Studio internazionale: il MOSE non basterà a salvare Venezia

Il MOSE continuerà a difendere Venezia ancora per un tratto di strada, ma non potrà essere la risposta definitiva all’innalzamento del mare. Un nuovo studio internazionale pubblicato sulla rivista Scientific Reports avverte infatti che, con l’avanzare del sea level rise e la subsidenza che continua a gravare sulla laguna, lo spazio delle soluzioni si restringerà progressivamente fino a imporre scelte trasformative o, nei casi estremi, perfino l’abbandono di parti della città. Gli autori delineano una serie di possibili percorsi di adattamento – anelli di dune intorno alla città, laguna chiusa da dighe permanenti e infine quella, più drastica, del “ritiro programmato” – ciascuno con costi, impatti ecologici e capacità di preservare il patrimonio differenti.

Il MoSE è entrato in funzione nel 2022 per proteggere Venezia dalle acque alte ma la sua efficacia diminuisce rapidamente all’aumentare del livello del mare. Ogni chiusura altera gli scambi con l’Adriatico, danneggiando l’ecosistema lagunare e limitando le attività portuali. Gli esperti stimano che con un innalzamento relativo compreso tra 0,75 e 1,75 metri si raggiungerà un punto di svolta, dopo il quale l’attuale sistema non potrà più garantire gli obiettivi di sicurezza. Questo potrebbe accadere già intorno al 2070, nello scenario emissivo più elevato. Le misure complementari – come il sollevamento del terreno mediante iniezione di acqua salata in profondità – potrebbero fare guadagnare tempo, ma a costi crescenti e senza salvare la laguna.

I ricercatori si interrogano sulle possibili alternative. La prima è il “ring-diking”, cioè la costruzione di argini ad anello che isolino il centro urbano e alcuni insediamenti dal resto della laguna, lasciando però l’ambiente lagunare aperto al mare. Questa opzione preserverebbe monumenti, abitazioni e gran parte delle funzioni economiche, ma spezzerebbe il legame fisico e culturale con la laguna. La seconda è la “closed lagoon”, una trasformazione ancora più radicale: la laguna diventerebbe un bacino costiero chiuso da barriere permanenti, salvando il tessuto urbano ma sacrificando in modo irreversibile l’ecosistema lagunare. Il rapporto quantifica costi molto elevati per queste soluzioni: per la chiusura permanente della laguna si arriva a stime che possono salire fino a decine di miliardi, mentre il “ring-diking” richiede investimenti importanti ma lascia più spazio all’evoluzione naturale della laguna. Anche i rischi residui restano tutt’altro che teorici: un cedimento strutturale di un argine, soprattutto vicino alla città storica, potrebbe provocare un’alluvione rapidissima e con margini di risposta molto ridotti.

Come ultima pista ipotizzata, vi sarebbe quella più radicale: il “retreat”, ovvero un ritiro programmato che preveda lo smontaggio e il ricollocamento dei monumenti più significativi in aree più sicure, soluzione che potrebbe diventerebbe plausibile per un innalzamento tra 4 e 10 metri, probabilmente a partire dal prossimo secolo se le emissioni resteranno molto elevate. L’abbandono della città, è evidente, comporterebbe costi sociali e culturali incalcolabili, dal momento che si salverebbe solo una parte dei monumenti eventualmente trasferiti, ma si verificherebbe la perdita del tessuto urbano originario, delle tradizioni legate alla laguna e della maggior parte delle funzioni economiche.

«I rischi considerevoli che Venezia e la sua laguna corrono a causa dell’innalzamento del livello del mare, sia in corso che previsto, richiedono strategie di adattamento a lungo termine senza precedenti», scrivono gli studiosi nel rapporto, che indica come la finestra decisionale si sta già chiudendo e che il destino della città dipenderà anche dalla capacità di agire per tempo, con una visione che non riguardi solo Venezia, ma tutta la costa alto-adriatica. «In caso di innalzamento estremo del livello del mare, il trasferimento dei monumenti in aree interne idonee e il loro abbandono rappresenterebbero l’unica strategia possibile, che potrebbe diventare inevitabile nel XXII secolo a causa delle attuali politiche climatiche e del collasso della calotta glaciale antartica – continuano i ricercatori -. Interventi rapidi di mitigazione potrebbero comunque evitare le conseguenze a lungo termine più devastanti».

Come abbiamo raccontato lo scorso febbraio, nel primo messe e mezzo del 2026 si sono verificati ben ventiquattro innalzamenti del MOSE, per una media di quasi una volta ogni 48 ore. Ogni sollevamento del muro costa una cifra stimata tra i 200mila e i 300mila euro; in circa 50 giorni, dunque, sono stati spesi circa 5 milioni di euro. «Un quadro senza precedenti» aveva commentato Alvise Papa, responsabile del Centro Maree, l’ente che monitora i livelli di marea a Venezia, lamentando l’aumento dei casi di acqua alta nell’ultima fase. Nel lasso di tempo considerato si sono registrate più volte maree superiori ai 100 centimetri sul livello medio del mare, nonostante – almeno in teoria – il periodo dell’anno coincidesse con le maree più basse.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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