Durante il 5° Congresso mondiale delle Riserve della Biosfera, svoltosi ad Hangzhou (Cina) alla fine di settembre, l’UNESCO ha annunciato l’ampliamento delle sue aree protette con 26 nuove riserve della biosfera in 21 Paesi, portando sotto tutela circa un milione di km² di terre naturali aggiuntive. Lo scopo è rafforzare la salvaguardia della biodiversità e promuovere modelli di sviluppo sostenibile che coinvolgano comunità locali, Stati membri e scienziati. L’iniziativa segna un’espansione senza precedenti nella rete mondiale delle Riserve della Biosfera: ora sono 785 siti in 142 Paesi, coprendo più di 8 milioni di km² — un’area pari alla superficie dell’Australia.
Da quando, nel 2018, è iniziato questo ciclo di ampliamenti, sono state aggiunte 142 nuove riserve, con un incremento netto di circa un milione di km². Fra i Paesi che per la prima volta accolgono una riserva UNESCO vi sono Angola, Djibouti, Islanda, Oman, Tajikistan ed Equatorial Guinea; il piccolo Stato di São Tomé e Príncipe è diventato il primo al mondo ad avere l’intero territorio riconosciuto come riserva della biosfera. Le nuove riserve includono ambienti diversissimi — foreste, deserti, coste, zone umide — che custodiscono specie vulnerabili, mangrovie, praterie marine e vertebrati terrestri. Il modello adottato si basa sull’idea di “laboratori viventi”: luoghi in cui la conservazione e lo sviluppo locale possano dialogare, grazie a progetti con comunità locali, popoli indigeni e partenariati pubblico-privati. 
Nonostante l’ottima notizia, la protezione effettiva di questi territori richiede ulteriori azioni. Occorrono piani di gestione ben finanziati, monitoraggio continuo, capacità locali rafforzate e il pieno coinvolgimento delle comunità indigene, spesso custodi del territorio. Andrebbe garantita la coerenza con le politiche nazionali e internazionali (ad esempio l’obiettivo di proteggere il 30 % della Terra e dei mari entro il 2030). Inoltre, serve un quadro normativo che eviti la distruzione per agricoltura, estrazione mineraria o infrastrutture, e strumenti che promuovano la resilienza ai cambiamenti climatici. Solo così l’espansione “cartografica” potrà tradursi in una protezione reale e duratura degli ecosistemi.



