Cesenatico – Dal porto romagnolo le barche continuano a uscire in mare, ma andare a pescare, di questi tempi, non significa automaticamente guadagnare. In alcuni casi significa soltanto limitare le perdite. La chiusura dello Stretto di Hormuz e la crisi internazionale in Medio Oriente hanno fatto impennare il prezzo del petrolio e, di conseguenza, del gasolio per la pesca, mettendo in difficoltà un settore già fragile: «Il prezzo del gasolio è praticamente raddoppiato – racconta Claudio Cesarini della Cooperativa Pescatori – lo pagavamo 60 centesimi, adesso siamo a 1,16 euro al litro». Per una barca a strascico di piccola o media taglia significa passare da circa 400 euro a uscita a 800-900 euro per una notte di pesca.
La crisi nasce a migliaia di chilometri dall’Adriatico. Dallo Stretto di Hormuz transita circa il 20 per cento del petrolio mondiale e gran parte del gas naturale liquefatto diretto verso Europa e Asia. Le operazioni militari condotte dagli Stati Uniti nell’area, insieme alle tensioni con Iran e Israele, hanno drasticamente ridotto il traffico marittimo e provocato una forte reazione al rialzo dei mercati energetici. Le conseguenze si riversano su tutta la filiera della pesca italiana: dall’Adriatico alla Sicilia, dalla Romagna alle marinerie pugliesi. La pesca a strascico, che richiede navigazione continua con motori costantemente sotto sforzo, è tra le attività più colpite. A Cesenatico, come in molti altri porti italiani, i pescatori stanno modificando le proprie abitudini di lavoro. «L’Adriatico vive molto della pesca della canocchia, che è notturna. Prima, con il gasolio a 60 centesimi, potevi permetterti di fare anche altre prove e cercare pesce diverso durante il giorno. Adesso vai solo sul sicuro», spiega Cesarini. Le barche escono la sera e rientrano al mattino puntando quasi esclusivamente sulle canocchie, mentre specie come gambero, merluzzo e pesce bianco vengono pescate molto meno perché richiedono più ore di navigazione e più carburante.
I prezzi e il paradosso del mercato ittico

L’aumento dei costi di produzione non si trasferisce automaticamente sul prezzo finale del pescato locale. Sul mercato ittico italiano, il pesce adriatico si trova a competere con prodotti provenienti dall’Atlantico e dagli oceani, dove le flotte industriali operano su scala ben diversa e riescono ad assorbire meglio i rincari energetici grazie a economie di volume. Merluzzo nordico, gamberi argentini, seppie del Pacifico arrivano nei banconi della grande distribuzione a prezzi che il pescatore di Cesenatico o di Mola di Bari non riesce a eguagliare.
Il risultato è una forbice sempre più larga: il pesce locale costa di più perché costa di più pescarlo, ma il consumatore finale, già abituato a confrontare i prezzi, tende a spostarsi verso il prodotto d’importazione. Una dinamica che comprime ulteriormente i margini delle marinerie italiane, già ridotti all’osso. La situazione non riguarda soltanto Cesenatico. In diverse marinerie italiane gli armatori stanno riducendo le giornate di pesca o lasciando ferme le imbarcazioni nei giorni meno redditizi. A Rimini alcune flotte hanno sperimentato settimane con appena due uscite, nel tentativo di compensare almeno in parte l’aumento dei costi.
Il nodo delle normative europee

L’aumento del gasolio si inserisce in una crisi strutturale che riguarda tutta la pesca italiana. Negli ultimi anni il settore ha dovuto affrontare quote europee, limitazioni ambientali, riduzione dei giorni di pesca e aumento dei costi di manutenzione. Nel Mediterraneo la pesca è artigianale, frammentata, composta da piccoli equipaggi e pescato misto venduto quasi sempre entro poche ore dallo sbarco. Per questo l’impennata del gasolio rischia di colpire un comparto che già operava con margini ridottissimi. Molti armatori spiegano che oggi basta una settimana negativa per azzerare completamente gli incassi. A complicare il quadro ci sono le politiche comunitarie sulla pesca. Le normative europee, costruite in larga parte per regolare le grandi flotte industriali che operano nell’Atlantico del Nord e nel Mare del Nord, si applicano in modo uniforme anche alle piccole marinerie del Mediterraneo, con risultati spesso contraddittori. Le regole sui giorni di pesca consentiti, sulle taglie minime, sulle reti e sulle zone interdette nascono da un’impostazione ecologica condivisibile nei principi, ma calibrata su ecosistemi e modi di pescare profondamente diversi da quelli adriatici.
Gli aiuti che non arrivano

Il governo ha annunciato un credito d’imposta per sostenere il comparto, ma i pescatori non hanno ancora ricevuto benefici concreti. Il taglio delle accise sui carburanti non riguarda la pesca professionale, che acquista gasolio già privo di rincari. L’unica misura prevista resta il credito d’imposta, per il quale manca ancora il decreto attuativo. «Sappiamo che c’è, ma non sappiamo quando e come potremo usarlo», dice Cesarini. Il problema principale, sottolineano i pescatori, è la liquidità immediata. Le cooperative devono continuare a pagare contributi, manutenzioni e stipendi mentre i costi aumentano ogni settimana. «Se potessimo usare subito il credito d’imposta sarebbe già un aiuto. Se invece ce lo fanno utilizzare a fine anno, da qui a dicembre rischiamo di finire sott’acqua».
Restano inoltre bloccati diversi contributi legati ai fermi pesca degli anni precedenti. «Mancano ancora i pagamenti del 2023, 2024 e 2025», racconta Cesarini. Per molte piccole imprese si tratta di somme essenziali per mantenere operative le barche e affrontare le spese di manutenzione annuale. Tra i pescatori cresce la sensazione che gli interventi previsti siano insufficienti. La richiesta non è di soli contributi straordinari o ristori temporanei, ma di un sistema capace di proteggere il comparto dalle oscillazioni improvvise del mercato energetico. Senza un prezzo del gasolio sostenibile e stabile, avvertono nelle marinerie italiane, molte barche rischiano di non uscire più in mare.
«Così non è sostenibile», dice Cesarini. «Non è sostenibile per le imprese, non è sostenibile per le famiglie che vivono di questo lavoro, e alla fine non è sostenibile nemmeno per il mare, perché la piccola pesca artigianale è parte di un equilibrio che una volta perso è difficile ricostruire».





Certo che però la pesca a strascico è un disastro ambientale.