giovedì 25 Luglio 2024

”Dopo la fiera”, una poesia di Fernando Pessoa (1928)

Girovagano per strada,
cantando senza ragione
l’ultima speranza data
all’ultima illusione.
Non significano nulla,
sono mimi e buffoni.

Vanno insieme, diversi
Sotto una luna da vedere,
dove immergono sogni
che neanche sapranno raccontare
e cantano quei versi
che ricordano senza volere.

Paggi di un mito morto,
così lirici!, così soli!
Nella loro voce non c’è grido,
a mala pena hanno voce;
li ignora l’infinito
che ignora anche noi.

Camminare è destino. La dimora delle parole è la scrittura. E il peregrinare è fonte di ricordi, coscienti o illusori non importa. Ma qui non seguiamo l’intellettuale che sogna, il grande poeta, come ad esempio Petrarca (siamo nel 1336), il quale salendo sul Mont Ventoux gettava sguardi interiori su se stesso alternando colpi d’occhio sul paesaggio, così da immergersi nel sublime . Qui, davanti a noi,  ci sono invece cantori di illusioni, mimi spaesati che hanno perduto il sentiero, che riempiono la strada, cioè la pagina, di voci senza senso. 

Saltimbanchi, re di stracci, gente del Novecento,  attori di quella modernità che ci fa girovagare, non inquieti e nemmeno precisamente perduti ma, come voleva Joyce, in fuga ma in una fuga senza capo né coda, cioè senza una particolare meta, dentro una lenta spirale che annebbia; restando pur attenti, avvertiva Primo Levi, che sotto i cenci dello straniero non si celi il profeta. 

Se nel Barocco il fine del poeta era la meraviglia, se nel Romanticismo protagonista era la malinconia, negli anni di Pessoa il poeta è come un pastore che “resta triste al tramonto”, che in realtà, mentre sorveglia il gregge davanti a sé, vede le proprie idee che prima prendono forma e poi prenderanno il volo. Ma la vita non è l’Arcadia dove ci si sente appagati, è insorto un nuovo mito, capovolto, paradossale. Ha avuto inizio l’epoca in cui non ci si capisce più, in cui è forse inutile essere capiti. Ma in cui è altrettanto tragico essere trascurati. E quindi ecco l’insistenza sull’ignoranza di cui siamo vittime e prigionieri.

In ogni caso il poeta intende svolgere una missione, come quei buffoni arlecchineschi, sgargianti di nulla che riempiono le strade di canti perduti, come quelle marionette che hanno in prestito ogni volta una voce differente. I versi reclamano fantasmi,  atti mancati, lapsus rivelatori. Il poeta continua, come ha scritto Emily Dickinson, ad essere «colui che distilla/ un senso sorprendente da ordinari/ significati, essenze così immense/ da specie familiari».

Tra i versi, tuttavia, continuano a circolare le immagini di sempre, prima fra tutte la luna, sorvegliante impietosa che vuole farsi notare. La “cara luna” di Leopardi, la luna che tramonta insieme alle Pleiadi in Saffo, la luna che questa volta ospita sogni che non si riescono a raccontare. Sempre «sul tardi corneggia la luna», cantava Montale nella sua Egloga. Rimane necessario perdersi tra gli ulivi insieme a lui, accettare che i pensieri, come le parole più giuste, rimangano “sconnessi” e i vagabondaggi rimangano “infruttuosi”, conservando tracce di illusioni perché illusorio è lo splendore della luna.

Il poeta diventa così uno psicanalista che vuole dare confidenza alle incertezze, sintassi al disordine delle tracce, sapendo che certe parole, come certi versi, vincono qualsiasi censura, superano le barriere dell’inconscio e reclamano una certa razionalità, quel “mettere ordine nella vita”, di cui parla in un’ altra poesia Fernando Pessoa. Un ordine di cui l’uomo e la donna del Novecento sentono un grande  bisogno ma che preferiscono cercare piuttosto che trovare . 

[di Gian Paolo Caprettini]

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