È vero che Israele è l’unica democrazia del medio oriente? 

Possiamo dire che Israele, a livello formale, si struttura come una democrazia completa, con libere elezioni, uno stato di diritto e una separazione dei poteri. Tuttavia, per essere considerato veramente democratico, uno Stato deve dimostrare di esserlo anche nella sostanza, perseguendo i principi di uguaglianza, libertà, giustizia, partecipazione e pluralismo e garantendo a tutti, indistintamente dalla propria etnia e religione, determinati diritti fondamentali. Come vedremo più approfonditamente in seguito però, Israele non tutela tutti i cittadini allo stesso modo: gli arabi e i musulmani, che all’interno dei suoi confini rappresentano circa il 20% della popolazione, vengono discriminati sistematicamente e non godono degli stessi diritti degli ebrei israeliani. La questione sulla quale bisogna interrogarsi, quindi, è se sia giusto considerare Israele uno Stato democratico nonostante metta in atto un sistema di apartheid e oppressione nei confronti di una minoranza etnica, quella palestinese, e nonostante colonizzi e controlli illegalmente la Cisgiordania, commettendo anche crimini di guerra e crimini contro l’umanità, come ampiamente documentato dall’ONU, da Amnesty International e da Save The Children.

Le elezioni non bastano

Secondo il politologo Robert A. Dahl, uno dei requisiti principali della democrazia è rappresentato dal concetto di cittadinanza allargata, ovvero dall’effettiva eguaglianza tra tutti i cittadini rispetto all’esercizio della partecipazione, della libertà di espressione, dell’accesso alle fonti di informazione e quindi di regole e diritti certi per tutti. Se dovessimo quindi rispondere attraverso il pensiero del politologo statunitense, Israele non si configurerebbe come una democrazia, anche e soprattutto in ragione della sua ambiguità costitutiva di uno Stato nato in funzione del popolo ebraico, ma fin dal principio multietnico. Israele, infatti, nasce come uno “Stato ebraico e democratico”, un ossimoro secondo molti studiosi, anche alla luce del fatto che fin dalla sua nascita la democrazia israeliana fu instaurata esclusivamente per gli ebrei dopo che i sionisti espulsero circa 720mila palestinesi dalle loro terre, con l’esodo che è passato alla storia con l’espressione di Nakba (catastrofe). La nascita e la storia d’Israele, quindi, è accompagnata da una profonda tensione intrinseca tra democrazia e sionismo ebraico, due elementi che, come vedremo, sono in contrasto tra loro e che caratterizzano profondamente l’identità israeliana e la sua costante instabilità. I valori democratici dell’egualitarismo, della partecipazione politica, dell’inclusione sociale e della completa uguaglianza di diritti sanciti dalla Dichiarazione d’Indipendenza d’Israele del 1948, hanno dovuto mantenere, almeno fino al 2018, anno in cui è stata approvata la Legge della Nazione, un rapporto difficile ed ambiguo con i valori escludenti del sionismo ebraico di Theodor Herzl, l’ideologia fondatrice dello Stato d’Israele.

Le radici antidemocratiche e razziste del sionismo

L’ideologia sionista, nata verso la fine dell’800 in Europa sull’onda dei movimenti nazionalisti, quindi molto prima della nascita d’Israele nel 1948 e prima dell’Olocausto nazista, proponeva di trovare una casa agli ebrei con il fine di poter affermare il proprio diritto all’autodeterminazione. Alla fine, tra Uganda, Argentina e altre destinazioni, la scelta di Herzl ricadde sulla Palestina, una Terra con un forte richiamo biblico e religioso che mise in guardia, per questo, i laici intellettuali del sionismo storico, fra i quali Leon Pinsker e Moses Hess, che non volevano ricadere nella melassa della tradizione biblica ultra ortodossa. Il problema storico del sionismo è che per affermare il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico quest’ultimo avrebbe dovuto attuare una pulizia etnica nei confronti di un’altra popolazione. Nel libro Espulsioni dei Palestinesi – Il Concetto di “trasferimento” nella concezione politica sionista, 1882-1948, Nur Masalha evidenzia come l’idea del trasferimento volontario o coatto della popolazione araba locale si trovi alla base per la costituzione di uno Stato esclusivamente ebreo in Palestina. A suo avviso, quest’idea era stata concepita da tempo: «Theodor Herzl fornì un riferimento previo al trasferimento, ancor prima di delineare la sua teoria del rinascimento sionista nel suo Judenstaat (Lo Stato ebraico)».

Secondo quanto riportato da Masalha, in un dialogo del 1891 fra due pionieri di Hovevie Zion (Amanti di Sion) fu esposta l’idea di trasferimento. Uno di essi affermò che la terra «in Giudea e Galilea è occupata da arabi». Il suo interlocutore rispose: «È molto semplice. Li assedieremo finché partiranno, li lasceremo andare in Transgiordania [l’equivalente dell’attuale Regno di Giordania, ndr]». Sempre secondo Masalha, Israel Zangwill – ideatore dell’espressione una terra senza popolo per un popolo senza terra – presentò l’espulsione degli arabi dalla Palestina come una precondizione per la realizzazione del progetto sionista. L’autore, esperto di storia palestinese, sostiene che il creatore del potere militare e primo premier di Israele, David Ben Gurion, indicò l’importanza dell’idea di trasferimento in varie citazioni nel suo diario. In una di esse, il 12 luglio del 1937, affermò: «Il trasferimento coatto degli arabi dalle vallate dello Stato ebraico proposto ci può offrire qualcosa che non abbiamo mai avuto». Mentre sempre da quanto riportato da Masalha, in una lettera a suo figlio Amos del 5 ottobre 1937, Ben Gurion scrisse: «Dobbiamo espellere gli arabi e prendere il loro posto […] e se dovremo usare la forza, non per spogliare delle loro proprietà gli arabi del Negev e della Transgiordania, ma per garantire il nostro stesso diritto di stabilirci in quei luoghi, useremo la forza». Da queste citazioni emerge come il sionismo sia, fin dalla sua nascita, un’ideologia antipluralista, violenta, colonizzatrice e razzista. Anche la Risoluzione n. 3379 dell’ONU del 1975, poi revocata nel 1991, recitava che “il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale”.

Dal punto di vista storico, un anno chiave per il sionismo è stato quello del 1917, nel quale è stata promulgata la Dichiarazione del ministro degli Esteri inglese Arthur Balfour, con la quale si è riconosciuto esclusivamente agli ebrei il diritto di stabilire uno Stato in Palestina, privando la popolazione araba della speranza di autodeterminazione. Nel 1922, l’Inghilterra ottenne dalla Società delle Nazioni il mandato per amministrare la Palestina e si iniziò ad attuare il progetto sionista con l’appoggio del WZO (Organizzazione Sionista Mondiale) e dell’Occidente. Contestualmente al mandato britannico venne istituita l’Agenzia Ebraica, che favoriva l’economia ebraica attraverso l’esproprio delle terre ai contadini palestinesi. Intanto, le dichiarazioni razziste di leader sionisti come quelle di Ben Gurion, il quale affermò di dover «usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba» e quelle di Herzl, che ammise di voler «sospingere la popolazione palestinese in miseria oltre le frontiere», contribuirono alla formazione di gruppi armati sionisti come lo Stern e Irgun, responsabili di gravi attentati contro i civili palestinesi.

L’ultima maschera è caduta nel 2018

[Benjamin Netanyahu, Primo Ministro di Israele.]
Lo Stato ebraico e democratico d’Israele, quindi, si fonda su una profonda contraddizione e ambiguità: come può essere democratico uno Stato che per sua stessa natura è ebraico e quindi escludente, razzista e colonizzatore? Fino al 2018 lo Stato d’Israele ha cercato di far coesistere (con l’inganno) le due componenti, quella democratica e quella ebraica, seppur fossero in netto contrasto tra loro. Nel 2018, però, con l’approvazione alla Knesset (il Parlamento israeliano) della Legge della Nazione, Israele ha riconosciuto ufficialmente la verità su sé stessa e sulla sua natura ed essenza. La Legge della Nazione, che definisce Israele come la patria storica del popolo ebraico, è una legge sincera che rispecchia la realtà dei fatti e che porta alla luce il sionismo per quello che è: un progetto di insediamento anti-pluralista, colonizzatore e razzista. Secondo quanto scritto da Haaretz, uno dei quotidiani più accreditati di Israele, “La legge mette fine anche alla farsa di uno Stato israeliano ebraico e democratico, una combinazione che non è mai esistita e non sarebbe mai potuta esistere per l’intrinseca contraddizione tra questi due valori, impossibili da conciliare se non con l’inganno”. Questo perché se lo Stato è ebraico, non può essere allo stesso tempo democratico, perché non può esistere al suo interno uguaglianza. Mentre se è democratico, non può essere ebraico, in quanto una democrazia non garantisce privilegi sulla base dell’origine etnica né tantomeno della religione professata.

Con l’approvazione della controversa Legge della Nazione del 2018, diventata una delle Basic Laws (leggi fondamentali), Israele ha stabilito nei fatti la transizione da Stato ebraico e democratico – un ossimoro e una contraddizione, secondo alcuni – ad uno Stato ebraico, costituzionalizzando, di fatto, Israele come uno Stato etnocratico. Intitolata The Basic Law: Israel as the Nation State of the Jewish People, questa legge delinea in maniera quasi costituzionale un insieme di principi che identificano Israele come la patria storica del popolo ebraico. Il testo della legge incorpora disposizioni che proclamano Gerusalemme come la capitale unificata di Israele, enfatizzano l’importanza dello “sviluppo degli insediamenti ebraici come un fondamentale valore nazionale” e sanciscono il diritto di esercitare l’autodeterminazione nello Stato di Israele esclusivamente al popolo ebraico. Questa legge, proposta dal Likud, il partito di Benjamin Netanyahu, vìola lo stesso spirito democratico della Dichiarazione di indipendenza del ’48.

Con Israele definito dalla legge “la casa nazionale del popolo ebraico”, il diritto all’autodeterminazione è limitato esclusivamente agli ebrei. Ciò significa disconoscere il fatto che vi è in Israele un’altra nazione o etnia, e quindi la discriminazione automatica della minoranza palestinese. Questa legge potrebbe essere stata approvata perché alcuni partiti politici israeliani hanno percepito una minaccia nei confronti di uno dei principi cardine di Israele, ovvero quello di essere lo Stato per gli ebrei e per la loro autodeterminazione. Questa inquietudine potrebbe derivare dal significativo tasso di natalità degli arabi israeliani e dalle possibili alternative alla two-state solution, che potrebbero mettere alla prova la maggioranza ebraica all’interno di Israele. Questo scenario ha accentuato la necessità di rafforzare l’identità ebraica dello Stato mediante l’approvazione di questa nuova legge; una legge che rispecchia i tempi e che porta alla luce il vero spirito di Israele, andando a spostare definitivamente quel delicato e contradditorio equilibrio tra l’elemento democratico ed ebraico a favore di quest’ultimo. Lo Stato d’Israele, così, si è rivelato per quello che è: uno Stato etnocratico e teocratico che, soprattutto con i governi degli ultimi anni, si è sempre più estremizzato, facendo entrare nell’esecutivo partiti e personalità esplicitamente sioniste, nazionaliste, ultraortodosse, intolleranti, xenofobe e razziste.

L’unica democrazia del Medio Oriente

L’attuale governo Netanyahu è considerato l’esecutivo più a destra della storia d’Israele, con molti ministeri assegnati a partiti dell’estremismo religioso, come Potere Ebraico di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, i quali sostengono apertamente posizioni razziste e xenofobe. Itamar Ben Gvir è autore di una retorica incendiaria e guerrafondaia contro i palestinesi ed è noto per aver incitato più volte alla violenza contro di loro, Smotrich sostiene l’espansione delle colonie e l’estensione della legge israeliana sul territorio palestinese militarmente occupato, mentre Avi Maoz – del partito Noam -, è noto per le sue posizioni omofobe e sessiste. Per comprendere ancora meglio le posizioni dell’attuale governo ed i valori che ispirano il sionismo, possiamo riportare un’altra frase di Smotrich, detta durante un incontro tenutosi a Parigi con la destra ebraica. Il leader del partito nazionalista Sionismo Ebraico, nonché ministro delle Finanze del governo Netanyahu, ha sostenuto che «non si può parlare di palestinesi perché non esiste un popolo palestinese». Inoltre, durante l’evento, è stata esposta una carta geografica del Grande Israele che includeva non solo le aree palestinesi comprese fra il Mediterraneo e il fiume Giordano, ma anche il territorio dell’attuale Giordania. Come sostenuto anche da analisti moderati, come Lucio Caracciolo – direttore della rivista geopolitica Limes -, Israele «è uno dei pochissimi Paesi al mondo che non ha demarcato i suoi confini […] e si tiene le mani libere per poter stabilire un giorno, chissà quale, fino a dove arriva».

Inoltre, il progetto colonialista ed espansionista che caratterizza Israele fin dalla sua nascita lo ha portato a commettere numerosi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, come ampiamente documentato dall’ONU, da Amnesty International, da Save The Children e da altre organizzazioni. I numerosi rapporti indicano come determinate politiche israeliane e le operazioni militari vengano adottate sistematicamente per punire indiscriminatamente tutta la popolazione palestinese, la quale è costretta a vivere in un sistema di apartheid e oppressione violenta. Israele, infatti, distrugge ospedali, scuole e case, bombarda le installazioni per la fornitura del cibo, i sistemi per la pulizia dell’acqua, le fabbriche, uccide bambini innocenti, giornalisti e membri dell’ONU e usa armi, come il fosforo bianco, proibite dal diritto internazionale.

Tutte queste azioni non permettono alla popolazione palestinese i condurre una vita quotidiana dignitosa. Lo storico Lorenzo Kamel, esperto di Medio Oriente e specializzato in Israeli Society and Politics Studies, ha affermato che lo Stato ebraico controlla praticamente ogni aspetto della vita nella Striscia di Gaza: l’accesso all’acqua, all’elettricità, al carburante, al cibo e ai medicinali; controlla lo spazio aereo, marittimo e terrestre di una delle zone più densamente popolate al mondo, tenendo in ostaggio più di 2,2 milioni di palestinesi (molti dei quali profughi cacciati dai loro territori da Israele), in quella che è definita una vera e propria prigione a cielo aperto. Anche l’economia viene controllata da Israele: nella Striscia di Gaza si usa infatti lo shekel, la moneta israeliana. Addirittura i registri demografici sono in mano alle autorità israeliane e quindi, in sostanza, se la nascita di un palestinese non viene registrata da Israele, questo non risulterà mai nato.

Tra i tanti documenti ufficiali che condannano Israele, il Rapporto Goldstone dell’ONU afferma che tali azioni, oltre a quelle che privano i palestinesi della libertà di movimento, del loro diritto di lasciare il proprio Paese e farvi ritorno e che impediscono l’accesso ad una corte di giustizia e ad un mezzo di ricorso, potrebbero condurre una corte competente a dichiarare che è stato commesso il crimine di persecuzione, un crimine contro l’umanità. È evidente che Israele, soprattutto negli ultimi anni, con la Legge Nazione che stabilisce l’ebraicità dello Stato e con la riforma giudiziaria di Netanyahu che limita i poteri della Corte Suprema, si stia spostando sempre di più verso una democratura etnocratica e teocratica, ovvero un regime politico ancora improntato alle regole formali della democrazia, ma ispirato nei comportamenti a un autoritarismo sostanziale. In Israele è sicuramente esploso quel delicato e contraddittorio equilibrio tra principi democratici e religiosi: c’è una frattura profonda fra una concezione liberale dello Stato, legata alla divisione dei poteri e all’uguaglianza dei cittadini, e un versante disposto a rinunciare ai principi liberali per affermare elementi identitari e religiosi, che in Israele significa rafforzare l’ebraicità dello Stato. Rafforzare quest’ultima ha però delle conseguenze sia sulla tenuta democratica del Paese che sul rapporto con i Palestinesi e con il mondo arabo. Sostenere con una legge dal valore costituzionale che Israele è esclusivamente la nazione del popolo ebraico e limitare i poteri della Corte Suprema, vista come un ostacolo all’affermazione dell’ebraicità dello Stato perché organo a difesa dei valori liberali, è una svolta profondamente anti-pluralista e anti-democratica.

I palestinesi, di fatto, sono considerati come cittadini di serie B e godono sempre di meno diritti, tra cui quello alla vita. È possibile, quindi, considerare Israele come uno Stato pienamente democratico? La risposta, in tutta evidenza, è negativa. Eppure, questo è il modo in cui i governi occidentali, quello italiano incluso, e i giornali dominanti lo definiscono: “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Una definizione smentita da ogni analisi onesta dei fatti che serve ad ammantare di legittimità i crimini da essa commessi.

[di Gioele Falsini]

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6 Commenti

  1. Siete insostituibili… Fantastici! Felice di avervi incontrati. Fate più spesso approfondimenti come quello su democrazia in Israele. Andrebbe fatto su tutti i Paesi.. Partendo dall Occidente e Compreso il nostro. Grazie

  2. Bellissimo articolo per come si mettono in risalto le contraddizioni tra democrazia liberale e teocrazia e etnocrazia. Interessanti anche le citazioni belliciste e violente di leader sionisti come Ben Gurion. Peccato che di questo non si parli mai, considerato che sono dichiarazioni (e comportamenti) degli anni ‘’40 e non solo di oggi, dopo l’attacco di Hamas. Risalire la china di un’informazione che sia realmente tale è un percorso lungo e faticoso, per questo credo utile poter diffondere il più possibile, anche da parte di noi lettori, queste informazioni.

  3. E’ impossibile pretendere che un oppresso possa convivere col suo oppressore: cio’ e’ la base di ogni guerra di liberazione. In questo caso e’ come pretendere che l’ “ebreo odierno” (cioe’ il Palestinese) possa convivere col “nazista odierno” (cioe’ l’Ebreo). Netanhyau e’ quindi un coerente “ebreo nazista”…e coi nazisti non si dialoga, ma li si combatte fino all’annientamento perche’ e ‘ l’unico linguaggio che capiscono.

  4. Ottimo articolo che mette in luce le contraddizioni tra Stato Ebraico e democratico.
    Però questa idolazione della demoniocrazia non mi è mai piaciuta, è solo un bollino dato dagli USA agli Stati assoggettati.
    Dovendo scegliere meglio uno Stato Ebraico solamente, purché si prenda la responsabilità di essere un faro anche per i Palestinesi, certo questo richiede prima Netanyahu in galera e i successori al potere.
    Non a caso credo Israele geograficamente è sotto il tacco dell’Italia, basta metterci un po’ di peso, ricordando che non si aiutano i Palestinesi attaccando Israele, ma la pace si ottiene esaltando i meriti di ambedue.

  5. L’unico commento che mi sento di fare e che riguarda esclusivamente gli israeliani è “hanno imparato bene dai nazisti”. Mi vergogno profondamente di essere europeo in questo momento e di vedere come, grazie alla narrazione dominante, molti sono schierati a favore di chi del genocidio fa religione e contro chi tenta di difendere popoli dallo stesso. Una europa (la minuscola è voluta) cosi prona ai desiderata staunitensi non si era mai vista e una classe dirigente europea di cosi scarso valore e orgoglio neppure.

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