giovedì 18 Aprile 2024

Il mondo è ormai sommerso dalle sneakers

Il problema della sovrapproduzione non riguarda solo il tessile, ma anche le scarpe. Nello specifico, l’universo delle sneakers (le vecchie scarpe da ginnastica), è un altro mondo complesso che di sostenibile ha molto poco. Indubbiamente pratiche, decisamente comode per lo sport ma ormai adottate per ogni occasione, le sneakers sono diventate, nel corso degli anni, veri e propri oggetti di culto. I Run DMC, ai tempi, hanno addirittura dedicato una canzone alle loro Adidas e Mr. Jordan ha fatto la storia con il suo storico connubio con i signori della Nike. 

Al momento, secondo il World Footwear Yearbook, si producono circa 24 miliardi di paia di scarpe all’anno, ma il mercato è in crescita e potrebbe raggiungere un fatturato di 95 miliardi di dollari entro il 2025. Un settore indubbiamente fiorente, che richiede moltissimi passaggi di lavorazione e materiali al 90% sintetici. Facile immaginare come l’impatto di questo comparto della moda sia decisamente alto… e molto poco sostenibile.

Fare le scarpe è un’arte complessa e macchinosa che prevede innumerevoli fasi di lavorazione. Dal taglio alla cucitura, dall’assemblaggio delle varie parti fino alla messa in forma, con tutti i momenti di incollaggio e schiumatura nel mezzo. Stiamo parlando di circa 65 pezzi per una normale scarpa da corsa e circa 360 passaggi per confezionarle. Una quantità enorme che ha un altrettanto alto dispendio di energia (nei calzaturifici che lavorano a pieno ritmo le macchine sono sempre in funzione) con conseguenti emissioni di CO2 (circa 13,6 chili per una paio di scarpe standard, che andrebbero a pesare dell’ 1,4% sulle emissioni globali di gas serra). Ad acuire il problema ci sono i materiali usati: più della metà delle sneakers in circolazione sono fatte con derivati della plastica; dal poliestere al poliuretano, dal polietilene all’etilene (tutto petrolio, insomma). A cui dobbiamo aggiungere le colle e le cuciture, che per garantire una tenuta valida nel tempo, sono a base sintetica e rendono molto difficile il disassemblaggio della scarpa e di conseguenza il riciclo. In termini di durabilità e prestazioni tutto ciò non fa un piega; dopotutto le scarpe da ginnastica, soprattutto quelle dedicate a fini sportivi, hanno bisogno di essere resistenti, comode ed in grado di reggere agli sforzi per cui sono state progettate (senza danneggiare il corpo, ché spesso dimentichiamo che i piedi sono le nostre radici e la nostra base). All’impatto ambientale, poi, dobbiamo aggiungere quello sociale: con la delocalizzazione, nel tempo, le produzioni delle grandi multinazionali della sneaker si sono spostate dall’altra parte del mondo, con conseguente impatto sulle persone e alimentando un mercato al ribasso che spesso non garantisce salari minimi e condizioni di vita decenti a chi, queste scarpe, le fa. 

Alternative a base “bio”

Nonostante la lentezza e la complessità, però, il settore si sta muovendo. Il primo campo di ricerca e sperimentazione è quello dei materiali alternativi con i quali assemblare le sneakers. La scelta è ricaduta sulle innovazioni a base “bio”, ovvero tutti quei materiali totalmente o in parte derivati da una biomassa ottenuta da piante o vegetali, oltre che sui materiali naturali come cotone e canapa. Tra i pionieri di questa inversione di tendenza c’è l’azienda brasiliana Veja, che ormai da anni si dedica alla produzione di sneakers con cotone, materiali riciclati e gomma naturale. Ma anche il marchio francese Cog, che usa componenti 100% riciclati, come il sughero, scarti di cotone, gomma a fine vita e plastica riciclata. L’italiana Id-Eight si sta facendo strada, a colpi di design e materiali derivati dall’industria alimentare, come buccia di mela, foglie di ananas, semi e bucce di uva, oltre che cotone e poliestere riciclato. Innovazioni tecnologiche, ma anche recuperi di materiali non convenzionali che si trasformano in scarpe: è il caso di Re49, azienda veneta dalla lunga tradizione calzaturiera che si è reinventata introducendo modelli di sneakers prodotti con vele, ombrelloni e sdraio dismessi, combinate con tessuti di scarto o spugna di asciugamani recuperate dagli alberghi. 

Le alternative, con calma, stanno arrivando, con tutte le problematiche del caso, legate in primis alla scalabilità e alla durabilità dell’oggetto.

Restauri… con stile!

Per far durare a lungo, in ogni caso, ben vengano le riparazioni. Se andare dal calzolaio sembra un’azione ormai desueta, la realtà è esattamente il contrario. Tra i cultori delle sneakers, coloro che amano le loro scarpe al punto di tenerle come reliquie, il fatto di buttarle non è contemplato. Molto meglio ripararle o ri-suolarle, anche in maniera creativa ed originale. Questo, oltre ad allungare la vita delle scarpe, ha ridato valore e colore ad un mestiere che stava rischiando di sparire insieme alle ultime botteghe polverose. Jacopo de Carli è il più famoso restauratore di scarpe italiano, che nel 2018 ha fondato il suo laboratorio di restauro sartoriale di sneakers, Dcjlab. Accanto a lui troviamo anche DiSanaPianta, progetto di Federica Sofia e Nicola Buono, che si dedicano alle calzature su misura ma anche allo smontaggio e ricostruzione di scarpe danneggiate. Il restauro delle sneakers è una scelta di stile sì, ma anche un modo per non alimentare un sistema malato di sovrapproduzione e sfruttamento di persone e risorse. È un modo per non creare nuovi rifiuti. Ed anche la maniera di supportare realtà artigiane locali, dando sostegno all’economia locale. Se poi arrivassero anche degli incentivi per la riparazione, il cerchio si chiuderebbe decisamente prima.

[di Marina Savarese]

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3 Commenti

  1. Le scarpe dell’azienda veneta che citate non sono certo sostenibili economicamente per noi comuni mortali con gli stipendi fermi al dopoguerra… Io credo sia anche questo il problema, moda veloce, materiali scadenti per stipendi scadenti purtroppo.

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