I finanziamenti pubblici internazionali destinati ai combustibili fossili sono crollati drasticamente nei Paesi firmatari della Clean Energy Transition Partnership (CETP), un’alleanza nata alla COP26 di Glasgow nel 2021 per porre fine al sostegno pubblico all’energia fossile. I fondi stanziati da 40 Paesi membri (35 governi e 5 istituzioni pubbliche) sono calati fino al 78% nel 2024 rispetto alla media del periodo 2019–2021. Una diminuzione ancora più smaccata se si escludesse il contributo elargito alle proprie multinazionali petrolifere dagli Stati Uniti (usciti dall’accordo dopo l’insediamento di Trump: in questo caso si arriva infatti all’81%. In soli tre anni, il valore annuale dei finanziamenti pubblici per impianti di petrolio, gas e carbone è sceso da circa 14 miliardi di dollari, a meno di 4.
Il merito va attribuito all’impegno di alcuni Paesi membri che hanno rispettato pienamente le promesse: tra i 17 ad alto reddito analizzati, 10 hanno effettivamente interrotto ogni sostegno pubblico al fossile, allineando le loro politiche di finanziamento agli obiettivi CETP. La mappa non è però uniforme. Paesi come Germania, Svizzera e Italia, insieme agli Stati Uniti prima dell’uscita dal patto, hanno continuato ad approvare nuovi finanziamenti pubblici al fossile, per un totale di circa 10,9 miliardi di dollari. In violazione diretta degli impegni presi a Glasgow.
Una parte del documento è poi dedicata alle energie rinnovabili. Se infatti da un lato il sostegno al fossile è diminuito drasticamente, dall’altro la spinta sulle fonti non esauribili procede ancora a rilento. Sempre secondo il report, nel 2024 i finanziamenti pubblici internazionali per l’energia pulita sono aumentati di 3,2 miliardi di dollari rispetto alla media pre-CETP. In pratica, meno di un quinto delle risorse sottratte al fossile è stato effettivamente riallocato alla transizione energetica. La velocità del disinvestimento, insomma, non è stata accompagnata da un pari investimento.
Il rapporto si conclude chiedendo una visione più ambiziosa. Gli autori propongono un obiettivo comune da raggiungere entro il 2026: almeno 42 miliardi di dollari l’anno in finanziamenti pubblici per energia pulita. Ma non solo. Chiedono anche che gli Stati pongano fine ai sussidi interni per nuovi progetti fossili, che le politiche nazionali siano coerenti con gli impegni internazionali e che venga garantito l’accesso equo ai finanziamenti per i Paesi a basso reddito, per rendere la transizione non solo verde, ma anche giusta.




I soldi pubblici disinvestiti nel fossile, oltre a incentivare i piccoli impianti fotovoltaici privati e non quegli stupidi ed orrendi parchi eolici offshore, dovrebbero servire a potenziare i vecchi elettrodotti (oggi non sempre in grado di “sopportare” l’ eccesso di corrente immessa) e ad acquistare accumulatori (batterie) per aumentare l’ autarchia energetica degli edifici. Invece, in Italia, dal prossimo anno gli incentivi per i privati passeranno dal 50 al 35%(sic!) e per di più ancora oggi pur avendo la possibilità di essere autarchici rispetto alle forniture elettriche esterne (penso in particolare a tutto il Meridione ed alle Isole con elevato numero di giornate di sole) vige l’ obbligo di essere collegati alla rete con l’ imposizione di imposte e balzelli fissi. Problema difficilmente risolvibile visto che la casta politica contemporanea quando va bene è rappresentata da giuristi, sociologi, esperti in telecomunicazioni e qualche raro economista che non ha la più pallida idea di come venga prodotta, trasportata, distribuita e accumulata la corrente. (E magari hanno una Tesla sotto al c..o.).
E come si fa, se ogni volta che viene annunciato un progetto di campo fotovoltaico o di parco eolico, nessuno li vuole?
Certo, c’è sempre l’installazione di micro impianti privati, ma così campa cavallo…