giovedì 30 Maggio 2024

Legge bavaglio per i giornalisti: i sindacati organizzano la mobilitazione

La Federazione Nazionale della stampa ha convocato per oggi, giovedì 21 dicembre, “una giunta straordinaria” per l’organizzazione di una mobilitazione “contro il nuovo bavaglio al diritto di cronaca”, ovvero la nuova legge che ha trovato l’accordo in Parlamento di maggioranza, Azione e Italia Viva e che vieta ai giornalisti di pubblicare le ordinanze di custodia cautelare, sia in maniera “integrale” che “per estratto”, almeno fino al termine dell’udienza preliminare. Ad annunciare la protesta è stata la segretaria della Federazione, Alessandra Costante, che ha chiesto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di «non firmare una legge che potrebbe essere fonte di immani distorsioni dei diritti». Forte la condanna dell’Ordine dei Giornalisti, che ha parlato di “un black out totale sulle notizie di cronaca giudiziaria” e di “un duro colpo al diritto di cronaca” che non ha “nulla a che vedere con il principio della presunzione di innocenza”, spiegando come ai cronisti venga ormai impedito di informare l’opinione pubblica su ogni azione delle forze dell’ordine e della magistratura. Alcune mobilitazioni sono iniziate già da ieri: a Genova, l’Associazione Ligure dei Giornalisti e il Gruppo Cronisti ha avviato un flash mob, invitando i colleghi alla massima partecipazione.

Le forze che sostengono il governo, insieme ad Azione di Carlo Calenda e Italia Viva di Matteo Renzi – che sulla questione giustizia non hanno sostanzialmente mai fatto mancare il loro appoggio all’esecutivo – hanno votato di comune accordo alla Camera dei Deputati un emendamento che avrà pesanti conseguenze sul racconto delle inchieste giudiziarie da parte dei media. Nello specifico, il testo agisce sull’articolo 114 del codice di procedura penale, concernente il “divieto di pubblicazione di atti e di immagini”, stabilendo l’impossibilità della “pubblicazione integrale o per estratto del testo dell’ordinanza di custodia cautelare finché non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare, in coerenza con quanto disposto dagli articoli 3 e 4 della direttiva Ue del 2016 sulla presunzione d’innocenza”. Non sarà dunque più possibile rendere pubbliche le ordinanze che dispongono misure cautelari, il carcere o gli arresti domiciliari nei confronti di persone che siano a rischio di recidiva o fuga. Provvedimenti che non vengono emanati dai pm, bensì da un giudice, il gip, figura cui sono attribuite funzioni preordinate a garantire l’indagato nel corso delle indagini preliminari. I voti a favore sono stati 160, quelli contrari 70 (di M5S, Pd e Avs). La Camera ha accolto il via libera all’emendamento con un applauso scrosciante. In seguito alla futura approvazione del Senato, che si dà per scontata, l’esecutivo dovrà mettere nero su bianco entro sei mesi i decreti legislativi per l’attuazione del testo passato ieri alla Camera.

«In questo modo rimuoviamo una stortura al nostro ordinamento – ha detto Enrico Costa di Azione, che ha proposto l’emendamento, poi riformulato dal governo, insieme a Davide Faraone di Italia Viva e Riccardo Magi di +Europa –, in passato abbiamo limitato le conferenze stampa, ma se poi permettiamo la pubblicazione delle ordinanze con centinaia di intercettazioni, siamo punto e a capo. Questa non è la presunzione di innocenza». Festante anche Forza Italia, che ha parlato della norma come di uno strumento per affermare «un grande principio di civiltà» per bocca dei deputati Pietro Pittalis e Tommaso Calderone. «Se il motivo è di tutelare la privacy dell’indagato perché esiste la presunzione di innocenza, allora dovremmo arrivare al punto di vietare pure la pubblicità dei dibattimenti, perché la presunzione di innocenza esiste fino alla sentenza definitiva in Cassazione – ha commentato il Senatore del M5S ed ex pm antimafia Roberto Scarpinato -. In realtà, dietro il feticcio della tutela della privacy, elevato a valore supremo sull’altare del quale sacrificare il diritto all’informazione, si cela ben altro. Più che del giudizio penale hanno terrore del giudizio della pubblica opinione che deve essere tenuta all’oscuro degli affari sporchi dei colletti bianchi».

Il divieto di pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare è solo l’ultimo tassello di una vera e propria guerra lanciata dalla politica al mondo dell’informazione, che dopo l’era berlusconiana ha ritrovato vigore con il “governissimo” di Mario Draghi e poi sotto l’esecutivo presieduto da colei che, almeno sulla carta, fu la sua unica oppositrice, Giorgia Meloni. L’ex guardasigilli, Marta Cartabia, firmò infatti la norma che, recependo la Direttiva UE 2016/343 sulla “presunzione di innocenza”, ha stabilito che la diffusione di notizie sugli atti di indagine compete soltanto al Procuratore della Repubblica (che a tal fine può eventualmente “autorizzare gli ufficiali di polizia giudiziaria”) e che possa avvenire “esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa“, cui si può procedere solo “con atto motivato in ordine alle specifiche ragioni di pubblico interesse” che possano giustificarle. Si statuiva, inoltre, che “è fatto divieto alle autorità pubbliche di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili”. Una norma che ha verticalizzato il potere nelle Procure e indotto, fisiologicamente, i Procuratori – che, sostituendosi ai giornalisti, devono stabilire a monte quali elementi dell’indagine abbiano o meno rilevanza pubblica – a prevenire eventuali sanzioni disciplinari diffondendo comunicati striminziti e poveri di contenuto. Arrivando persino ad omettere, come nel caso dell’inchiesta di Bergamo sul Covid, i nomi degli indagati e le ipotesi di reato loro ascritte.

Sulla stessa linea si è posto l’attuale ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che la scorsa estate ha varato una parte della riforma della giustizia in cui è stata introdotta una stretta alle intercettazioni, attraverso il divieto di pubblicazione, anche parziale, di qualsiasi dialogo non “riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento”. Proibendo, dunque, la pubblicazione delle intercettazioni citate all’interno delle misure cautelari indirizzate dai pubblici ministeri al giudice delle indagini preliminari. Inoltre, pm e gip dovranno tassativamente stralciare dai brogliacci e dai loro provvedimenti i riferimenti alle persone terze estranee alle indagini. Maglie larghissime anche sulla custodia cautelare: a decidere sulla richiesta avanzata dal pm non dovrà più essere un unico giudice, ma un organo collegiale. Inoltre, prima di applicare la custodia cautelare il giudice sarà tenuto a interrogare l’imputato, che verrà avvisato con un invito contenente “descrizione sommaria del fatto comprensiva di data e luogo di commissione del reato” 5 giorni prima della convocazione. Ora, con l’approvazione dell’emendamento sul bavaglio al diritto di cronaca sugli ordini di custodia cautelare, si chiude il cerchio.

[di Stefano Baudino]

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