Nel silenzio globale Israele continua la colonizzazione della Palestina: approvati 34 insediamenti

RAMALLAH, PALESTINA OCCUPATA – Mentre tutti gli occhi sono puntati sull’Iran e sul Libano, Israele continua la sua opera di colonizzazione della Cisgiordania. Il Gabinetto di Sicurezza avrebbe infatti approvato in segreto la creazione di 34 nuove colonie illegali: la decisione, rimasta classificata e non pubblicata ufficialmente, è stata riportata da diversi media israeliani, dopo che il censore militare israeliano ne ha autorizzato la pubblicazione. Si tratta del numero più alto di insediamenti approvati da qualsiasi governo in un’unica occasione, che porta a 103 la cifra di colonie approvate dal governo di Netanyahu nei tre anni e mezzo dell’ultimo mandato. Un numero altissimo e senza precedenti, se si pensa che nei 30 anni tra la firma degli Accordi di Oslo nel 1993 e l’insediamento dell’attuale governo, Israele aveva approvato formalmente solo sei nuovi insediamenti coloniali.

Secondo la lista pubblicata da Yinon Yittach, giornalista di i24 News, 10 dei 34 insediamenti sono già avamposti esistenti, illegali anche secondo la legge israeliana, ma che ora verranno legalizzati retroattivamente. I restanti 24 invece devono ancora essere costruiti. Per il diritto internazionale, tutti gli insediamenti israeliani in Cisgiordania occupata sono illegali.

La natura riservata della decisione ha sollevato interrogativi sulla trasparenza del processo politico. Le riunioni del gabinetto di sicurezza sono infatti classificate e in questo caso non è stata diffusa alcuna comunicazione ufficiale immediata da parte del governo. La conferma del riunione e della conseguente approvazione delle colonie è stata riportata solo dai media israeliani il 9 aprile. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, la mancata pubblicazione sarebbe stata legata anche a considerazioni diplomatiche, in particolare al desiderio di evitare tensioni con gli Stati Uniti durante la recente fase di conflitto regionale, inclusi gli scontri con l’Iran.

Questa ondata di nuovi insediamenti illegali procede di pari passo con l’aumento delle violenze dei coloni in Cisgiordania occupata, che sembrano avere lo stesso obiettivo di annessione del territorio e sfollamento della sua popolazione originaria. Se l’espansione degli insediamenti è stata una politica centrale dei successivi governi israeliani dal 1967 (anno di inizio dell’occupazione della Cisgiordania), è innegabile ed evidente la significativa accelerazione che ha avuto sotto la coalizione guidata da Netanyahu. Attualmente, sono circa 144 le colonie – senza contare gli avamposti illegali – autorizzate sia dal governo sia dall’Amministrazione Civile. Questa cifra salirebbe a 235 se tutti i 103 nuovi insediamenti approvati dall’attuale governo venissero infine autorizzati.

Secondo l’organizzazione israeliana Yesh Din, l’approvazione dei nuovi insediamenti è finalizzata a favorire una “pulizia etnica” della Cisgiordania: il piano del ministro delle Finanze Smotrich sarebbe quello di “spingere i palestinesi in piccole enclave densamente popolate nell’Area A”. Un’altra organizzazione israeliana, Peace Now, ha accusato il governo di cercare di creare il maggior numero possibile di “fatti sul terreno” prima delle prossime elezioni.

Un elemento particolarmente controverso riguarda lo sviluppo infrastrutturale. Secondo fonti riportate da i24 News, il governo avrebbe previsto la realizzazione di infrastrutture idriche ed elettriche per i nuovi insediamenti ancora prima del completamento delle autorizzazioni civili. Questo passaggio, secondo critici e organizzazioni per i diritti umani, contribuirebbe a consolidare sul terreno realtà insediative senza che nemmeno siano pienamente autorizzate dal punto di vista amministrativo.

Le aree coinvolte non sarebbero marginali: mappe e ricostruzioni giornalistiche indicano una distribuzione ampia degli insediamenti lungo tutta la Cisgiordania, inclusi settori del nord vicino a centri palestinesi come Jenin, che si ritroverebbe di fatto circondato da 6 nuove colonie. L’obiettivo sembra anche quello di frammentare ulteriormente la continuità territoriale palestinese, isolando città e villaggi tra insediamenti e infrastrutture israeliane, per creare una nuova geografia politica che cancelli per sempre – come rivendicato da Smotrich – l’idea di uno Stato palestinese.

Sul piano politico e ideologico, il progetto degli insediamenti si inserisce in una visione più ampia promossa da alcuni esponenti del governo e da leader regionali. In un’altra occasione, il ministro dell’Energia Eli Cohen e Yossi Dagan, il capo del Consiglio Regionale della Samaria in Cisgiordania, hanno annunciato la creazione di un gruppo di lavoro tecnico per promuovere la costruzione di infrastrutture idriche ed elettriche per i nuovi insediamenti autorizzati dal governo lo scorso anno. Sia Cohen sia Dagan hanno affermato che il nuovo sviluppo fa parte di un programma avviato da Dagan nel 2022 per portare un milione di israeliani a vivere nella regione della Samaria, nel nord della Cisgiordania, entro il 2050, dove attualmente risiedono circa 49.000 israeliani.

Il capo di stato maggiore delle IDF ha espresso preoccupazioni, non sulla legittimità di tali operazioni, ma sui rischi per la sicurezza di Israele: secondo il quotidiano Ynet, il militare ha sottolineato la difficoltà che il crescente onere operativo per la protezione dei nuovi insediamenti imporrebbe all’esercito, già sotto pressione per la gestione delle tensioni regionali e interne.

Veloce la condanna dell’Unione Europea, che sottolinea l’illegalità della decisione israeliana di istituire nuovi insediamenti e riporta come questa scelta comprometta gravemente “le prospettive di pace e la soluzione dei due Stati”. Nel comunicato stampa invita il governo israeliano a revocare tali decisioni, a rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale e a proteggere la popolazione palestinese dei territori occupati. Parole a cui però, fino a oggi, sono conseguiti ben pochi fatti, mentre il genocidio a Gaza continua e la pulizia etnica in Cisgiordania avanza sempre più velocemente.

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Moira Amargi

Moira Amargi esiste ed è una persona specifica, ma il nome è uno pseudonimo, usato quando pubblica report sulla Palestina o dall'interno di cortei e momenti di conflitto sociale a rischio repressione. È corrispondente per L'Indipendente dal Medio Oriente e dai Territori Palestinesi occupati.

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1 commento

  1. Date la colpa ad Israele e magari anche agli USA, ma i criminali del mondo sono in Europa, é qui che è nata la Civiltà Nazifascista, esaltata già nell’Illiade di vivere per andare in Africa e nel mondo ad amazzare e distruggere per migliaia di anni di seguito, fino ad avere creato un deserto di miseria.
    Poi sedersi da ebeti a predicare invenzioni, che la miseria dei popoli impedisce di contestare, sulla nascita dell’Universo e sulla verginità della Madonna, parlando tutti come Trump a nome di Dio, ma siete così stupidi che un sasso o un telefono ne sanno mille volte di più.

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