domenica 21 Aprile 2024

Madonna di Campiglio: altri 2,7 ettari di boschi abbattuti per fare posto allo sci

A Madonna di Campiglio, in provincia di Trento, 2,7 ettari di bosco, in cui svettano faggi, pini, abeti e lecci, verranno spazzati via per provvedere all’allargamento di una delle 44 piste da sci del comprensorio. Le Funivie Madonna di Campiglio spa, società che controlla impianti sciistici dell’area ovest del Trentino, un mese fa ha infatti depositato all’Agenzia Provinciale per la Protezione dell’Ambiente (APPA) la documentazione concernente la sistemazione e l’ampliamento della pista “Poza Vecia”, che vedrà un aumento di superficie di 32.520 mq. Le operazioni di disboscamento coinvolgeranno, in parte, il Parco Naturale Adamello Brenta, sito all’interno di un area classificata come riserva controllata e habitat non prioritario. Contestualmente, si procederà a innevare artificialmente l’area.

In seguito alla presentazione del progetto “Sistemazione e allargamento con completamento impianto di innevamento programmato” da parte della società, la Provincia Autonoma di Trento lo ha inoltrato all’APPA, che sarà ora chiamata a certificarne l’assoggettabilità alla Valutazione di impatto ambientale. Nello specifico, il piano – come delineato dall’Avviso pubblico del Settore qualità ambientale dell’APPA – prevede “l’allargamento e la modifica della livelletta” della “Poza Vecia” – pista “blu facile” da discesa che passa nel Comune di Tre Ville e all’interno della frazione di Monclassico e della Comunità delle Regole di Spinale e Manez – “tra le quote 1755 e 1660 metri, per uno sviluppo complessivo di 1200 metri circa”. L’obiettivo principale è quello di aumentare la pendenza del circuito su cui, ad oggi, gli sciatori devono “racchettare”. In particolare, si prevedono un allargamento consistente del piano (+16.385 mq) e delle rampe (+17.415 mq) e sbancamenti per 38.165 mc. Il progetto consta, inoltre, della “posa dell’impianto di innevamento programmato attualmente assente su tale tratto di pista”, per interventi che toccheranno direttamente “le aree naturali protette Parco Naturale Adamello Brenta e Zona Speciale di Conservazione Dolomiti di Brenta”. Il cronoprogramma prospetta lavori da giugno a novembre del 2024, al fine di riaprire nel mese di dicembre.

Insomma, sebbene la maggior parte dei calcoli e delle proiezioni convergano nel raccontarci che – a causa dei cambiamenti climatici e della siccità che sta interessando anche le aree montane del nostro Paese – , almeno a quote medie tra una decina d’anni non sarà più possibile fare attività sciistica, le società impiantistiche continuano imperterrite a investire nel settore. In questo sono peraltro supportate dall’azione dell’esecutivo, che,  secondo la solita e infertile ottica dei “pacchetti d’aiuti” e dei “fondi speciali”, continua a finanziare privati in difficoltà per nuovi impianti di innevamento artificiale. A tal fine, il governo Meloni ha già stanziato 147 milioni di euro, in particolare per la costruzione di vasche di approvvigionamento idrico, per il rinnovamento degli impianti a fune e per la realizzazione di grandi mucchi di neve tecnica, utili a iniziare in anticipo la stagione invernale. Un esborso di altri 200 milioni è stato inoltre previsto la scorsa primavera per “interventi di ristrutturazione, ammodernamento e manutenzione degli impianti di risalita a fune e di innevamento artificiale”, nella maggior parte dei casi destinati a impianti siti a meno di 2mila metri di altezza (dove, negli ultimi anni, la quantità di neve è incredibilmente calata). A causa delle temperature sempre più alte, circa il 90% degli impianti sciistici dello Stivale è innevato artificialmente. Per questo, ogni anno vengono utilizzati circa 95 milioni di metri cubi d’acqua. Con una spesa di 136 mila euro per ettaro di pista.

[Stefano Baudino]

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