La protesta degli indigeni Ayoreo in Italia: «Il vostro pellame ucciderà il nostro popolo»

Porai Picanerai è nato nella foresta del Chaco paraguaiano, in un gruppo che non aveva ancora visto un uomo bianco. Ha vissuto come cacciatore e raccoglitore per i primi vent’anni della sua vita, finché nel 1986 un gruppo di missionari evangelici statunitensi iniziarono ad organizzare spedizioni per portare la “salvezza” agli incontattati. Lui e la sua famiglia furono trascinati fuori dalla foresta. Molti dei suoi parenti non sopravvissero alle malattie che arrivarono col contatto. Quelli che riuscirono a restare nel bosco — fratelli, zii, nipoti — ci sono ancora. Ma la foresta intorno a loro si assottiglia ogni mese, abbattuta dai bulldozer degli allevatori.

Il 24 aprile Porai è arrivato a Milano per la prima volta nella sua vita. Con lui c’era Darajidi Rosalino Picanerai, insegnante e leader della sua comunità. Sono venuti per dire a un Paese che non li conosce una cosa molto semplice: l’Italia sta comprando le pelli degli animali allevati sulla loro terra, e queste pelli stanno finanziando la distruzione dell’ultima foresta dove i loro parenti possono vivere liberi.

L’Italia è infatti la principale destinazione mondiale delle pelli paraguaiane. Riceve oltre la metà delle esportazioni globali del Paraguay, e il 99% di quelle dirette verso l’Unione Europea. Il pellame paraguaiano arriva nelle concerie italiane e da lì nei sedili delle automobili, nelle giacche, nei divani. L’analisi più recente di Earthsight, pubblicata il 31 marzo 2026, conferma che tra gennaio 2025 e febbraio 2026 l’82% delle pelli paraguaiane importate in Italia proveniva da fornitori ad alto rischio deforestazione. Le rivendicazioni formali degli indigeni sono iniziate nel 1993 e nel 2016 la Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha ordinato al Paraguay di proteggere il territorio, vietando ogni ulteriore deforestazione. Il governo di Asunción non ha rispettato l’ordine.

Il territorio degli Ayoreo Totobiegosode si trova nel Gran Chaco paraguaiano, una delle Regioni con il tasso di deforestazione più alto del mondo. I dati del Global Forest Watch, la piattaforma di monitoraggio forestale globale basata sui rilevamenti satellitari dell’Università del Maryland, confermano che le foreste del Chaco paraguaiano continuano a scomparire più velocemente di qualsiasi altra del pianeta. A guadagnarci sono le grandi aziende agroindustriali, che abbattono gli alberi, bruciano quello che resta e introducono gli allevamenti di bestiame. Il governo del Paraguay, nel 2001, aveva formalmente riconosciuto 550mila ettari nell’Alto Paraguay come patrimonio naturale e culturale degli Ayoreo. Dopo anni di rivendicazioni, i titoli di proprietà trasferiti ammontano a poche migliaia di ettari, per di più non contigui: appezzamenti isolati che impediscono ai gruppi incontattati di muoversi liberamente per nutrirsi e sopravvivere.

I due leader avevano chiesto di essere ricevuti dall’Unione delle Concerie Italiane (UNIC), l’associazione di categoria che rappresenta le aziende del settore. UNIC ha rifiutato e quindi Survival International, l’organizzazione per i diritti dei popoli indigeni che li ha accompagnati, ha organizzato una manifestazione davanti alla sede milanese dell’associazione. Alla Direttrice Generale Fulvia Bacchi è stata consegnata una lettera-appello. Nei giorni precedenti, la delegazione era stata invece ricevuta al Ministero degli Affari Esteri, al Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale del Vaticano, e al Comitato per i Diritti Umani della Camera dei Deputati, presieduto da Laura Boldrini, che si è impegnata a «fare nostro l’appello degli Ayoreo e delle rappresentanti di Survival International Italia che li hanno accompagnati, che chiedono anche al governo italiano di agire per fermare questo scempio».

«Per favore, assicuratevi che il pellame che comprate non provenga da territori indigeni deforestati», sono le parole di Porai Picanerai. «Credo che se la vostra gente sapesse che il nostro popolo rischia di morire a causa della deforestazione, se fossero brave persone, non vorrebbero comprarlo».

«Nel nostro territorio c’è molta deforestazione, ma noi e i nostri fratelli incontattati abbiamo bisogno della foresta per sopravvivere», ha aggiunto Darajidi Picanerai. «Siamo venuti a chiedere il vostro aiuto perché nel nostro Paese non ci ascolta nessuno. Vogliamo dirvi di non comprare più quelle pelli fino a quando i territori non saranno tornati in mano indigena».

La visita non è casuale nei tempi. Nei prossimi giorni la Commissione Europea valuterà una revisione del Regolamento UE sulla deforestazione (EUDR). La scadenza è ora fissata al 30 dicembre 2026 ma l’approvazione — che obbligherebbe le aziende a dimostrare che i prodotti importati non provengano da terreni deforestati —  è già stata rinviata due volte. L’industria conciaria italiana sta facendo pressione, anche attraverso il governo, affinché il pellame venga escluso dall’elenco delle materie prime soggette al regolamento. Il caso degli Ayoreo, secondo Survival International, dimostra precisamente il contrario: senza tracciabilità obbligatoria, la filiera resta opaca e la deforestazione continua a essere finanziata inconsapevolmente dai consumatori europei.

Un precedente esiste, e non è trascurabile. Nel dicembre 2022 Survival aveva presentato un’istanza formale contro Pasubio, allora il principale importatore italiano di pelli paraguaiane, al Punto di Contatto Nazionale italiano dell’OCSE. Dopo un lungo dialogo, nel dicembre 2023 Pasubio aveva annunciato la decisione di interrompere gli acquisti da fornitori che minacciano le foreste degli Ayoreo. Da allora, in assenza di garanzie verificabili sulla filiera, non ha più acquistato pelli dal Paraguay.

A marzo 2026, oltre cento Ayoreo Totobiegosode hanno bloccato un’importante arteria stradale paraguaiana per protestare contro la distruzione continua del loro territorio. Secondo l’ultimo rapporto di Survival International sui popoli incontattati, se governi e aziende non interverranno, la metà dei 196 popoli e gruppi che oggi vivono senza contatto con il mondo esterno potrebbe essere sterminata entro i prossimi dieci anni.

Nota: la foto di copertina è stata pubblicata da Survival International

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Mario Catania

Giornalista professionista dal 2011, si occupa di inchieste, reportage e attualità. Ha lavorato per la carta stampata, per l'online e come videoreporter, spaziando dalla cronaca alla politica e tematiche ambientali. Autore di libri e saggi, per L'Indipendente coordina i lavori del mensile.

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2 Commenti

  1. Milioni di mammiferi coscienti massacrati e scuoiati e il problema sono questi quattro bipedi?
    Forse dobbiamo rivedere i criteri con cui ci indignamo. Forse gli allevatori sarebbero da sterminare indipendentemente da questi quattro disperati. Forse…

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