domenica 21 Luglio 2024

La repressione del movimento contro la guerra in Russia

Oltre 20 mila attivisti contro la guerra, in Russia, sono stati vittime della repressione governativa dall’inizio dell’operazione militare in Ucraina. A denunciarlo è un lungo e dettagliato rapporto di Amnesty International, che riporta come Mosca stia mettendo in atto una “gamma complessa ed estesa di tattiche” volte a silenziare i pacifisti. Oltre 2.300 dissidenti in detenzione amministrativa, licenziamenti e intimidazioni diffuse, uso arbitrario dell’accusa di “agente straniero” verso gli oppositori, una censura sempre più capillare anche nel mondo dell’arte: questi i meccanismi attraverso il quale gli antimilitaristi finiscono nella rete della repressione. Un rapporto che merita di essere riportato anche perché Amnesty, a differenza di altre organizzazioni per i diritti umani – spesso smaccatamente filoamericane – ha una storia equilibrata e imparziale, come dimostrato con le sue battaglie per Julian Assange, per i diritti dei palestinesi ed altre cause assai invise ai governi occidentali.

L’ONG, molto più super partes e critica nei confronti dei governi occidentali di tante altre (è una delle pochissime a condurre una lotta per la liberazione di Assange e quindi di forte critica agli Stati Uniti, oltre ad aver più volte definito quanto accade in Palestina un apartheid in atto per mano degli israeliani) ha recentemente stilato un rapporto sullo stato della repressione contro il dissenso pacifista in Russia (iniziato immediatamente dopo lo scoppio della guerra). Qui viene riportato in che modo il Paese adotta quotidianamente “nuove e assurde leggi che criminalizzano chi esprime liberamente le proprie opinioni”, mentre “il difettoso sistema penale, caratterizzato da processi profondamente ingiusti, è stato utilizzato per comminare pene detentive e multe salate per mettere a tacere i critici in risposta al minimo dissenso”. Alcuni attivisti sono stati infatti incarcerati solamente per aver pronunciato frasi contro la guerra: è il caso di Vladimir Rumyantsev, di Vologda (nella Russia settentrionale), il quale dovrà scontare tre anni di prigione per aver trasmesso, dal proprio appartamento, testimonianze sulla guerra di mezzi di informazione di blogger vietati dalle autorità.Un caso ancor più sconcertante è quello di Anatoly Berezikov, arrestato per aver appeso volantini contro la guerra in Ucraina a Rostov sul Don, città non lontana dal confine ucraino. Secondo quanto riferito dalla ONG russa Department One, l’accusa contro di lui era di “alto tradimento”. Lo scorso 10 maggio l’uomo è stato posto sotto detenzione amministrativa e la data del rilascio è stata posticipata più volte. Durante questo periodo, ha raccontato ai propri avvocati come le forze dell’ordine avessero ripetutamente usato scariche elettriche contro di lui. Il 14 giugno, un giorno prima del suo rilascio, è stato trovato morto nella sua cella. Le guardie sostengono si sia trattato di un suicidio.

Solamente nel 2022, denuncia Amnesty, sono state 2.307 i casi di detenzione amministrativa, la quale tuttavia rappresenta solamente una delle forme con le quali il governo cerca di reprimere il dissenso. In altri casi si è agito con licenziamenti e intimidazioni, o con l’attribuzione ai critici di guerra dell’etichetta “agenti stranieri”. Si tratta di una formulazione il cui uso è definito da specifiche leggi (come la Legge federale sul controllo dell’attività delle persone sotto influenza straniera, entrata in vigore lo scorso 1° dicembre) e utilizzata sempre con maggior frequenza in Russia, proprio perché utile per screditare e stigmatizzare tanto le associazioni quanto i singoli individui. Roman Dobrokhotov, giornalista russo, ha dichiarato che «La vita in Russia è incompatibile con lo status di “agente straniero”». La censura ha colpito anche il mondo dell’arte, con molti artisti che si sono visti cancellare gli eventi o costretti ad andare in esilio forzato, per timore di come il governo avrebbe potuto reagire alle proprie posizioni contro la guerra.

Tuttavia, sarebbe ingenuo non riconoscere che, in fondo, il dissenso è la prima vittima di tutte le guerre. E, per tenerlo sotto controllo il più possibile, la censura è una complice imprescindibile. In Ucraina la situazione non è molto migliore rispetto a quella della Russia. Recentemente è stata approvata una legge,  fortemente voluta da Zelensky, che amplia notevolmente il potere del governo sui mezzi di informazione e che, secondo diversi media e critici, mette a serio rischio la libertà di stampa. I poteri del Consiglio nazionale per la radiotelevisione (i cui membri sono nominati direttamente dal Presidente e dal Parlamento), sono infatti stati molto ampliati, permettendo al Consiglio di vietare temporaneamente l’attività dei mezzi di informazione in rete, chiedere ai fornitori di Internet di bloccare l’accesso a determinate pagine o siti senza dover passare da un tribunale e regolamentare l’attività degli operatori televisivi, tanto in rete che via cavo. Nell’aprile dell’anno scorso, inoltre, poco dopo lo scoppio della guerra, un blogger è stato arrestato per aver diffuso contenuti giudicati dalle autorità “anti-patriottici”, rischiando fino a 15 anni di carcere – e non sarebbe azzardato supporre che esistano molti casi simili, dei quali, semplicemente, non si ha notizia. Altra legge promulgata all’inizio di quest’anno in Ucraina (dove vige la coscrizione obbligatoria) e fortemente voluta da Zelensky prevede il rafforzamento delle pene del personale militare in caso di diserzione, inosservanza o critiche agli ordini.

La prima vittima di ogni conflitto, insomma, è sempre la libertà di espressione e di azione.

[di Valeria Casolaro]

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