lunedì 26 Febbraio 2024

Il PIL misura la ricchezza, non il benessere: il caso del Bhutan, Paese povero ma felice

Sentiamo spesso parlare del prodotto interno lordo come dell’indicatore più importante cui prestare attenzione: quello in grado di rivelare la ricchezza di una nazione misurando il valore di tutti i beni di consumo ed i servizi prodotti in un Paese in un determinato periodo di tempo. Il PIL è un indicatore inventato negli anni ’30 da un economista americano: da allora è divenuto un po’ l’indice con il quale misurare il successo o l’insuccesso delle politiche economiche: ma è davvero così? E soprattutto: ricchezza prodotta e benessere della popolazione sono realmente sinonimi?

Lo stesso Simon Kuznets, inventore di questo indicatore economico, pochi anni dopo dichiarò che il benessere di una nazione non può essere misurato semplicemente dal prodotto interno lordo. Il perché è abbastanza evidente: il PIL è una misura dell’attività economica complessiva di una nazione, è un indicatore quantitativo della produttività che non tiene conto di altri fattori importanti come la salute, il livello di istruzione, la sicurezza, la qualità del tempo libero, le condizioni dell’ambiente e la qualità delle relazioni sociali. Il prodotto interno lordo non misura, quindi, il benessere della popolazione. Inoltre, la ricchezza prodotta da un Paese, non tiene conto delle disuguaglianze interne: il PIL infatti è nient’altro che una media. Questo vuol dire che il suo dato può essere positivo ma la maggior parte della popolazione potrebbe comunque essere povera.

Uno degli studi più significativi in merito è quello presentato da due ricercatori britannici, Richard Wilkinson e Kate Picklett, dal nome The Spirit Level: Why More Equal Societies Almost Always Do Better. I due autori dimostrano che in molti casi, nelle economie avanzate, crescita economica ed eguaglianza si trovano agli opposti. Il problema è che quando la crescita si consuma ai danni dell’uguaglianza, le condizioni di vita all’interno del sistema peggiorano, anche se gli indicatori economici tradizionali – come il PIL – mostrano il segno positivo. Questo è quello che sta succedendo attualmente nelle nostre società occidentali. Il PIL è positivo perché ci sono le grandi società che incrementano esponenzialmente i propri profitti e vanno ad alzare la media del PIL pro-capite, ma in realtà i lavoratori non sono più ricchi ed anzi, al contrario, sempre più ampie fette della popolazione si impoveriscono. Infatti, come dimostrano i dati, tra il 1976 e il 2006 è crollata la percentuale dei redditi da lavoro sul PIL, misura di quanta parte della ricchezza nazionale finisce nelle tasche dei lavoratori.

Calcolare la Felicità interna lorda: l’utopia realizzata del Bhutan

Esiste, però, un piccolo Paese tra le catene montuose dell’Himalaya, schiacciato tra Cina ed India, che grazie alle vette alte più di 7.000 metri è rimasto isolato dalle influenze dell’economia e della globalizzazione: il Buthan. La piccola monarchia costituzionale buddhista, con una popolazione di circa 770.000 persone, è considerato uno dei Paesi più poveri al mondo ma anche come uno dei più felici. Negli anni ‘70, infatti, il re Jigme Singye Wangchuck ha introdotto l’indicatore FIL, che misura la Felicità Interna Lorda. Questo indicatore non tiene conto esclusivamente del benessere economico, ma calcola il livello di felicità dell’intero Paese tenendo in considerazione un insieme di fattori legati alla qualità della vita, come la tutela dell’ecosistema, la salute degli abitanti, l’istruzione, l’intensità dei rapporti sociali. Il re Jigme Singye Wangchuck, in un’intervista rilasciata al Financial Times nel 1972, spiegò che «la felicità interna lorda è più importante del prodotto interno lordo» e che la felicità di una nazione non si misura con il solo progresso economico, ma nella crescita di una società umana armonica, in grado di vivere in sintonia con sé stessa e con la natura. L’approccio del FIL, in Bhutan, guida le decisioni politiche, ponendo la persona al centro dello sviluppo e riconoscendo che l’individuo ha bisogni di natura non solo materiale, ma anche e soprattutto spirituale, relazionale ed emozionale.

Già nel 1629, l’antico codice legale del Bhutan affermava che “se il governo non può creare felicità per la sua gente, allora non vi è alcun motivo per cui il governo esista”. I principi che guidano l’approccio della FIL trovano sicuramente le loro radici nella filosofia e nella cultura buddhista, che è una filosofia della misura e del limite. Il buddhismo, infatti, insegna l’altruismo, la pace, il rispetto degli altri, degli animali e della natura e il non attaccamento ai beni materiali. Dal 2008 il governo del Bhutan ha inserito il tasso di Felicità Interna Lorda anche all’interno della Costituzione, nell’articolo 9: “Lo Stato si impegnerà a promuovere quelle condizioni che consentiranno il perseguimento del tasso nazionale di felicità”. Pertanto, il Bhutan garantisce che le condizioni favorevoli alla felicità siano l’unico scopo del suo sviluppo.

I nove pilastri da curare per perseguire la felicità, secondo il GNH Centre, il centro di ricerca governativo dedicato alla FIL, sono i seguenti: standard di vita, educazione, sanità, ambiente, vitalità della comunità, utilizzo del tempo, benessere psicologico, buon governo, resilienza e promozione culturale. In Bhutan tutti devono avere una casa, dei vestiti e del cibo, oltre che un’assistenza medica e un’istruzione gratuite. Il Bhutan, inoltre, è l’unico Paese al mondo a emissioni negative di carbonio e oltre il 50% del suo territorio è protetto per salvaguardare la natura. Un altro dato che può far comprendere come il Bhutan sia il Paese della felicità e della pace è quello riguardante il numero di omicidi, che si attestano a poco più di uno all’anno in media. Dal 2011 il Paese ha creato anche il Ministero della Felicità, attraverso il quale ha spinto l’ONU ad attuare la risoluzione 65/309. Con questa misura le Nazioni Unite invitano i governi a “dare più importanza alla felicità e al benessere nel determinare come raggiungere e misurare lo sviluppo sociale ed economico”.

Cambiare paradigma per misurare il benessere

Come affermano l’economista J.P. Fitoussi, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz ed il capo statistico dell’OCSE, Martine Durand, il PIL non è in grado di misurare ciò che conta, come dichiarano nel libro dall’omonimo titolo. Secondo Fitoussi, «raccontare che la crescita del PIL è la crescita del progresso sociale è un grossolano errore. C’è bisogno di un approccio diverso» che tenga appunto conto delle dimensioni dell’uomo concreto e del suo reale benessere, che non può essere legato esclusivamente a parametri economici. Un altro studio molto interessante, che evidenzia come PIL e benessere non vanno di pari passo, è quello pubblicato da un gruppo di ricercatori nel giornale dell’International Society for Ecological Economics. Gli studiosi prendono in esame il GPI (Genuine Progress Indicator) che comprende 26 variabili che tengono in considerazione condizioni sociali e ambientali. La ricerca dimostra che il GPI per persona ha toccato il massimo nel 1978 e da allora in poi ha continuato a scendere, mentre al contrario il PIL pro capite sale costantemente dal 1978.

La conclusione dei ricercatori nell’analizzare questo andamento, è che gli aspetti sociali e ambientali negativi sono cresciuti più rapidamente della ricchezza monetaria. A ciò si aggiunge, ovviamente, il fatto che la distribuzione della ricchezza è andata concentrandosi sempre più nelle mani delle persone più ricche. Ma i soldi fanno davvero la felicità? C’è un paradosso, chiamato paradosso di Easterlin o paradosso della felicità, per cui è dimostrato che all’aumentare del reddito la felicità umana aumenta ma fino ad un certo punto, poi inizia a diminuire seguendo una parabola verso il basso. Forse è arrivato il momento di non basare l’intera esistenza e le nostre società sul PIL e sull’esclusiva ricerca del profitto.

[di Gioele Falsini]

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