giovedì 25 Luglio 2024

Le guerre di cui non si parla ci aiutano a capire il risiko globale (Monthly Report)

Da due anni a questa parte, l’invasione russa in Ucraina e l’aggressione israeliana in Palestina occupano uno spazio centrale su qualsivoglia mezzo di informazione, costituendo il fulcro di dibattiti politici, articoli giornalistici, approfondimenti di ogni sorta e (improbabili) scambi di opinionisti. L’attenzione globale ruota intorno a queste due zone di conflitto, le quali, tuttavia, costituiscono solamente una percentuale residua dei conflitti attualmente in atto nel mondo. Dallo Yemen al Messico, passando per la Birmania, la Siria, la Repubblica Democratica del Congo e molti altri Paesi, sono decine i conflitti “dimenticati” o dai quali, per una moltitudine di ragioni differenti, si distoglie lo sguardo. E nei quali, spesso, l’Italia gioca un ruolo tutt’altro che marginale. Proprio questi costituiscono i temi del nuovo numero del Monthly Report, il mensile de L’Indipendente nel quale trattiamo argomenti che riteniamo non sufficientemente approfonditi dall’informazione mainstream.

Il numero è disponibile in formato digitale e cartaceo per gli abbonati (qui tutte le info per abbonarsi) ed ora anche per i non abbonati (a questo link).

L’editoriale del nuovo numero: Le tessere della guerra mondiale a pezzi

Birmania, Siria, Palestina, Messico, Nigeria, Brasile, Colombia, Haiti, Yemen, Sudan, Repubblica Democratica del Congo. Questi sono, in ordine, gli undici conflitti più gravi attualmente in corso nel mondo classificati secondo i quattro parametri di mortalità, pericolo, diffusione e frammentazione. Escludendo il massacro in corso in Palestina, di certo questa lista stupirà molti lettori. Alcuni sono conflitti che non vengono mai trattati sui media; per altri, come quelli in Siria e Yemen, molti di noi pensano siano quasi relegati al passato; altri ancora riguardano Paesi che nessuno crede siano in guerra, come il Brasile e la Colombia. E poi non può che balzare agli occhi una rumorosa assenza: il conflitto di cui si parla ininterrottamente da oltre due anni, quello in Ucraina, che non è tra i più gravi del mondo, collocandosi al tredicesimo posto.

L’informazione dominante, al solito, non aiuta a fare un quadro realistico della situazione. Per questo il nuovo numero del Monthly Report è dedicato a conflitti di cui non si parla. Un numero non solo doveroso per accendere il faro dell’informazione su questi teatri di guerra devastanti per milioni di civili, che non hanno la fortuna di godere di attenzione mediatica e quindi del flusso di aiuti umanitari che spesso (parliamo anche di questo) si muovono seguendo la “popolarità” di un conflitto. Ognuno di questi conflitti, infatti, se analizzato, ci permette di comprendere di più sul mondo intero. Yemen e Siria sono tutt’ora tessere essenziali per comporre il puzzle di quella “guerra mondiale a pezzi”, che vede grandi e medie potenze confrontarsi per procura. La situazione in Repubblica Democratica del Congo, un Paese enorme e potenzialmente ricchissimo dove centinaia di milizie depredano il territorio delle sue risorse minerarie provocando violenze ed emigrazioni di massa, è invece cartina di tornasole di un modello di sviluppo capitalistico che ancora rifiuta di valutare le conseguenze delle proprie azioni, chiudendo entrambi gli occhi di fronte al fatto che quelle stesse risorse derubate vengono acquistate dalle grandi aziende occidentali e asiatiche e poi finiscono tra le mani di tutti noi, come elementi base di ogni dispositivo elettronico di consumo. La situazione del Messico (Paese in teoria in pace e democratico, in pratica il più pericoloso al mondo per i civili) è invece il risultato di un’ultradecennale “guerra alla droga” che altro non ha fatto se non servire i narcotrafficanti e gli interessi statunitensi, a danno della popolazione locale.

In questo gioco al massacro globale, purtroppo, l’Italia non è semplice spettatrice. Nonostante l’articolo 11 della nostra Costituzione prescriva al nostro Paese di «ripudiare la guerra», i soldati italiani sono presenti in numerosi conflitti e ancor di più lo sono le nostre armi, prodotte in larga parte dall’azienda di Stato Leonardo Spa. Un capitolo complesso che abbiamo analizzato in una inchiesta intitolata I reali numeri sul coinvolgimento dell’Italia nelle guerre in giro per il mondo, ricostruendo come sarebbero almeno 11.166 i militari italiani impegnati in teatri di guerra all’estero, che costano ai cittadini italiani 1,82 miliardi per il solo anno 2024. Missioni che in base alla neolingua politica vengono ribattezzate di volta in volta di «costruzione», «mantenimento» o «imposizione» della pace, ma che vengono condotte armi in pugno.

L’indice del nuovo numero

  • Conflict Index: i sorprendenti risultati del rapporto globale sui conflitti
  • La guerra come mito
  • Siria e Yemen: due guerre per procura tutt’altro che finite
  • Repubblica Democratica del Congo: il saccheggio infinito che nessuno vuole fermare
  • Messico: lo Stato ufficialmente in pace dove muoiono più civili che in ogni conflitto
  • Birmania: il Paese che non è mai uscito dalla guerra civile
  • Non solo Palestina: gli altri etnocidi fuori dai radar mediatici
  • I reali numeri sul coinvolgimento dell’Italia nelle guerre in giro per il mondo
  • Perché i media parlano solo di alcune guerre
  • Ottenere la pace preparando la pace: l’esperienza della Comunità di Sant’Egidio
  • Come ci siamo abituati alla guerra totale, un concetto che non esisteva

Il mensile, in formato PDF, può essere acquistato (o direttamente scaricato dagli abbonati) a questo link: https://www.lindipendente.online/monthly-report/

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1 commento

  1. Manca la sintesi, tutto nasce dal perdurare della mentalità primitiva di meraviglia fronte le Piramidi che ancora cerca di organizzare le società a Piramide quando nel 2024 è ormai di tutta evidenza che le società e il mondo per essere INTELLIGENTI, vanno organizzati come il CERVELLO umano, con gli uomini come Neuroni ed Internet come SINAPSI.
    Nel cervello non ci sono capi e sottoposti né alto o basso, solo: INTELLIGENZA NATURALE.

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