mercoledì 21 Febbraio 2024

Soldati ucraini in rivolta dopo la nuova legge di Zelensky contro i disertori

Sempre più soldati ucraini si stanno ribellando alla legge, voluta dal presidente Zelensky ed entrata in vigore a gennaio, che prevede il rafforzamento delle pene del personale militare in caso di diserzione, inosservanza o critiche degli ordini: così oltre 25.000 militari ucraini hanno sottoscritto una petizione in cui si legge che, con l’entrata in vigore della legge n. 8271, «il comando avrà una leva senza precedenti per ricattare e imprigionare i militari praticamente per qualsiasi critica alle loro decisioni, anche se le decisioni sono incompetenti e basate su una cattiva gestione del combattimento (come spesso accade)». In particolare, per abbandono volontario di un’unità o di un posto di servizio è prevista la reclusione da 5 a 10 anni, per la diserzione da 5 a 12 anni e per l’abbandono volontario del campo di battaglia o il rifiuto di agire con le armi da 5 a 10 anni. Il che significa che anche chi abbandona il campo per salvarsi la vita o perché a corto di munizioni può essere punito con il carcere. La legge, inoltre, priva i soldati della possibilità di appellarsi. «Invece di ringraziare l’esercito, che ha tenuto a bada un’invasione russa su vasta scala per quasi un anno e ha attuato operazioni di successo per liberare il territorio, otteniamo il carcere per il minimo disaccordo o commento ai comandanti (molti dei quali spesso danno ordini dal profondo delle retrovie)», scrivono gli uomini ucraini esternando tutta la loro frustrazione.

Lo Stato maggiore dell’esercito ucraino, che ha fatto pressioni per l’approvazione della nuova legge, ritiene che questa renderà la disciplina più equa: una nota esplicativa che accompagna il testo, infatti, spiega che giudicando le infrazioni caso per caso, come si faceva in precedenza, c’era il rischio che alcuni trasgressori potessero sfuggire alle pene per reati gravi, ricevendo, invece, condanne più severe per violazioni meno importanti. Da parte sua, Zelensky, nella risposta alla petizione, ha spiegato che «La garanzia della capacità di combattimento delle unità militari e, in definitiva, la vittoria dell’Ucraina sull’aggressore è, tra le altre cose, l’osservanza della disciplina militare, che si basa sulla consapevolezza dei militari del loro dovere militare, responsabilità per la protezione della Patria , indipendenza e integrità territoriale dell’Ucraina, sulla loro lealtà al giuramento militare». Tuttavia, secondo i militari, le legge sarebbe «vantaggiosa per il nemico», in quanto demoralizza i soldati delle forze armate ucraine, «già sfiniti dalla guerra di un anno con un nemico numericamente più grande», instillando in loro sfiducia verso il parlamento e lo stesso presidente ucraino. Ci sarebbero le prime avvisaglie serie di crisi, dunque, all’interno dell’esercito ucraino, una parte del quale non è più disposto a tollerare trattamenti eccessivamente severi e percepiti come ingiusti.

Soldati, avvocati e osservatori dei diritti umani hanno criticato le misure ritenendole non solo lesive del morale dei combattenti, ma anche inefficaci dal punto di vista della capacità di far rispettare la disciplina militare. «Le nuove regole punitive rimuovono la discrezionalità e trasformano i tribunali in un “calcolatore” per infliggere punizioni ai soldati, indipendentemente dai motivi delle loro offese”, ha affermato l’avvocato Anton Didenko all’agenzia di stampa ucraina Interfax. Mentre la ONG Reanimation Package of Reforms Coalition in una nota ha scritto che «Questa legge avrà conseguenze negative per la tutela dei diritti del personale militare accusato di aver commesso un crimine e ridurrà il livello di motivazione durante il servizio». Di tutt’altro avviso, ovviamente, l’amministrazione di Kiev e i comandanti militari, i quali ritengono che la legge sia necessaria per «rafforzare la responsabilità per la commissione di reati penali e amministrativi commessi in un ambiente di combattimento», ma anche per «evitare perdite ingiustificate di personale». Tuttavia, Zelensky si è detto convinto che «il reato deve essere applicato tenendo conto della
natura individuale della responsabilità giuridica, del grado di gravità del reato commesso, dei principi di giustizia e dello stato di diritto».

Da osservare come in Occidente, quando Putin aveva annunciato la mobilitazione militare parziale, la stampa aveva lanciato l’allarme contro la “coercizione totalitaria” che avrebbe obbligato indiscriminatamente chiunque ad arruolarsi nell’esercito, riservando pene durissime per i disertori: ai tg venivano mostrate immagini e video di code chilometriche ai confini con la Georgia per sottrarsi all’arruolamento. Notizia, peraltro, non veritiera in quanto la mobilitazione – al contrario di quanto sta accadendo in Ucraina – comprendeva solo i coscritti, tanto che lo stesso Putin aveva dichiarato che «la leva militare riguarderà i cittadini che fanno già parte delle riserve e quelli che hanno svolto servizio militare nelle forze armate e hanno esperienza. I richiamati, prima di essere mandati al fronte, svolgeranno ulteriore addestramento». Ora la stessa attenzione non sembra essere conferita alla nuova legge promulgata da Zelensky che prevede pene molto dure anche per semplici disobbedienze o critiche ai comandi militari, evitando accuratamente di amplificare troppo l’appello dei soldati ucraini, forse per non scalfire quell’immagine perfetta di Paese democratico e difensore dei “valori occidentali” che i media hanno contribuito a divulgare sull’Ucraina, da contrapporre all’autocrazia della Russia “putiniana”.

[di Giorgia Audiello]

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