Mentre i riflettori del mondo sono puntati sul Medio Oriente e sull’immagine di Donald Trump come “artefice della pace” tra Israele e Hamas, sul fronte interno gli Stati Uniti sembrano imboccare una strada ben diversa. Nelle ultime settimane, la Casa Bianca ha intensificato l’impiego della Guardia Nazionale in numerose città, contro la volontà dei governatori statali, segnando un preoccupante scivolamento verso forme di governo coercitivo. Dietro la retorica della sicurezza e dell’ordine pubblico si delinea un paradosso politico: mentre si accredita come architetto della pace all’estero, Trump consolida un potere fondato sulla militarizzazione del dissenso e sulla normalizzazione della forza come strumento di governo. La strategia è chiara: costruire un nemico interno, dichiarare un’emergenza permanente e trasformare la paura in consenso.
Il dispiegamento della Guardia Nazionale

Le prime tensioni sono esplose a giugno 2025, quando a Los Angeles, Paramount e Compton centinaia di persone hanno protestato contro le operazioni dell’ICE – l’Agenzia federale statunitense per il controllo delle frontiere e dell’immigrazione – che avevano portato all’arresto di migranti irregolari. Nonostante la calma fosse tornata, Trump ha inviato la Guardia Nazionale contro il parere delle autorità locali – infrangendo il principio cardine del federalismo americano – e definendo le manifestazioni una «grave emergenza nazionale». Nei mesi successivi, le truppe sono state inviate anche a Washington D.C., dove la giudice Immergut ha bloccato il dispiegamento, giudicando eccessivo l’uso della forza contro le proteste. All’inizio di ottobre, la Casa Bianca ha cercato di federalizzare la Guardia Nazionale per dispiegarla in Oregon e Illinois, puntando su Portland e Chicago come obiettivi simbolici, giustificando la mossa con l’esigenza di «ripristinare l’ordine». Le manovre sono state immediatamente respinte dai tribunali federali che hanno disposto sospensioni temporanee agli invii ordinati da Washington. Ora, La Casa Bianca annuncia piani per inviare agenti federali per combattere l’aumento della criminalità anche a San Francisco, descritta come un «disordine socialista».
La minaccia di invocare l’Insurrection Act
Mentre si moltiplicano gli scontri istituzionali tra la Casa Bianca e le amministrazioni locali, i governatori democratici parlano apertamente di «guerra al federalismo» e di abuso di potere. Trump, dal canto suo, accusa gli Stati “disobbedienti” di collusione con il crimine e giustifica l’intervento per «proteggere le strutture federali» e frenare i gruppi “antifa”. Il tycoon non esclude nemmeno l’opzione più estrema: invocare l’Insurrection Act, una legge anti-insurrezioni del 1807, che consentirebbe di schierare l’esercito sul suolo americano. In genere, le forze armate non sono autorizzate a dispiegarsi sul territorio nazionale per finalità di polizia senza l’autorizzazione del Congresso. Se la legge dovesse essere invocata da Trump, sarebbe la prima volta da quando l’ex presidente George H.W. Bush vi fece ricorso durante le rivolte di Los Angeles del 1992. Le proteste, però, sono limitate e le istituzioni locali perfettamente operative. Ciò che viene ridefinito è il concetto stesso di “emergenza”: non un evento straordinario, ma uno stato d’eccezione permanente che giustifica il consolidamento del potere centralizzato. Il Posse Comitatus Act del 1878, che vieta l’uso delle forze armate in compiti di polizia interna, viene aggirato da un’interpretazione elastica. Così, nel nome della sicurezza nazionale, il presidente erode progressivamente la separazione dei poteri e la sovranità degli Stati federati.
Ombre sulla Costituzione
Negli Stati Uniti, il sistema dei “checks and balances” (“controlli e contrappesi”) è il cuore della democrazia, in cui i diversi rami di un governo hanno il potere di limitare gli altri, impedendo che uno diventi troppo potente. Questo sistema di separazione dei poteri assicura che nessuna persona o ramo di governo abbia il controllo assoluto e previene gli abusi di potere attraverso una serie di meccanismi di controllo reciproco, come il potere di veto del presidente sulle leggi, la possibilità per il Congresso di superare il veto e il potere dei tribunali di dichiarare incostituzionali le leggi. Quando l’esecutivo rivendica il diritto di dispiegare le truppe contro le proprie città, quel cuore vacilla. L’Insurrection Act diventa, pertanto, un’arma politica, non uno strumento di emergenza. I tribunali possono ancora frenare gli eccessi, ma la loro efficacia dipende dal rispetto istituzionale che l’esecutivo è disposto a mantenere. Se il potere centrale decide di ignorare i limiti, la Costituzione rischia di diventare un guscio formale privo di forza coercitiva.
Vance difende la retorica estrema

In un’intervista a Meet the Press della NBC News, il vicepresidente JD Vance si è fatto portavoce della linea difensiva della Casa Bianca, affermando che Trump «sta valutando tutte le sue opzioni» nel far rispettare l’ordine, incluso l’uso dell’Insurrection Act, pur sottolineando che finora non è stato necessario attivarlo. Vance ha giustificato la portata dell’iniziativa parlando dell’escalation della criminalità urbana, sostenendo che ci sono quartieri di Chicago in cui «le persone temono per i figli» a causa delle violenze. Ha inoltre lanciato un affondo verso le autorità dell’Illinois: pur non affermando direttamente che il governatore JB Pritzker abbia commesso un reato, ha detto che «ha violato il suo giuramento d’ufficio e questo è piuttosto criminale».
I dati smentiscono la linea dura di Washington

Pritzker e il sindaco di Chicago Brandon Johnson hanno denunciato la mossa come un atto di occupazione militare, ricorrendo alla Corte federale per bloccare la manovra. A loro avviso, non vi è alcuna emergenza tale da giustificare la sospensione dell’autonomia statale: i dati sulla criminalità, in realtà, mostrano un calo dei reati violenti rispetto al 2024 e smentiscono la linea dura della Casa Bianca. A Chicago, nella prima metà del 2025, gli omicidi sono scesi del 31-33% rispetto allo stesso periodo del 2024, le sparatorie complessive diminuite del 39% e altri reati violenti come rapine e aggressioni aggravate mostrano cali consistenti. Trump, invece, alimenta una narrazione opposta: dipinge Chicago come «una città fuori controllo», governata da «radicali di sinistra incapaci di garantire sicurezza». A Portland, nello stesso lasso di tempo, gli omicidi si sono dimezzati (-51%) e la violenza generale è in decremento su tutte le categorie misurate. Questi numeri contraddicono l’idea di città in preda al caos, suggerendo che la retorica dell’“emergenza” sia amplificata oltre i fatti reali per consolidare un potere eccezionale e legittimare l’uso della forza di fronte a un nemico interno.
Il pugno e il simulacro della legittimità
L’attacco al dissenso passa per la costruzione di un nemico simbolico. “Antifa”, movimento privo di una reale struttura organizzativa, è diventato così il contenitore ideale per ogni forma di opposizione sociale o politica. Trump ha promesso che le forze dell’ordine saranno «molto minacciose» nel contrastarne le attività, evocando lo spettro del terrorismo domestico. Nel linguaggio politico, la parola “ordine” sostituisce “diritto”. Chi protesta è sospetto, chi critica il governo è un potenziale sovversivo. Il presidente non si limita più a contestare gli avversari: li criminalizza. Ha persino dichiarato che il governatore dell’Illinois e il sindaco di Chicago «dovrebbero finire in galera» per essersi opposti ai suoi ordini federali. È un passo ulteriore verso un modello autoritario che usa la legalità come simulacro, svuotandone i contenuti. L’obiettivo non è la sicurezza, ma il controllo politico del dissenso.
La strategia della polarizzazione permanente
Il potere non si consolida solo con la forza, ma con la paura. Trump lo sa bene. Da mesi alimenta la percezione di un’America sotto assedio: criminalità, disordini, “terrorismo interno”. Il nemico non è più straniero, ma interno e spesso coincide con chi contesta il governo (lo abbiamo visto con la deriva neomaccartista in seguito all’uccisione di Charlie Kirk). Alla Casa Bianca si moltiplicano i summit sulla “sicurezza interna”, dove l’amministrazione discute apertamente di nuove misure contro gruppi considerati “radicali”. In questa cornice, anche il diritto di protesta rischia di essere ridefinito come minaccia alla stabilità. L’obiettivo è politico: dividere, radicalizzare, polarizzare. Creare un clima di sospetto permanente che spinga i cittadini a chiedere più autorità, più controllo, più repressione. È la stessa dinamica che in passato ha consentito ai governi d’eccezione di consolidarsi in regimi stabili.
Il Dipartimento della Guerra

Mentre il governo militarizza le strade interne, il Pentagono guarda di nuovo oltre i confini. Nel discorso tenuto alla base dei Marines di Quantico, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato la fine dell’“era del Dipartimento della Difesa” e la nascita del “Dipartimento della Guerra”, sancendo la svolta militarista voluta da Trump. Hegseth ha accusato le precedenti leadership di aver “indebolito” l’esercito con le politiche “woke” su inclusione e diversità, invitando i generali non allineati a dimettersi, ha imposto nuovi standard fisici e disciplinari. Trump, presente all’evento, ha esaltato la forza come garanzia di pace, evocando minacce interne e nemici invisibili nelle città americane. Dietro la retorica del patriottismo, emerge una controrivoluzione culturale: la pace diventa sinonimo di debolezza, la guerra principio d’ordine. L’America, rinominando il suo Pentagono, sembra riscrivere la propria identità in maniera muscolare: da potenza difensiva a nazione in perenne mobilitazione.
L’America Latina come retroterra strategico
Questo cambio di rotta emerge in un recente documento della National Defense Strategy: l’attenzione strategica degli Stati Uniti torna sull’America Latina, definita “zona d’interesse vitale” dopo anni di focus sull’Indo-Pacifico. La nuova dottrina mira a contenere l’influenza di Cina e Russia nella regione, ma in realtà ripropone la vecchia logica del “cortile di casa”: ingerenze, pressioni economiche, operazioni militari mirate. Dal Venezuela al Nicaragua, fino alla Colombia, si parla di “stabilizzazione democratica”, ma si intravede l’intenzione di riaffermare un controllo geopolitico diretto. Il caso del Venezuela è emblematico: secondo il New York Times, Trump avrebbe autorizzato la CIA a condurre azioni segrete nel Paese. Notizia che ha portato il governo di Caracas a presentare un reclamo formale al Consiglio di sicurezza e al segretario generale, António Guterres. Questo spostamento strategico riflette la stessa filosofia che domina la politica interna: il ritorno del potere centralizzato, la definizione del dissenso come minaccia, la sostituzione della diplomazia con la forza. L’America che militarizza se stessa esporta anche la sua deriva autoritaria, fondendo sicurezza interna e dominio esterno in un unico paradigma imperiale.
Un avvertimento globale
Ciò che accade negli Stati Uniti non è un caso isolato. È il laboratorio di un modello che potrebbe estendersi altrove: un’autorità che si rafforza in nome della sicurezza, che riduce i diritti civili nel nome dell’ordine e che costruisce consenso attraverso la paura. Quando la democrazia si abitua all’uso della forza, l’autoritarismo non arriva necessariamente con un colpo di Stato, ma in maniera più strisciante con un decreto, un ordine esecutivo, una “emergenza” permanente, destinata a cambiare pelle come un serpente, ma a non finire mai. E mentre il mondo guarda all’America come faro di libertà, quel faro rischia di spegnersi lentamente, non per mancanza di luce, ma per eccesso di potere.




Grazie dell’articolo, anche se l’ultima frase sul faro della libertà sembra vecchia di 80 anni… almeno per quelli di noi fortunati abbastanza da aver lasciato il brodo del mainstream. Mi piacerebbe molto che i giornalisti dell’Indipendente mettessero insieme un mensile sul militarismo– la glorificazione, l’espansione infinita e l’uso aggressivo del potere militare e della violenza armata. Il militarismo caratterizza sempre di più le nostre società eppure, come fenomeno in se, sembra ancora stranamente poco definito e poco visibile. Grazie.
Inevitabile conseguenza dell’Imperialismo che contagia la destra e ancor più la sinistra Americana.
Sinceramente gli sta bene ad ogni popolo che non resiste alle sirene dell’Imperialismo, d’essere schiavizzato.