«Il blocco dei porti iraniani è stato completamente pienamente attuato, mentre le forze marittime USA mantengono la propria superiorità in Medio Oriente» ha dichiarato solo poche ore fa Brad Cooper, comandante del CENTCOM (Comando Centrale USA). In meno di 36 ore dal suo inizio, le forze statunitensi avrebbero «completamente bloccato gli scambi economici in entrata e in uscita via mare dall’Iran». Dal comunicato sembrerebbe che l’intervento USA abbia avuto un forte impatto sul traffico nello Stretto di Hormuz. Le cose, tuttavia, non starebbero proprio così. Secondo un’analisi di Reuters, che ha verificato i dati sul traffico marittimo, l’impatto sul già ridotto traffico attraverso lo Stretto sarebbe stato alquanto limitato. Almeno otto navi, tra cui tre petroliere legate all’Iran, avrebbero infatti attraversato lo Stretto di Hormuz nella sola giornata di lunedì.
Il blocco statunitense è scattato poco meno di 48 ore fa, alle 10 del mattino statunitensi (le 16 italiane) di lunedì 13 aprile, e riguarda le navi battenti qualsiasi bandiera in entrata e uscita dai porti iraniani, inclusi quelli che affacciano sul Golfo di Oman e sul Golfo Arabico. Alle navi che provengono e/o sono dirette verso porti non iraniani è invece consentito il passaggio. L’operazione, riporta il CENTCOM, sta coinvolgendo 10 mila membri dell’esercito USA, oltre un centinaio di aerei da combattimento e di sorveglianza e oltre una dozzina di navi da guerra. Secondo il Comando, durante le prime 24 ore «nessuna nave è riuscita a superare il blocco statunitense», mentre 6 navi sono state costrette dai militari USA a invertire la rotta e rientrare in un porto iraniano sul Golfo di Oman.
In effetti, le tre navi legate all’Iran che hanno attraversato lo Stretto non partivano nè si dirigevano verso porti iraniani, motivo per il quale sono state lasciate passare. Si trattava della Peace Gulf, battente bandiera panamense e diretta negli Emirati e solitamente addetta al trasporto di nafta iraniana da esportare in Asia; della Murlikishan, battente bandiera del Madagascar, diretta in Iraq, il cui carico è solitamente rappresentato da petrolio russo e iraniano; e della Rich Starry, di proprietà cinese e addetta solitamente al trasporto di metanolo, partita dal porto emiratino di Hamriya. Quest’ultima e il suo capitano, riporta Reuters, sono stati sottoposti a sanzioni per aver intrattenuto rapporti con l’Iran. Altre cinque navi hanno potuto attraversare lo Stretto: due petroliere, due navi da carico a secco e la Ocean Energy, nave cargo che ha attraccato al porto iraniano di Bandar Abbas. Verosimilmente, quest’ultima trasportava materiale umanitario, l’unico escluso dal blocco USA, secondo quanto riportato da una comunicazione militare esaminata da Reuters.
Il traffico attraverso lo Stretto risultava comunque già enormemente ridotto dall’inizio della guerra, quando l’Iran ne ha annunciato la chiusura a seguito dell’aggressione israelo-statunitense. Anche dopo il cessate il fuoco, il traffico è crollato a meno del 10% del normale, a causa del sistema di pedaggi e autorizzazioni imposto dalle autorità iraniane, che hanno minacciato di «distruggere» le imbarcazioni non autorizzate. A pesare sulla decisione iraniana vi è stato anche il prolungarsi dell’aggressione israeliana in Libano, che secondo Teheran sarebbe dovuto rientrare negli accordi per una tregua. Proprio il blocco prolungato dello Stretto da parte dell’Iran ha scatenato il timore di una crisi energetica nella UE e le ripetute minacce da parte di Trump, nel caso in cui la riapertura non fosse avvenuta quanto prima.
L’unico effetto reale del blocco USA al momento, sottolinea Reuters, è quello di creare una maggiore incertezza per spedizionieri, compagnie petrolifere e assicuratori contro i rischi della guerra. E proprio i rischi e i costi aggiuntivi a carico degli assicuratori dopo l’inizio della guerra lasciano presagire che nelle prossime settimane il traffico nello Stretto rimarrà comunque pressochè nullo, riporta un rapporto di BRS, società di brockeraggio marittimo, visionato da Reuters.




