Le comunità filippine si autodifendono dalle estrazioni minerarie piantando alberi

Nel sud delle Filippine, tra le montagne della provincia di South Cotabato, comunità indigene e contadini stanno piantando alberi per difendere le proprie terre. Una forma di resistenza contro le attività minerarie che, dal 2022, stanno distruggendo paesaggi, compromettendo la salute pubblica e minacciando l’identità di interi villaggi. L’iniziativa si chiama Balik Lasang, che in lingua locale significa “ritorno alla foresta”, e coinvolge sei ettari di territorio nel villaggio montano di Ned, nel comune di Lake Sebu. A guidarla è l’associazione indigena Tamasco, con il sostegno di organizzazioni ambientali. In pochi mesi, sono stati piantati alberi da frutto e legni duri, simboli della volontà di proteggere il suolo, e non cedere agli interessi delle aziende minerarie.

Dal 2022, l’attività di estrazione a cielo aperto ha lasciato segni profondi: tre versanti montuosi cancellati, oltre due milioni di tonnellate di carbone estratte, una rete di strade rese pericolose dal traffico pesante dei camion carichi di carbone. La polvere nera si deposita ovunque, gli incidenti stradali sono frequenti e l’aria irrespirabile. Gli abitanti denunciano da anni le conseguenze di un’attività che, pur generando profitti per lo Stato, oltre 125 milioni di pesos (quasi 2 milioni di euro), non porta alcun beneficio concreto alla popolazione.

Il progetto minerario ha radici lontane. Nel 2010, il San Miguel Corp., uno dei più grandi e diversificati conglomerati filippini, con attività che coprono alimenti e bevande, packaging, energia, carburanti e petrolio, aveva acquisito tre aziende con diritti di estrazione su 17.000 ettari. Undici anni dopo, nel 2021, ha ottenuto l’approvazione per avviare i lavori. Ma quando, nel 2022, le attività sono entrate in fase produttiva, San Miguel ha venduto le sue quote a un acquirente rimasto anonimo. Da allora, non è chiaro chi controlli realmente la miniera. E la mancanza di trasparenza non fa che alimentare le tensioni.

Per chi abita a Ned, la questione non è solo economica. È esistenziale. Le comunità indigene temono di perdere le loro terre ancestrali, già oggetto in passato di violenze. Nel 2017, la comunità indigena locale fu colpita da un’operazione militare condotta dalle forze armate filippine, ufficialmente motivata da questioni di sicurezza. Ma secondo i leader tribali e le organizzazioni per i diritti umani, l’azione servì in realtà a sgomberare l’area e indebolire la resistenza all’espansione mineraria. Durante l’operazione furono uccisi otto membri della comunità, tra cui leader locali e contadini. Il rischio, oggi, è che la storia si ripeta sotto forma di espropri mascherati da sviluppo.

Per tale motivo, le comunità locali chiedono a gran voce il rispetto per il diritto al Free, Prior and Informed Consent (FPIC), un principio fondamentale che impone il consenso libero e informato delle popolazioni indigene prima di qualsiasi intervento sui loro territori. Le persone vogliono sapere chi prende le decisioni, chi trae profitto e chi sarà responsabile in caso di danni.

Intanto, mentre Mindanao, la seconda isola più grande delle Filippine, resiste, nella piccola isola filippina di Siquijor lo scorso agosto è nata ufficialmente la Bitaug Marine Protected Area, frutto di una campagna lunga 18 anni condotta da pescatori, attivisti e amministrazioni locali. L’area, che si estende su 150 ettari di acque ricche di biodiversità, sarà gestita in co-gestione con la Bitaug Fisherfolk Association.

Due territori, due battaglie. Ma un messaggio comune: la difesa dell’ambiente, nelle Filippine, passa sempre più spesso dalle mani delle comunità.

[di Gloria Ferrari]

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Gloria Ferrari

Laureata in Culture e Letterature del mondo moderno a Torino. Scrive di diritti umani e ambiente per diverse testate giornalistiche italiane. Collabora con L’Indipendente dal 2021.

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