Il Giappone abbandona il suo storico pacifismo: approvata l’esportazione di armi letali

Il Giappone ha rivisto per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale la sua politica di vendita di armamenti, segnando in quest’ambito una svolta epocale che lo porta da una impostazione pacifista a un atteggiamento volto a rafforzare la sua politica in ambito di difesa, anche per far fronte a un contesto geopolitico sempre più instabile. Nello specifico, il Giappone –  guidato dalla premier Sanae Takaichi del Partito Liberal Democratico (PLD) di destra – ha approvato l’esportazione di armi letali all’estero, superando le linee guida introdotte nel 2014 dall’esecutivo Abe che permettevano solo l’esportazione di armi non letali. La decisione va inserita in un contesto di sicurezza internazionale precario, in cui il Giappone vede sempre più minacciata la sua sicurezza da Cina e Corea del Nord, ma anche dalle richieste di Washington e dallo spostamento di mezzi militari statunitensi dall’Indo-Pacifico verso l’Asia occidentale. L’esportazione di armi offensive ai suoi “alleati” fa sentire il Giappone meno vulnerabile rispetto alla forza militare dei suoi storici avversari, tra cui Pechino.

Con la nuova politica introdotta ieri, Tokyo potrà esportare missili, cacciatorpediniere e jet da combattimento, oltre a droni armati e carri armati. Le aziende giapponesi saranno autorizzate ad esportare i loro armamenti verso i 17 Paesi con cui la nazione asiatica ha già firmato accordi in materia di difesa. In concreto, ciò tende a tradursi in un rafforzamento della cooperazione strategica tra le nazioni dell’area Indo-pacifica, attraverso la fornitura di fregate alle Filippine o sottomarini all’Indonesia. La mossa ha suscitato la preoccupazione della Cina che ha parlato di una presunta «sconsiderata militarizzazione» del Giappone. Tuttavia, Tokyo ha posto una linea rossa precisa, stabilendo il divieto di trasferire armi offensive a quelle nazioni coinvolte in conflitti già avviati, salvo nei casi in cui fossero in gioco interessi vitali nazionali. In ogni caso, si tratta di un’importante svolta rispetto alla normativa introdotta precedentemente dal governo Abe, il quale aveva stabilito solo cinque categorie di armamenti che era possibile esportare: soccorso, trasporto, vigilanza, sorveglianza e sminamento, senza alcun riferimento alle armi letali.

La nuova normativa, invece, introduce solo una distinzione tra sistemi classificati come «armi», categoria in cui sono compresi aerei da combattimento, cacciatorpedinieri e sottomarini, e «non armi», come i radar e i sistemi di allarme, per i quali non sono previste restrizioni.  Per quanto riguarda i sistemi d’arma, inclusi assetti navali e missilistici, l’export sarà autorizzato esclusivamente verso quelle nazioni che hanno sottoscritto con Tokyo accordi per la protezione delle informazioni sensibili in ambito difesa. Secondo l’esecutivo, la revisione risponde a un contesto strategico definito «il più critico per il Paese dalla fine della Seconda guerra mondiale». La decisione definitiva sulla vendita degli armamenti spetterà al Consiglio di sicurezza nazionale, mentre il Parlamento verrà informato solo successivamente. Il che ha suscitato il disappunto delle opposizioni che chiedono un coinvolgimento preventivo e più ampio nella decisione, spinte anche dalla preoccupazione di un possibile contributo del Giappone all’inasprimento dei conflitti internazionali o a dinamiche di riarmo. Secondo un sondaggio dell’emittente Nhk, inoltre, il 53% dei giapponesi è contrario alla riforma e minaccia manifestazioni in tutto il Paese.

Il nuovo regolamento giapponese sull’esportazione di armi offensive punta non solo a incrementare la cooperazione nel settore della difesa nella regione indo-pacifica, ma anche a sviluppare nuovi sistemi d’arma letali per le esportazioni, favorendo potenzialmente anche lo sviluppo di un esercito giapponese più professionale. Anche in questo senso si registra una svolta storica, in quanto dalla fine della Seconda guerra mondiale il Giappone non ha un vero e proprio esercito, ma solo un corpo chiamato “Forze di autodifesa” con il compito di difendere il territorio nazionale da eventuali attacchi. Si tratta di una conseguenza della sconfitta giapponese nell’ultima guerra mondiale, in seguito alla quale gli Stati Uniti decisero di impedirgli costituzionalmente di possedere un esercito. Nel testo dell’articolo 9 della Costituzione giapponese lo Stato rinuncia formalmente al diritto sovrano di belligeranza a favore di una pace internazionale basata su ordine e giustizia.

Tuttavia, questa impostazione risulta sempre più messa in discussione negli ultimi anni soprattutto dai partiti di destra più nazionalisti: negli ultimi mesi, le pressioni in questo senso sono aumentate, anche in seguito alle tensioni registrate con la Cina per via della questione dell’isola di Taiwan. Inoltre, lo spostamento di sistemi militari da parte degli Stati Uniti – principale alleato internazionale di Tokyo – dalla regione Indo-pacifica al Medio Oriente sta rendendo sempre più urgente per il Giappone una politica di difesa più autonoma. In generale, la svolta militarista della nazione riflette la più generale tendenza a livello internazionale a riarmarsi e i significativi cambiamenti negli equilibri e nelle alleanze globali.

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Giorgia Audiello

Laureata in Economia e gestione dei beni culturali presso l'Università Cattolica di Milano. Si occupa principalmente di geopolitica ed economia con particolare attenzione alle dinamiche internazionali e alle relazioni di potere globali.

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