mercoledì 17 Aprile 2024

Secondo uno studio siamo a contatto con oltre 4.000 prodotti chimici pericolosi

Da un elenco di oltre 16.000 prodotti chimici, almeno 4.200 tra questi sono «persistenti, bioaccumulabili, mobili e/o tossici», oltre 10.000 non presentavano i dati sui pericoli e per oltre 9.000 non erano disponibili informazioni pubbliche sulle materie plastiche in cui vengono utilizzati. È ciò che emerge dai risultati di un nuovo studio rilanciato anche da Nature e condotto dal progetto PlastChem, un’iniziativa dell’Università norvegese di scienza e tecnologia (NTNU) che mira a valutare l’impatto sulla salute e sull’ambiente dei composti presenti nella plastica. Secondo gli autori si tratta del «rapporto più completo ad oggi» e potrebbe rivelarsi decisivo per il prossimo ciclo di negoziati per il trattato delle Nazioni Unite sull’inquinamento globale da plastica, l’accordo internazionale giuridicamente vincolante che dovrebbe concludersi a dicembre. Inoltre, il rapporto ha rilevato centinaia di sostanze chimiche «preoccupanti» presenti in tutti i principali tipi di polimeri e che almeno altre 3.000 non sono ancora regolamentate a livello globale. Intervistati dalla CNN, un funzionario della Plastics Industry Association e uno dell’American Chemistry Council hanno definito il rapporto “incompleto” aggiungendo rispettivamente che «la plastica continua ad offrire sicurezza» e che vengono ignorate «le esposizioni del mondo reale». Di opinione diametralmente opposta invece gli autori della ricerca, che lanciano l’allarme: «I numeri presentati sono sconcertanti».

Il rapporto ha utilizzato quattro criteri chiave per identificare le sostanze chimiche pericolose: è stata valutata la persistenza nell’ambiente o nel corpo del consumatore, la facilità con cui la sostanza viaggia e contamina i sistemi idrici, la capacità di accumularsi negli organismi viventi e la potenziale tossicità per l’uomo, gli animali e l’ambiente. La squadra di ricerca ha creato 15 gruppi differenti in base al livello di preoccupazione, e tra questi compare quello degli PFAS, degli ftalati e dei bisfenoli, sostanze già trattate in molti altri articoli de L’Indipendente. Si è scoperto che oltre 4.200 composti presenti nella plastica o potenzialmente usati in essa sono «persistenti, bioaccumulabili, mobili e/o tossici» e sono state riscontrate gravi carenze di dati sui pericoli per oltre 10.000 sostanze chimiche. «È piuttosto sconcertante», ha dichiarato l’autore principale Martin Wagner, tossicologo ambientale presso l’Università norvegese di Scienza e Tecnologia di Trondheim. Il ricercatore ha spiegato che risulta difficile ottenere dati attendibili anche perché l’industria non sempre condivide tali informazioni riservate. Informazioni che potrebbero risultare fondamentali per delineare correttamente i rischi e regolamentare oltre 3.600 sostanze che attualmente, secondo gli scienziati, non lo sono ancora.

D’altra parte, l’allarme lanciato dal rapporto non sembra aver convinto Matt Seaholm, presidente e amministratore delegato della Plastic Industry Associaton, e Kimberly Wise White, vicepresidente degli affari normativi e scientifici dell’American Chemistry Council. Intervistato dalla CNN, Seaholm ha dichiarato: «La plastica come materiale continua a offrire sicurezza, protezione ed efficienza pur potendo essere riutilizzata e riciclata. I prodotti chimici sono prodotti chimici e dovrebbero essere sviluppate politiche applicabili a tutti loro. Cercare di concentrarsi esclusivamente sui “prodotti chimici plastici” rischia di creare ridondanza e una visione ristretta della politica». White ha aggiunto: «Sfortunatamente, il rapporto di oggi cerca di promuovere un quadro di rischio che ignora le esposizioni del mondo reale e dipinge un quadro incompleto per i regolatori e il pubblico. Ciò contrasta con le valutazioni del rischio, utilizzate per sostenere le leggi sulla gestione delle sostanze chimiche più efficaci».

Tuttavia, i ricercatori hanno spiegato che tali valutazioni del rischio si basano però su dati e informazioni che non sempre vengono condivise dall’industria, aggiungendo inoltre che il rapporto «non si basa solo sulle prove scientifiche presenti in letteratura, ma anche sulle agenzie di regolamentazione che affermano che “questa sostanza chimica potrebbe provocare il cancro o avere un altro impatto tossico”». Wagner ha poi spiegato che per esempio, in passato, diversi ricercatori hanno sostenuto che la maggior parte dei composti chimici preoccupanti non venivano più coinvolti nella produzione dei prodotti in plastica. Tuttavia, il team ha trovato prove «convincenti» che molti di essi siano ancora in uso: «Abbiamo trovato più di 400 sostanze chimiche preoccupanti in tutti i principali tipi di polimeri. È stato sorprendente», ha aggiunto. Secondo i ricercatori, quindi, le aziende dovrebbero essere più trasparenti e colmare tutte le carenze di dati: «Non è possibile mitigare i danni, né per l’ambiente né per gli esseri umani, date queste lacune di conoscenza, ed è del tutto irresponsabile permettere che ciò continui», ha affermato Carney Almroth, ecotossicologa dell’Università di Göteborg in Svezia non coinvolta nello studio.

La speranza degli scienziati è che i risultati del rapporto possano influire sui negoziati ancora in corso delle Nazioni Unite sull’inquinamento globale da plastica. La battaglia dei ricercatori è far si che il documento, che tratta tutti gli aspetti della produzione di plastica e della gestione dei rifiuti, includa un elenco di polimeri plastici e sostanze chimiche preoccupanti, alcune delle quali note per essere rilasciate nel cibo, nell’acqua e nell’ambiente, con impatti per salute umana e dell’ecosistema. Le discussioni sul trattato dovrebbero concludersi a Busan, in Corea del Sud, a dicembre.

[di Roberto Demaio]

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