Tanzania: far rinascere le foreste senza piantare un solo albero

Nelle zone più aride della Tanzania centrale gli alberi stanno tornando senza essere piantati. Gli agricoltori stanno ripristinando la copertura arborea su centinaia di migliaia di ettari partendo da ceppi vivi e radici già presenti nel terreno, anziché interrare nuove piantine. Una scelta nata dalle comunità locali che si sta dimostrando pratica, sostenibile nei costi e capace di trasformare il paesaggio in modo concreto. 

Quando un albero viene tagliato o cade, spesso non scompare del tutto. Sotto la superficie rimane un apparato radicale ancora attivo, in grado di generare nuovi germogli. Questi, in condizioni difficili, appaiono fragili, poco promettenti. Se però vengono gestiti nel modo giusto, possono svilupparsi rapidamente. È su questo principio che si basa la tecnica conosciuta come “Kisiki Hai”, cioè “ceppo vivo”. Gli agricoltori selezionano i germogli più robusti e rimuovono gli altri, concentrando così le risorse della pianta su pochi steli che crescono più forti e resistenti.

I risultati si vedono su larga scala. Nella regione di Dodoma, la capitale e una delle più secche del Paese, sono stati rigenerati oltre 15,2 milioni di alberi su circa 311mila ettari. Qui le precipitazioni sono limitate e molte famiglie dipendono da un’agricoltura esposta alle variazioni del clima. In questo contesto, far ricrescere gli alberi senza doverli piantare è una soluzione che riduce costi e aumenta le possibilità di successo.

La differenza rispetto ai programmi tradizionali di riforestazione emerge soprattutto nel tempo. Le piantine da vivaio hanno bisogno di acqua, cure costanti e anni per sviluppare radici profonde. Nelle aree aride, queste condizioni sono difficili da garantire e molte piante non sopravvivono. I ceppi già presenti, invece, partono in vantaggio, perché le radici sviluppate raggiungono l’umidità nel sottosuolo e sostengono una crescita più stabile.

Per le famiglie che vivono di agricoltura, il ritorno degli alberi cambia le condizioni di lavoro. L’ombra riduce la temperatura nei campi e protegge le colture dal sole diretto. Il terreno trattiene meglio l’acqua, rendendo le piante più resistenti nei periodi di siccità. Alcuni agricoltori raccontano che le verdure crescono con maggiore continuità e qualità. Sono effetti che si traducono in raccolti più affidabili e in entrate meno incerte, con risvolti positivi anche sul benessere generale, legato a un ambiente più stabile e meno esposto agli estremi climatici. Il metodo, inoltre, si basa su pratiche semplici: non richiede tecnologie avanzate né investimenti elevati, ma conoscenza del territorio, potature costanti e regole condivise, soprattutto per limitare il pascolo nelle aree in fase di rigenerazione.

Su scala nazionale la Tanzania convive già con una prevalenza di foreste nate da processi spontanei, mentre le superfici piantate restano minoritarie. L’esperienza della regione centrale rende evidente che questa tendenza può essere rafforzata attraverso una gestione più attenta e continuativa del territorio. In aree dove acqua e risorse sono scarse, valorizzare ciò che è già presente nel suolo sta offrendo una via concreta per mantenere la produttività senza aumentare i costi.

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Gloria Ferrari

Laureata in Culture e Letterature del mondo moderno a Torino. Scrive di diritti umani e ambiente per diverse testate giornalistiche italiane. Collabora con L’Indipendente dal 2021.

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1 commento

  1. …ma guarda un po’!
    Le cose, normalissime, che ho studiato 50 anni fa all’università… diventano notizia.
    (Tanto per dire: i contadini italiani si sono serviti per secoli dell’energia che proveniva dalla legna ricavata dai boschi governati a ceduo…)

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