sabato 20 Aprile 2024

L’ennesimo suicidio in Università e il sistema spietato dell’istruzione di “eccellenza”

Il primo febbraio una studentessa di quasi 20 anni che frequentava il primo anno della facoltà di Arti e turismo presso l’Università IULM di Milano si è tolta la vita, impiccandosi. Era alla sua prima sessione di esami. Il corpo della ragazza è stato ritrovato nel bagno dell’edificio 5 dell’ateneo con il collo avvolto da una sciarpa, oggetto con il quale la giovane ha compiuto il gesto estremo. Vicino al cadavere rinvenuto da un custode all’apertura degli edifici, un biglietto in cui la giovane parlava della sua vita personale e studentesca come “un fallimento”. Le ultime parole della ragazza non sono state condivise pubblicamente, ma dalle informazione pervenute la studentessa avrebbe sentito di essere arrivata a un punto di non ritorno per motivi personali, familiari e “professionali”, scusandosi con gli affetti per averli delusi. Viene da sé come a soli 20 anni percepirsi come falliti non debba e non possa essere normale; il recente suicidio dell’universitaria ha infatti riaperto un dibattito che critica un percorso scolastico troppo spesso competitivo e caratterizzato da esclusioni, arrivismi e standard inumani, fino a mettere in evidenza la rischiosa tendenza della società contemporanea, nella quale si pretendono risultati basati su modelli inarrivabili.

Eppure di eventi tragici, riprova della necessità di abbracciare sensibili cambiamenti non solo nel mondo universitario, se ne hanno a iosa, come ha anche ricordato Camilla Piredda, coordinatrice dell’organizzazione studentesca italiana di ispirazione sindacale, confederata alla Rete della Conoscenza, ovvero l’Unione degli Universitari (UDS): «Negli ultimi anni abbiamo visto il progressivo deterioramento della salute mentale, anche a causa di una costante pressione sociale che impone un modello sempre più performativo. Denunciamo come il sistema universitario non solo sia incapace di ascoltare e supportare coloro che manifestano difficoltà durante il proprio proprio percorso di studi, ma anzi li sottoponga a uno stress continuo, a delle aspettative sempre maggiori. Sul fronte del supporto psicologico, poi, vi sono soltanto servizi di counseling che, da soli, non possono affrontare appieno le esigenze e i bisogni psicologici della popolazione giovanile»

L’intervento della coordinatrice UDS chiede inoltre che «questi tragici episodi non cadano nel vuoto. Da troppo tempo le nostre richieste vengono ignorate dalla politica, che preferisce parlare di un senso distorto del merito anziché di inclusione, ascolto e supporto psicologico». Un’assenza di azione che macchia la coscienza delle istituzioni di perdite umane, anche dopo le pressioni sempre più numerose, specialmente dopo un periodo come quello pandemico in cui il dibattito si è intensificato mentre la risposta della Sanità italiana ha dimostrato una pericolosa impreparazione. Non solo: Camilla Piredda fa notare come esista «una sofferenza, un’ansia diffusa che viene costantemente ignorata: quando le istituzioni si renderanno conto che è arrivato il momento di cambiare narrazione, intervenendo con risorse e strumenti adeguati di supporto agli studenti?». Senza dimenticare come lo studio oltre a un diritto, dovrebbe essere motivo di arricchimento e libero scambio di opinioni e permettere di accrescere e migliorarsi, ma anche di provare piacere, sensazione che oggi sembra consumarsi e lasciare spazio solamente a stress e ansia.

E non sorprende come le studentesse colleghe universitarie della vittima, in una dettagliata lettera pubblicata sempre dall’UDS, parlino ormai di sola tossicità: «Non possiamo tacere davanti all’ennesima giovane che mette fine alla propria vita a causa del proprio percorso universitario. Ci viene chiesto perennemente di ambire all’eccellenza, ci viene insegnato che il nostro valore dipende solo ed esclusivamente dai nostri voti. Questo sistema universitario continua e continuerà ad uccidere. Serve prevenire, serve costruire un sistema accademico ed universitario in grado di insegnarci che non siamo numeri ma persone»

Il fatto che il gesto estremo sia stato compiuto da una studentessa interna a un ambiente universitario particolarmente noto (e privato) rende ancora più profonda la riflessione sul funzionamento accademico, nel quale viene presentata come unica strada la sopportazione di un ambiente altamente tossico, primo assaggio del percorso successivo, quello lavorativo. L’imposizione dell’eccellenza e concetti quali il merito, la foga competitiva che tiene conto della vetta e mai del percorso, l’ossessione per la valutazione e per il giudizio, sono messi al primo posto. Ultima invece, la salute mentale. L’ennesima dimostrazione delle falle di un sistema che nuoce gravemente alla salute psicofisica e non agisce nemmeno per rimediare ai propri errori ha mosso ancora una volta la comunità universitaria e studentesca in generale, la quale ribadisce sia giunto il momento di cambiare e prendere una direzione finalmente umana, perché certe tragedie si possano prevenire: «Tempo, una costante nella vita dei giovani, che studino o meno. La pressione che non viene mai alleviata. Togliersi la vita però non è dovuto da una decisione momentanea. Non ci si impiega certo tre minuti. No, è il risultato di un carico che si porta da mesi, o anni che la società ci butta addosso senza mai voltarsi indietro a controllare il nostro stato di salute. Non ci si può fermare mai. Neanche davanti a un atto tragico che non coinvolge solo la sfera personale, ma più che mai sociale. Siamo costantemente costretti a soddisfare delle aspettative, raggiungere dei numeri. Altrimenti sei lasciato indietro, fuori dal sistema, non vali abbastanza. Al fianco delle studentesse della Iulm, al fianco di chi si sente oppressa o oppresso».

[di Francesca Naima]

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2 Commenti

  1. “Fallimento” – nientemeno – della vita personale E studentesca ; una sofferenza complessa quindi, che avrebbe richiesto ciò che in Italia è ancora un tabù, ovvero un solido e sicuro sostegno psichiatrico.
    Ciò detto, l’Italia, più di altre nazioni, è il Bel Paese che vergognosamente usa e abusa di un linguaggio quanto mai distorto, offensivo, degradante e soffocante nei confronti di un’ampia fetta di popolazione (15/45) per la quale si adopera – senza distinzioni – un unico vocabolo ; RAGAZZO/A e, naturalmente, BAMBINI, per persone già maggiorenni!!!!
    Triste retaggio di un paternalismo stucchevole e talmente connaturato, endemico – e che buona parte della stampa rimesta quotidianamente – per cui ogni tentativo di riflessione su quella che ritengo essere una vera e propria patologia nazionale, non interessa nessuno.

    Tutti “ragazzi” nel Bel Paese del Mondo Buono.

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