso della semplice riscrittura di un film. 

Faccio una premessa, io ho sempre avuto un debole per  Christopher Nolan; è un regista che ha dimostrato più volte la capacità di confrontarsi con grandi temi universali. Dal tempo alla memoria, dalla colpa alla responsabilità morale, il suo cinema ha cercato di affrontare questioni che superano il semplice intrattenimento. Per questo la discussione nata intorno alla sua Odissea non riguarda un dettaglio estetico, ma una domanda molto più ampia: quale rapporto vogliamo avere con le opere che hanno costruito il nostro immaginario? La scelta di rappresentare Elena di Troia come una donna nera è una forma di libertà artistica, una normale reinterpretazione di un classico, oppure siamo davanti a qualcosa di diverso? 

Va precisata subito una cosa. L’Odissea è uno dei testi fondativi della cultura occidentale. Che cos’è l’eroismo? Quanto può spingersi il desiderio umano di fronte al destino? Che prezzo ha una guerra? Che cosa significa tornare a casa? Attraverso il viaggio di Ulisse, Omero ci racconta la nostalgia, la perdita, il desiderio di riappropriarsi della propria vita e di ritornare nella propria casa. Ma cosa accade quando un’opera viene epurata dei suoi elementi più scomodi? Quando trasformiamo un mondo complesso in una rappresentazione più conforme ai nostri ideali contemporanei? Accade che il passato non viene più compreso. Viene addomesticato.

Viviamo in un’epoca in cui il passato viene spesso giudicato con una sola domanda: quanto assomiglia ai nostri valori? E tutto ciò che non coincide perfettamente con il nostro presente viene percepito come un errore da correggere, o ancora peggio da riscrivere. La storia invece dovrebbe metterci davanti ciò che non vorremmo vedere. Ed è qui che nasce il grande paradosso dietro la scelta di Nolan. Una scelta apparentemente inclusiva nasconde un problema molto più profondo: la trasformazione del passato in un’immagine rassicurante, priva delle sue contraddizioni, delle sue violenze, delle sue differenze.

L’Odissea, infatti, è il prodotto di una società precisa, con la sua visione dell’uomo, dello straniero, della guerra, dell’onore e della comunità. Nasce cioè in un mondo profondamente diverso dal nostro. Un mondo in cui il concetto di identità, appartenenza e comunità avevano significati diversi da quelli contemporanei. Un mondo in cui l’incontro con l’altro era segnato dalla paura, dal conflitto, dalla conquista.

Chi è lo straniero? Perché alcune società considerano alcuni uomini superiori ad altri? Da dove nascono le divisioni tra “noi” e “loro”? Sono domande che non possiamo comprendere se eliminiamo proprio gli elementi storici che le hanno generate. Se il razzismo nasce nel rinascimento, la xenofobia ha origini molto più antiche. La paura del diverso, dello straniero accompagna l’uomo dalla nascita delle prime comunità organizzate. La distinzione tra chi appartiene al gruppo e chi ne è escluso attraversa la storia di ogni civiltà. I Greci stessi costruivano la propria identità attraverso la distinzione tra greci e barbari. Il barbaro era colui che parlava un’altra lingua, aveva altri costumi, apparteneva a un altro mondo.

L’attrice kenyota Lupita Nyong’o in una scena de L’Odissea, il film in uscita del regista britannico Christopher Nolan

E qui arriva il punto più delicato. L’Occidente ha una storia intrisa di violenza, conquiste, colonialismo e oppressione. E proprio perché quella storia è reale, abbiamo bisogno di conoscerla nella sua complessità. Che cosa accade invece quando immaginiamo il passato come un luogo già conforme ai nostri ideali contemporanei? Accade che nel tentativo di correggere le ingiustizie storiche, si cancella la storia stessa. Perché se trasformiamo il mondo antico in una rappresentazione già multiculturale, già inclusiva, già priva delle sue tensioni, eliminiamo anche la possibilità di comprendere da dove siano nate le più grandi fratture della storia occidentale.  Quella che  potrebbe sembrare una scelta inclusiva, cancella in realtà tutte le nostre oscurità passate, le riscrive, le edulcora. Offre una visione della storia che non è mai esistita. E così facendo riscatta simbolicamente noi occidentali dal peso di un passato fin troppo vergognoso. Se oggi possiamo riconoscere l’ingiustizia del colonialismo, della schiavitù, delle conquiste imperiali, è perché abbiamo studiato una storia fatta di sopraffazione. Non perché abbiamo sostituito quella storia con una versione più accettabile.

L’arte non nasce per confermare le nostre convinzioni morali. Nasce per metterle alla prova. I grandi romanzi, i grandi miti, i grandi capolavori del passato non sono grandi perché sono politicamente corretti secondo i parametri di oggi. Sono grandi perché continuano a porci davanti a domande difficili.

L’Iliade non è un inno alla pace. È il racconto terribile della guerra e della distruzione. L’Odissea non è una favola sulla tolleranza universale. È il viaggio di un uomo che torna nella propria casa, nella propria comunità, dopo essere stato per anni uno straniero nel mondo. Certo, ogni adattamento è, per sua natura, un atto di interpretazione. Ogni regista, poeta, scrittore porta con sé il proprio tempo, la propria sensibilità, le proprie domande.

Dante rilesse Virgilio attraverso la sensibilità cristiana del Medioevo. Shakespeare prese ispirazione per le sue opere teatrali da antiche cronache e antiche storie e racconti medievali.  Le stesse tragedie greche venivano continuamente riscritte e portate sulla scena in forme nuove. Quando un artista interpreta un classico, può anche entrare in conflitto con l’opera originale. Può criticarla, rovesciarla, mostrarne aspetti nascosti. Ma deve prima confrontarsi con ciò che quell’opera è stata.

Perché sì, esiste una differenza fondamentale tra reinterpretare e correggere. O nascondere.  Una reinterpretazione cerca di comprendere un’opera e di far emergere nuovi significati. Una correzione invece parte dall’idea che il passato sia un errore da sistemare, qualcosa che debba essere reso accettabile secondo i criteri morali del presente. O ancora peggio: cancellare tutto ciò che non corrisponde alla sensibilità attuale. E una cultura che non riesce più a sopportare l’alterità del passato rischia di non incontrare mai davvero nessun altro. Nemmeno sé stessa.

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Guendalina Middei

Nata a Roma nel 1992, scrittrice appassionata di letteratura russa e cultura classica, collaboratrice di diverse riviste letterarie. Sui social la sua pagina Professor X è un punto di riferimento per oltre cinquecentomila lettori. Autrice di diversi libri e romanzi, l'ultimo dei quali è "Sopravvivere al lunedì mattina con Lolita" (Feltrinelli, 2025).

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