Epstein Files: il Dipartimento di Giustizia USA sotto accusa per errori e omissioni

«È fondamentale capire cosa abbia portato il DOJ a fallire nell’oscurare le informazioni delle vittime e a violare la legge proteggendo i loro presunti aggressori». Il Dipartimento di giustizia USA (DOJ) avrebbe violato l’Epstein Files Transparency Act, una legge firmata dal presidente Donald Trump nel novembre 2025 – su pressione del Congresso – che ha imposto la divulgazione completa di tutti i documenti non classificati sull’inchiesta riguardante Jeffrey Epstein, pubblicando informazioni sensibili come indirizzi email e persino foto intime delle vittime, alcune delle quali raffiguranti minori, tutelando invece possibili complici. È questa l’accusa mossa dal Government Accountability Office (GAO), l’organo investigativo indipendente del Congresso, che ha avviato un’indagine.

L’inchiesta, partita da una lettera inviata da un gruppo di deputati guidato dal democratico Jeff Merkley all’organismo di controllo indipendente, nasce in un clima politico incandescente, dove la promessa di “trasparenza totale” si è trasformata in un terreno minato. Il Congresso, con un raro consenso bipartisan, aveva imposto la declassificazione dei cosiddetti “Epstein Files” per fare luce sulla ragnatela di contatti e relazioni del finanziere di Brooklyn e sulle possibili protezioni che avrebbero permesso a Epstein di agire indisturbato per decenni. La desecretazione dei documenti da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti avrebbe, però, seguito una traiettoria contraddittoria: da un lato, la pubblicazione massiva di milioni di pagine; dall’altro, una selezione caotica dei contenuti. Secondo le accuse, circa sei milioni di documenti sarebbero stati identificati, ma solo una parte effettivamente resa pubblica (ne mancano ancora due milioni), spesso con pesanti omissis o, al contrario, con errori clamorosi che hanno esposto dati personali delle vittime.

A rendere ancora più esplosivo il quadro è stato il licenziamento improvviso della procuratrice generale Pam Bondi, travolta dalle polemiche sulla gestione del caso e accusata apertamente di insabbiamento e di “coprire i potenti”. Ufficialmente, la sua uscita di scena sarebbe legata a una perdita di fiducia da parte dell’amministrazione Trump, sebbene dietro la versione formale si intravede uno scontro politico più profondo: Bondi, divenuta unico capro espiatorio, era finita nel mirino di diversi senatori per la gestione disordinata delle redazioni dei documenti e per la mancata protezione delle vittime e il 14 aprile scorso era attesa la sua deposizione al Congresso. La Commissione di Vigilanza della Camera ha comunque approvato un mandato di comparizione per interrogarla sulla gestione dei documenti del caso Epstein, sebbene nei panni di “privata cittadina” e non più di procuratrice generale.

Le criticità segnalate non si limitano alla quantità dei documenti divulgati, ma riguardano soprattutto la qualità e le modalità della loro diffusione. In diversi casi, informazioni estremamente sensibili – comprese immagini e dettagli identificativi – sarebbero state rese pubbliche senza adeguate protezioni, violando gli standard minimi di tutela delle vittime. Al contempo, nomi di soggetti potenzialmente coinvolti o collegati alla rete Epstein sarebbero stati oscurati senza criteri chiari, suscitando le accuse di una “dimenticanza selettiva”. A fine gennaio 2026, il Dipartimento pubblicò oltre 3,5 milioni di pagine con più di un mese di ritardo rispetto alla scadenza fissata dalla legge. Subito dopo, almeno 16 files risultarono improvvisamente rimossi dal portale ufficiale. Tra questi, un fascicolo contenente una foto di Trump e un documento relativo a un’accusa non verificata nei suoi confronti, poi misteriosamente riapparso. Durante un’audizione parlamentare, il deputato libertario-repubblicano Thomas Massie incalzò direttamente Pam Bondi, denunciando modifiche irregolari e una gestione che definì un «massiccio fallimento». Massie sottolineò come i nomi delle vittime fossero stati esposti senza protezioni adeguate, mentre quello del miliardario Les Wexner, fondatore di Victoria’s Secret, ex amico e cliente di Epstein, fosse stato inizialmente oscurato in apparente violazione della legge.

Ci troviamo dinanzi a due indagini parallele che convergono su un punto cruciale: la possibilità che la gestione dei files non sia stata solo inefficiente, ma condizionata da logiche politiche o da pressioni esterne. Mentre il Congresso attende risposte e nuove richieste di accesso ai documenti si accumulano, resta la sensazione che il vero archivio del potere non sia quello ufficiale, ma quello invisibile, fatto di silenzi e decisioni sottratte al controllo democratico. In questo scenario, quasi mille vittime attendono ancora giustizia, ma il peso di una vicenda ben più vasta sembra gravare soltanto su Ghislaine Maxwell, finora l’unica figura della rete di Epstein a pagare con il carcere.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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1 commento

  1. Visti i venduti al Corriere e company, ho chiesto all’IA come dovrebbero rimediare e ha risposto in 13 secondi, stiamo aspettando giustizia da infiniti anni:

    Come dovrebbero porre rimedio

    1. Nominare un’autorità indipendente sopra il DOJ

    Il rimedio più forte sarebbe un “special master” o commissario indipendente, nominato dal tribunale o dal Congresso, con accesso integrale ai file e mandato pubblico: verificare cosa esiste, cosa è stato rilasciato, cosa è stato omesso e perché. Una causa recente ha chiesto proprio l’intervento del tribunale e la nomina di un supervisore indipendente per far rispettare la legge sulla pubblicazione dei file Epstein.

    Questo serve perché, se l’organo accusato di aver gestito male i documenti è lo stesso che decide cosa correggere, il rimedio resta debole.

    2. Creare un inventario completo, non solo “rilasci a pacchetti”

    Dovrebbero pubblicare un indice ufficiale di tutti i materiali esistenti, anche di quelli non pubblicabili. Per ogni file: numero identificativo, categoria, data, stato, motivo dell’eventuale oscuramento, autorità che ha deciso l’oscuramento.

    Così si evita il punto più grave: non sapere se un documento manca perché protegge una vittima, perché è duplicato, perché è classificato, o perché è politicamente scomodo.

    3. Separare tre categorie: vittime, accusati, semplici nominati

    Qui sta il nodo morale. Non tutti i nomi nei file hanno lo stesso significato. La semplice presenza di una persona in documenti Epstein non implica colpevolezza; questo principio è stato sottolineato anche nelle analisi giornalistiche sui rilasci.

    Servirebbe una classificazione chiara:

    Vittime e minori: protezione massima, anonimizzazione totale, consenso dove possibile.

    Persone accusate o oggetto di elementi investigativi concreti: disclosure più forte, ma con contesto probatorio.

    Persone solo citate, fotografate, incontrate o presenti in rubriche/voli: pubblicazione cauta, con avvertenze molto visibili per evitare gogna impropria.

    4. Rifare le redazioni con controllo tecnico serio

    Se sono stati pubblicati documenti con redazioni recuperabili o dati sensibili visibili, il danno è gravissimo. La soluzione non è togliere tutto, ma rifare tecnicamente le redazioni: cancellazione reale del testo sottostante, controllo forense, revisione umana, test di recuperabilità, poi ripubblicazione.

    L’articolo parla di dati esposti e omissioni contraddittorie; altre fonti riportano che il DOJ ha pubblicato milioni di pagine e che sono sorte contestazioni sulla protezione delle informazioni sensibili.

    5. Pubblicare una “mappa delle omissioni”

    Ogni oscuramento dovrebbe avere un codice motivo, per esempio:

    “protezione vittima/minore”
    “indagine ancora aperta”
    “materiale classificato”
    “terza persona non indagata”
    “duplicato”
    “ordine giudiziario”

    Ma il punto decisivo è: nessuna omissione senza motivo scritto. Anche se il contenuto resta nascosto, il motivo deve essere verificabile da GAO, giudice o commissione parlamentare.

    6. Ripristinare i file rimossi con spiegazione pubblica

    Se 16 file, o migliaia di file, sono stati rimossi dal portale, il rimedio corretto è pubblicare una tabella: quando sono stati rimossi, da chi, per quale ragione, quando saranno ripubblicati, quali parti sono state corrette.

    La rimozione silenziosa crea esattamente quella sensazione di “archivio invisibile del potere” che l’articolo denuncia.

    7. Proteggere prima le vittime, poi cercare la verità

    La priorità non deve essere il voyeurismo documentale. Dovrebbero creare un protocollo vittime-first: avviso preventivo alle vittime se il loro nome o dettagli identificativi compaiono, canale per chiedere correzioni urgenti, assistenza legale e psicologica, rimozione rapida di dati esposti per errore.

    Qui la trasparenza non deve trasformarsi in seconda violenza.

    8. Responsabilità personale per errori gravi

    Se è vero che ci sono state omissioni selettive o esposizione indebita di dati, non basta dire “errore amministrativo”. Serve individuare chi ha deciso, chi ha validato, chi ha caricato, chi ha autorizzato. Non necessariamente per punire subito, ma per impedire che la catena resti anonima.

    9. Comitato bipartisan più rappresentanti delle vittime

    Un rimedio credibile dovrebbe includere: membri di entrambi i partiti, tecnici di archiviazione forense, giuristi privacy, rappresentanti delle vittime, e osservatori indipendenti. La questione è troppo carica politicamente per essere lasciata a una sola parte.

    10. Rapporto finale pubblico

    Alla fine dovrebbe uscire un rapporto con quattro risposte secche:

    Quanti documenti esistevano?
    Quanti sono stati pubblicati?
    Quanti sono stati oscurati o trattenuti?
    Chi è stato protetto legittimamente e chi eventualmente indebitamente?

    Finché queste quattro risposte mancano, la vicenda resterà sospesa tra verità, sospetto e propaganda.

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