In Argentina, tra gli indigeni Kolla: dove la repressione brutale non ferma la lotta

È una mattina fredda e non è ancora sorto il sole a Purmamarca, quando l’azione repressiva di oltre 500 poliziotti coglie di sorpresa centinaia di manifestanti indigeni. Siamo nella provincia di Jujuy, nel nord dell’Argentina, dove da due mesi le comunità aborigene “Kolla” stanno bloccando la viabilità delle strade principali in segno di protesta contro la riforma della costituzione provinciale avvenuta per mano del Governatore Gerardo Morales. Senza presentare alcun mandato e senza alcun avvertimento preventivo, le forze dell’ordine distruggono in poche ore l’accampamento dei manifestanti, bruciando le Wiphala, bandiere simbolo della cultura indigena, calpestando tende, saccheggiando cibo e materiale da campeggio. «Ci hanno sbattuti per terra e poi ci hanno trascinati per i piedi come se fossimo animali» mi dice Juliana, una giovane manifestante di 18 anni. È il 14 agosto e a condurre la repressione ci sono gendarmi, unità antisommossa, esercito e agenti in borghese: nessuno di loro cerca di instaurare un dialogo ma con atteggiamento intimidatorio forzano i manifestanti ad arretrare sotto un ponte.

Al sorgere del sole appare evidente quale sia il dispiego di forze ordinato dal governatore. Sembra uno scenario di guerra: militari appostati sulle montagne circostanti armati di grossi fucili, fiumi di poliziotti a viso coperto che marciano avanti e indietro e l’unità antisommossa che circonda i pochi manifestanti rimasti.

Tra questi la Abuela Serena, 85enne presente al posto di blocco dal 17 giugno. La polizia l’ha strattonata facendola cadere per terra e nessuno l’ha aiutata a rialzarsi; sanguina da un ginocchio, è arrabbiata e grida senza paura contro le autorità: «El pueblo unido jamás será vencido». Ci sono anche civili pro – Morales pagati per sporcarsi le mani. Qui li chiamano i patotas, hanno tutti i guanti, il volto coperto e un bastone in mano.

Il clima di terrore e paura è tangibile, sembra che possa scatenarsi il finimondo da un momento all’altro. Analizzando la situazione oggettivamente però, risulta evidente l’assurda sproporzione: più di 500 poliziotti armati per meno di 20 manifestanti pacifici.  

La polizia schierata in assetto antisommossa di fronte agli indigeni

Qual è quindi l’obiettivo? Creare panico. 

Molti manifestanti infatti sono scappati, memori di quanto accadde il 20 giugno, quando le comunità occuparono le strade per la prima volta e la repressione provocò 170 feriti e 68 arresti. «Sparavano cartucce di gomma ad altezza volto, due ragazzi hanno perso un’occhio, tiravano lacrimogeni scaduti e colpivano con i manganelli senza distinzione di genere o età! Sono quasi passati due mesi e gli occhi mi bruciano ancora, devo usare il collirio tutti i giorni per alleviare il dolore» mi racconta il Prof. Valdivies, uno dei leader della protesta.

Ma tale violenza non è riuscita a spegnere la sete di giustizia dei manifestanti che, dopo un mese di resistenza sulle strade, il 25 luglio, hanno messo in moto il terzo “Malon de la Paz”. Si tratta una marcia di circa 1500 km a piedi da Jujuy fino al Palazzo di Giustizia Nazionale, in Piazza Lavalle, a Buenos Aires. Solo due volte nella storia dell’ Argentina il popolo Jujeño ha messo in atto un moto di protesta di tale portata.

La prima volta, nel 1946, le comunità Kolla avevano marciato sulla capitale per reclamare il loro diritto sulle terre ancestrali che gli europei stavano occupando con la forza. Nel 2006, di nuovo da Jujuy, le comunità indigene raggiunsero Plaza de Mayo a Buenos Aires per chiedere la restituzione di 15.000 kmq di terra confiscata dal governo provinciale. Oggi, con questo terzo Malon composto da leader di 10 diverse etnie indigene, si sta chiedendo alle massime autorità giudiziarie del paese la dichiarazione di incostituzionalità della riforma di Gerardo Morales.

Il fuoco della resistenza

Blocco stradale organizzato dalla protesta indigena

I popoli indigeni hanno iniziato a bloccare le strade con tronchi e pietre in segno di protesta il 17 giugno, giorno in cui il governatore della provincia di Jujuy, Morales, ha approvato una riforma della costituzione provinciale in forma fraudolenta.

Il risultato fu una vera e propria rivolta popolare. Centinaia di persone hanno iniziato a bloccare la viabilità delle principali strade della regione, ovvero la ruta 9 e la ruta 52, entrambe strategiche per il commercio internazionale con Cile e Bolivia. I posti di blocco si sono trasformati in pochi giorni in veri e propri accampamenti, con tanto di bagni e cucine, dove centinaia di persone, tra cui anziani e bambini, trascorrevano le giornate. I conducenti dei veicoli bloccati spesso solidarizzavano con i manifestanti, alcuni offrendo acqua e cibo, altri condividendo un mate, e altri ancora urlando “abajo la reforma” dal finestrino.

Dal momento che questi accampamenti si trovano a più di 3000 metri di altezza, la permanenza è estremamente faticosa per via del freddo rigido della notte, del clima secco e arido e del caldo sole tipico dell’altopiano andino. «Stiamo scrivendo la storia del popolo Kolla e di Jujuy! Sono 5 secoli che resistiamo contro gli abusi del colonialismo e del neocolonialismo, e non sarà certo Morales a fermarci! Abajo la riforma, arriba la wiphala!». Doña Isabela urla a gran voce durante una delle riunioni dei manifestanti. Viene della comunità indigena di Cueva del Inca, vicino ad Abra Pampa, ha il volto stanco ma una luce le brilla negli occhi. È la stessa luce che hanno negli occhi tutti i presenti. È un misto di rabbia e speranza ed è più forte del freddo, della stanchezza, della paura e del vento che taglia le labbra. È una luce che arriva da lontano, da una coscienza storica che sta dicendo “basta” all’oppressione e allo sfruttamento delle risorse. Il popolo Kolla canta rivolto ai propri antenati per ottenere la forza di continuare a lottare. Ogni mattina, quando il sole sbuca dalle imponenti vette che circondano la valle, si inchinano e tendono le mani al cielo per accogliere il “taita”, il maestro supremo. Ringraziano la Pachamama per ogni cosa bella, per ogni abbraccio fraterno che ricevono, per ogni sorriso, per la vita. Nel mezzo dell’accampamento distrutto dalla polizia ardeva un fuoco fin dal primo giorno della protesta, un fuoco sacro, che le anziane si occupavano di tenere sempre vivo. Chiunque passasse di lì doveva rendergli omaggio con foglie di coca, cibo e bevande. Era il fuoco che unificava la lotta ma la polizia con una scavatrice ha distrutto anche quello. Oggi un nuovo fuoco sacro arde a lato della ruta 9, là dove i manifestanti sono stati costretti ad accamparsi.

Una delle anziane che lo curano mi spiega «senza questo fuoco non c’è resistenza, non possiamo più permettere che venga spento, dobbiamo vegliare giorno e notte.. lo spirito del fuoco si vendicherà su chi lo ha distrutto». Intanto accende un “saumerio” ovvero un incenso con cui si prepara a pulire l’ambiente circostante eliminando le cattive energie: «Solo così siamo sicuri di essere protetti».

I problemi della riforma

“Il maestro lottando allo stesso modo sta insegnando”

Ma nello specifico, cosa implica la riforma per i popoli indigeni e perché ha dato vita ad una tale rivolta popolare? I primi elementi che hanno generato malcontento e indignazione tra gli abitanti della provincia di Jujuy sono le violazioni processuali messe in atto da Morales. La convenzione ILO 169, che in Argentina ha forza di legge, impone ai governi di consultare le popolazioni locali ogni qualvolta si presentino proposte di legge che potrebbero interessarle. Nel caso di Jujuy, nessuna comunità è stata consultata. Inoltre, le riunioni sono avvenute senza votazioni, a porte chiuse e con tempistiche da record: in meno di due settimane è stata approvata la riforma, con emendamenti cruciali del testo costituzionale avvenuti qualche giorno prima dell’approvazione. Ciò viola la legge federale 6303 che impone 90 giorni di dibattiti previ a qualsiasi emendamento costituzionale.

A livello sostanziale la nuova costituzione criminalizza la protesta dando potere ai giudici di sanzionare qualsiasi forma di protesta pubblica. Anche la divisione dei poteri viene ridotta in quanto l’esecutivo è ora in grado di nominare i giudici.

Ma ciò che più ha fatto arrabbiare i popoli indigeni è la prospettiva estrattivista che la riforma ha imposto alla costituzione della provincia di Jujuy, fino ad allora considerata un esempio di democrazia. A partire dal 20 giugno scorso, qualora non registrate in catasto, le terre indigene in cui le popolazioni Kolla vivono da prima della colonizzazione europea, smettono di essere riconosciute come tali. I Kolla diventano così abusivi nelle loro terre ancestrali e il governatore Morales si aggiudica il dominio delle risorse naturali della provincia (Art. 67 const Jujuy riformata). Questa mossa politica certamente non casuale, è la porta di accesso alle grandi riserve di litio di Jujuy per le imprese minerarie. 

L’ estrazione del litio nella provincia di Jujuy

Il litio è un elemento chimico utilizzato soprattutto nelle batterie delle auto elettriche, dei computer e degli smartphone. Questo è dovuto al fatto che è in grado di convertire l’energia chimica in energia elettrica molto efficacemente e ha un altissimo potenziale di conservazione dell’energia. Con l’aumento degli investimenti sulla transizione energetica e quindi sui veicoli elettrici, la domanda di litio è in rapida crescita, e ciò sta mettendo a rischio ecosistemi già fragili e territori indigeni, come la provincia di Jujuy.

Nella zona della “Puna”, nel nord della provincia, sorgono enormi saline, le quali nascondono nel sottosuolo grandi riserve d’acqua. Si tratta di acqua fossile, creatasi migliaia di anni fa, che non è in grado di rigenerarsi se non in tempi molto ampi. È proprio qui che si trova il litio, e per ricavarlo l’acqua viene pompata in superficie e poi lasciata evaporare in grandi pozze a cielo aperto. Poi, attraverso un processo chimico, si estrae il prodotto finale, ovvero il carbonato di litio

I principali impatti ambientali e sociali di questo processo riguardano le risorse idriche. Nella Puna l’acqua è infatti scarsa e intere comunità dipendono dalle falde sotterranee tanto per il consumo umano quanto per le attività produttive come l’agricoltura e la pastorizia. «Noi donne siamo tessitrici e perché i lama abbiano una buona lana devono idratarsi adeguatamente… oggi però le saline stanno seccando per via dell’attività mineraria e non sappiamo dove far bere gli animali!» mi dice Ines, manifestante presente al blocco stradale di Sainas Grande – «Gli uomini prima estraevano il sale a mano ma ora non possono più farlo, le compagnie minerarie non lasciano che fanghiglia per noi indigeni».

La comunità di dona Ines, a Salinas Grandes, si trova a circa 4000 metri di altezza e fa parte di un’area di 35 mila ettari recentemente concessa da Morales all’impresa statale Jemse.

Seconda solo a Susques, circa 60km a ovest, questa zona è tra le più interessate all’estrazione mineraria del litio. A Susques operano i due principali progetti della regione: Olaroz-Salares de Jujuy, gestito in società da Jemse (Statale), Orocobre (Australiana) e Toyota (Giapponese); e Cauchari- Mineria Exar, gestita dalla canadese Lithium Americas Corp, che vede tra i suoi maggiori azionisti la General Motors Holdings LLC.

Fino ad oggi gli studi di impatto ambientale di questi progetti non sono mai stati presentati pubblicamente e questo viola la convenzione ILO 169 che impone a qualsiasi progetto imprenditoriale che possa avere impatti sulle comunità locali, di consultare queste ultime previamente, liberamente e presentando tutte le informazioni necessarie.

Le manifestazioni a due settimane dall’ultima repressione

La violenza della polizia non ha spento la determinazione indigena. È il 30 agosto, la resistenza continua nonostante le continue intimidazioni della polizia. Sono in pochi a rimanere giorno e notte all’accampamento. Si è dovuto ricostruire tutto, la cucina, le tende e il bagno secco e richiedere l’aiuto delle comunità per fornire cibo, poiché quello che c’era se lo sono portato via i poliziotti. I primi giorni il morale era basso ma il fatto che le tre anziane del fuoco non se ne siano andate, ha dato molta forza ai pochi rimasti. Sono una decina e le prime notti la polizia non permetteva loro nemmeno di erigere un paravento. Poi, dopo una lunga negoziazione, hanno concesso uno spazio dove poter continuare la permanenza. Giorno dopo giorno, pietra dopo pietra, le comunità stanno ricostruendo la cucina e una grossa tenda per dormire. Ogni giorno c’è una riunione per conoscersi: la paura di infiltrati della polizia è alta, visto che ogni giorno arriva gente nuova ad appoggiare la protesta. Tuttavia lo spirito Kolla è essenzialmente fraterno: condividono tutto e si preoccupano sempre che anche l’ultimo arrivato possa beneficiare del poco cibo presente nei cassoni delle donazioni, si scherza sempre e la battuta non manca mai. Ognuno si prende cura dell’altro e c’è una divisione dei ruoli armoniosa, che garantisce sempre un discreto ordine e che le pentole e i piatti siano sempre puliti a fine pasto. Lungo la strada le macchine suonano il clacson in segno di appoggio quasi incessantemente, e molti si fermano a chiedere se c’è bisogno di qualcosa.

Le cerimonie intorno al fuoco per chiedere protezione sono una componente essenziale della “lucha” e finiscono sempre in abbracci collettivi. La sera quando viene freddo tutti iniziano a bere mate ascoltando canzoni trasmesse da qualche vecchia radiolina gracchiante, oppure si intonano canti di resistenza scritti da artisti locali, spesso intrisi di ironia verso il governatore “Moralitio”. Sono infatti diversi i musicisti, poeti, scrittori, artigiani, pittori e professori che appoggiano il movimento.

Tutti si uniscono in una sola voce quando il tramonto colora di rosso il cielo di Jujuy. Gridano “Ayaya” guardando le montagne. È un grido di forza, amore e speranza.

[Testo e foto di Francesco Torri]

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4 Commenti

  1. Grazie per questo articolo che dimostra che un Giornalismo indipendente è possibile e che facciamo bene a sostenerlo.
    Sarebbe utile un riferimento bancario, anche come commento, per chi vuole aiutare queste popolazioni o comunque le istruzioni per chi vuole farsi carico, perché un Giornalismo indipendente deve anche essere un Giornalismo che favorisce la partecipazione: Non c’è indipendenza senza partecipazione.

  2. L’attività predatoria delle risorse naturali da parte delle multinazionali a danno delle popolazioni locali si esplica in tante parti del pianeta. In Argentina, però, la violenza dell’esercito messo in campo dal governatore della regione mi richiama alla memoria il terrore instaurato dai militari durante la loro dittatura.

  3. Resto sempre basita, nonostante l’età, di come i potenti ripetano, nel susseguirsi del tempo, i soprusi verso i più deboli, e in questo caso anche pacifici, per il solito fine di lucro! Ma possibile che il mindo mai possa cambiare in meglio? Come si fa a sostenere che le auto elettriche siano la soluzuone anti inquinamento se per il litio rovinano il Pianeta e le Popolazioni che sono i testimoni di antiche civiltà? Solo sfruttamento e abusi di potere per il soliti dio denaro, senza tenere in considerazione valori e sentimenti umani di questi Popoli che ancira trasmettono la saggezza per la Terra, la Pachamama di tutti.

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