martedì 25 Giugno 2024

Montagna: dal governo altri 230 milioni di sovvenzioni per la “monocoltura” dello sci

Con un provvedimento pubblicato a pochi giorni dalle elezioni, il governo Meloni ha stanziato altri 230 milioni di euro di fondi pubblici (dopo i 200 dello scorso anno) a beneficio di nuovi impianti di risalita e per i sistemi di innevamento artificiale delle piste da sci. La decisione non solo contrasta con quanto denunciato da molti anni da comitati e comunità montane che denunciano come lo sci di massa sia nocivo per i territori dal punto di vista sociale e ambientale, ma anche con quanto recentemente messo nero su bianco dalla Banca d’Italia nel 2022 che, in un rapporto, spiegò come l’innevamento artificiale (e la pratica dello sci alpino) non siano più sostenibili dal punto di vista economico a causa della sempre minore presenza di precipitazioni nevose a causa del surriscaldamento. Inoltre l’innevamento artificiale è causa di grande consumo idrico e di inquinamento dei territori a causa delle sostanze chimiche utilizzate nella produzione della neve sintetica, e risulta dunque particolarmente impattante a livello ambientale.

L’annuncio del Ministero del Turismo è stato rilasciato in data 3 giugno, a soli 5 giorni dalle elezioni europee 2024. Secondo il nuovo avviso, verranno finanziati poco meno di 230 milioni di euro per gli impianti di risalita e le cosiddette pratiche di snow-farming, ossia quella serie di tecniche che producono, accumulano e conservano la neve artificiale oltre il periodo invernale in siti di stoccaggio istituiti ad hoc. Nello specifico, questi 230 milioni saranno validi per il quinquennio 2024-2028, anche se l’esecutivo ha sempre la potestà di aggiornare la dotazione annualmente. Da quanto si legge nel documento, il 60% della somma totale sarà dedicato alle aree alpine, mentre il 40% a quelle appenniniche; oltre a ciò, il 15% dell’importo sarebbe riservato “alle aziende con le caratteristiche di Microimpresa o Piccola Impresa”. Della somma totale, poi, 1,5 milioni saranno indirizzati ai progetti di snow-farming, mentre 5 milioni saranno dedicati alla “ricostruzione della funivia del Mottarone, in seguito all’incidente del 23 maggio 2021”. Per fare richiesta, le imprese interessate devono essere impegnate nello svolgimento di una attività riferita a tre diversi codici ATECO, e devono spendere una cifra non inferiore ai 300.000; non saranno garantiti rimborsi oltre i 10 milioni di euro per singola impresa.

Di fronte al continuo rilancio di finanziamenti per tenere a galla il settore, le attività legate allo sci di massa sono da anni oggetto di critiche e dubbi da parte di numerose realtà. Dal punto di vista economico si è espressa la stessa Banca d’Italia in un breve rapporto redatto a quattro mani da Gioia Maria Mariani e Diego Scalise, e pubblicato nel mese di dicembre del 2022. Secondo le analisi dei dati avanzate dai ricercatori, non esisterebbe alcuna correlazione tra impiego di cannoni sparaneve e flusso turistico: in sostanza, l’utilizzo di neve artificiale non aumenterebbe i flussi turistici in maniera tale da riuscire a coprirne i costi, che risultano particolarmente ingenti. A fronte degli effetti del cambiamento climatico, inoltre, nel giro di qualche anno tali sistemi non potranno proprio essere utilizzati nelle strutture situate a bassa quota, per ragioni dovute all’eccessivo innalzamento della temperatura. Secondo lo studio della Banca d’Italia, insomma, l’impiego di cannoni e tecnologie di produzione di neve artificiale non risulterebbe sostenibile economicamente, e anzi sarebbe fonte di un notevole impatto finanziario, ambientale, ed energetico.

A guardare il problema da una prospettiva più ampia sono arrivati diversi gruppi, e ci hanno pensato le tante proteste che nel corso degli anni hanno colpito l’Italia, a partire da Brescia per arrivare a tutto il Veneto. Anche il Club Alpino Italiano nel 2020 ha redatto un documento dal titolo “Cambiamenti climatici, neve, industria dello sci: analisi del contesto, prospettive e proposte”, nel quale propone un nuovo modello su cui fondare la vita delle comunità montane. Secondo il CAI, i problemi della montagna sarebbero sistemici, e non si potrebbero risolvere provando a salvare un insostenibile modello fondato sul turismo di massa. Per farlo, piuttosto, andrebbe risignificato l’intero tessuto sociale e occorrerebbe garantire certezza nella disponibilità e diffusione di servizi e infrastrutture indispensabili” quali scuole, farmacie, mezzi di trasporto funzionanti, centri di aggregazione, servizi bancari… a cambiare, insomma, dovrebbe essere l’intera struttura, che si fonda su una “monocultura” dello sci, e andrebbe promosso un modello di comunità più sostenibile, diversificato e a misura di abitante.

[di Dario Lucisano]

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