giovedì 1 Dicembre 2022

Cos’è la società del merito se non si contrasta il privilegio?

Il concetto di merito è stato svilito negli anni con giudizi pronti a distorcere la vera struttura di una società che troppo spesso rischia di essere iniqua. Distinguere il merito dal privilegio appare una sfida sempre più complessa dove chi non adotta posizioni socialmente accettabili, allora manca di qualcosa, non conosce la dedizione. La necessità furiosa di esaminare e competere stimola a riflettere se possa mai esistere una “valutazione corretta”, un tempo predefinito che vada bene per tutti i corpi, le menti, i fisici. La lama nascosta dell’eguaglianza affonda nella disparità sociale che allora viene giustificata. E chi non ha è perché non ha meritato, non ha saputo meritare rimane con l’indice puntato verso se stesso, responsabile di non avere coronato l’American Dream.

Fonte: Discover Society

L’esaltazione ideologica del principio del merito

Quando Michael Young coniò il termine “meritocrazia” nel libro L’avvento della meritocrazia (1958) descrisse proprio una società spacciata come democratica ed egualitaria ma ben attenta al concetto di merito assimilato erroneamente più a significati quali “competenza”, performance, nella quale esiste un solo ristretto gruppo di persone che meritano d’essere meritevoli, e gli altri invece rimangono schiacciati da profonde disuguaglianze, perché non hanno saputo dimostrare di essere “uguali ai migliori”. Una società di casta che sognava d’ essere democratica e finisce per acuire l’umiliazione.

La tendenza del sintetizzare un essere umano con un mero numero, anche fosse la più piccola delle sfere, ristringe l’essenza di una persona allontanandola dalla libertà di essere mortale. Mentre quantificare pare ciò che permette di riconosce il livello di benessere oggigiorno, il perbenismo osanna il meritare che diviene imprescindibilmente una questione di “buonsenso”.

Non a caso ai più parrebbe un’eresia non premiare il merito, evitare di scrivere articoli su studenti modello con lauree in medicina (perché esiste una preoccupante classifica che fa più caso al nome del percorso di studi che alla passione di uno studente) com’è stato durante la recente tempesta mediatica della giovane Carlotta Rossignoli, non chiamare a intervenire su come vivere la vita persone che sanno essere multitasking, mangiano fit mentre scrivono la tesi pronte poi per l’allenamento in palestra.

Autore: Sergio Staino

È sano che apparenti supereroi umanoidi siano presi come capro espiatorio da una controcultura che alle volte rischia di chiudersi nell’elitario, addirittura arrivando ad odiarli per il loro “tanto, troppo” fare? No, tantomeno appare etico. Come dannoso è però utilizzare la retorica che innalza il fare continuo, il quale è solo uno dei tanti modi esistenti per passare il proprio tempo nel mondo, in un solo frangente di eternità. E soprattutto, essere “riconosciuti” è davvero una questione di merito?

È davvero una questione di merito?

Non è chiaro se ci si trovi di fronte a un modo di porre obiettivi così da non spiccare mai il volo o se quella intrapresa sia davvero una strada a tappe verso la cima. Il dare giudizi, meritare di essere giudicati, sentire di meritare il consenso altrui, le grida di un ennesimo ostacolo superato, potrebbero rappresentare azioni e affermazioni quotidiane per zittire una voce interna che mai ha avuto il bisogno di essere applaudita ma di silenzio, così da dissolversi e andare in soccorso del corpo che l’ha generata.

E invece no, “Vai per la tua strada. Ma attento! Sii veloce”. Non leggero, non te (stesso) ma ansiosamente il primo. Perché condividere dove non si pensa altro che al consumo è un’azione stridente, specialmente se si tratta di percorsi di vita. Colpa dell’idea che se non c’è da battere nessuno, allora non esiste vittoria. Il reale “successo” personale sembra vacillare per poi cadere sugli altri, così come il profondo fallimento. Un’ottima scusa per non sentirsi mai colpevoli, o mai soddisfatti; iniziando tuttavia a incolparsi, ma solo quando innocenti e quando la “colpa”, è fuori; cercando il tempo distrattamente almeno da trovare un momento per fingere di provare emozioni, ormai vendute per sperare in un’esistenza migliore in un qualche metaverso.

Per “gli altri” frattanto sarà solo una questione di merito – in caso di gesta considerate come tali, in una realtà spaziale e temporale poi così ristretta – o di colpa. Insomma un po’ «Se non l’hai meritato allora sei colpevole», o invisibile. Ma cosa si merita? Per un concetto democratico di equità sociale meritare che, riporta il dizionario, ha il significato di «essere degno di avere, ottenere, ricevere qualcosa (sia di positivo, sia di negativo)» potrebbe essere rischioso. Perché non c’è di male nel sudare per arrivare alla propria meta ma è preoccupante non considerare la cornice trasportando sulle spalle il disegno mai osservato della propria storia.

Fonte: REMI LASCAULT

Un buon mito ricorda che addirittura la morte, Thanatos, si rifiutò di valutare qualcuno prima di portarlo con sé. Perché non sarebbe stato giusto, nemmeno se si trattava della vita di un re. Le richieste di Apollo di aspettare per portare con sé Admeto, tempo che avrebbe permesso a Thanatos funerali più ricchi, alla morte non facevano gola. Thanatos non accettò perché capì che altrimenti i ricchi avrebbero potuto comprare “più vita dei poveri”. Un’espressione che suona tristemente contemporanea, perché la vita viene alle volte considerata sulla base di quanto si spende per consumare. Cibi, prodotti, vestiti, accessori, altri esseri viventi, energie.

Ercole riconsegna Alcesti al re Admeto, ca 1785 – ca 1790, Fedele Fischetti (1732/ 1792). Fonte: Catalogo generale di Beni Culturali.

In sostanza il valore di qualcuno dovrebbe essere intrinseco alla vita in quanto tale come bene comune, perlomeno in una società dove ogni individuo è considerato alla pari e dovrebbe educare al riconoscimento dei propri privilegi. Non che nulla debba essere riconosciuto, anzi, ma ciò non dovrebbe portare a una repentina chiusura, violente esclusioni e al credere che sia giusto quel che più sembra piacere. È poi mantenendo l’empatia tra persone che non si rischia di guardare la superficie dimenticandone la profondità. Più che “dimostrare il suo valore”, ognuno piuttosto condivide una capacità ben esercitata, mette a disposizione un “talento”, un lavoro effettuato su cui ha speso tempo ed energie. Eppure il valore sembra quasi si debba comprare o in qualche modo ottenere, ma non dovrebbe forse essere inteso come prerogativa di un’umanità comune, dove non si è “tutti uguali” ma nella quale tutti abbiano le stesse possibilità?

Dalla società dei produttori alla società dei produttivi

Partire da una medesima situazione mostrerebbe chi potrebbe davvero essere in grado di utilizzare al meglio le proprie capacità (o potrebbe essere “capitato” nel periodo storico giusto con le caratteristiche in voga) ma dev’essere davvero questo il focus? Concentrarsi su un’immagine tanto competitiva rende solo che appannato un qualche senso, ingrigito dallo spasmodico cercare per la celebrazione di un singolo, l’idolatria di una figura, la sola valutazione delle capacità di un individuo.

Il vero inghippo diventa allora il solo punto di vista adottato, che non permette di ammirare i movimenti dell’esistenza. Forse il problema è che non si ha l’abitudine di “perdere tempo” a contemplare la bellezza e molto viene perso perché tutto è inteso con criteri utilitaristici. Addirittura il Tempo, è denaro. E così comincia la corsa per imparare a produrre, si passano selezioni mossi dal brio della sfida, si produce per guadagnare e permettersi un’istruzione così da “non stare con le mani in mano”; e iniziare a produrre.

Fonte: Collections – GetArchive

No, consumarsi per il “merito” non è normale

Ogni funzione e ogni parte dell’organismo se portata allo stremo rischia di ammalarsi ed “essere inesauribile”, nuova tendenza ancora più verso il divino della grande promessa tecnologica, non è una buona soluzione. Eppure tutto suggerisce la frenesia, perché si consuma velocemente e quindi bisogna afferrare per non rimanere senza e per farlo non dormire troppo, perché “chi dorme non piglia pesci”. E così quanti più bei voti da portare a casa, che poi diventano esperienze lavorative e poi ancora, denaro. Con il quale si potranno acquistare le diverse cure per una vita troppo stressante, con sonniferi per dormire perché ormai risulta impossibile, ma per abitudine. Sempre lo stesso mezzo il denaro, che poi porta certi in alcune occasioni, a “meritare” più di altri.

«Consumo, dunque sono»

Zygmunt Bauman

Il mito del supereroe possibilmente occidentale che salva da solo il mondo senza volere nulla in cambio, che distrugge con forza sovrumana – ma attenzione distrugge per portare in salvo o per evitare la fine del mondo – è un essere dalle sembianze umane ma dalle abitudini extra terrene. Egli non mangia, non ha bisogni fisici, è fisicamente impeccabile nonostante non dorma magari perché il giorno è impiegato di una qualche azienda pubblicitaria con sede a Madison Avenue e la notte è impegnato a combattere contro il crimine. E spesse volte, è anche molto ricco. E per il tanto stimato Batman sono state necessarie molte risorse, ereditate, guadagnate, studiate e approfondite. Anche sudate, ma non per forza meritate.

Fonte: Quora

L’immagine di uomini e donne pipistrello rappresenta bene il mondo d’oggi in cui si vive anche di notte, stando sempre ad occhi aperti e guai chi evita di farlo, chi appare senza forze o sceglie di fermarsi perché esausto. Giovani stimolati a spolmonarsi oltre il loro essere per eccellere in ambiti sempre più affollati ma regolati come se chiunque al mondo partisse dalla stessa identica base con delle stesse identiche caratteristiche e possibilità. Una devozione dell’efficienza e che somiglia spaventosamente a culti causa di carneficine, guerre, stermini e violenze, voluta dal Dio dell’oggi: l’economia.

Ciò che “meritiamo” davvero non è mai stato il posto più alto del podio, ma la profonda convivenza quanto più pacifica con noi stessi. E come riconoscersi se non hai già “meritato” di nascere, convertendoti in un essere individuabile quanto più facilmente, in un tipo avente determinate caratteristiche su cui i media potranno cucire storie di moderno eroismo?

[di Francesca Naima]

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3 Commenti

  1. Articolo molto interessante, infatti mi sono sempre domandato sul perché dovessimo ragionare per “meriti.
    Chissà magari un giorno non troppo lontano impareremo a lavorare tutti senza “meriti” ma in modo più sereno e meno stressante.
    In tanto io nel mio piccolo ho già iniziato a farlo e cerco sempre di non stressarmi troppo.

  2. Cara Francesca Naima, il contenuto del tuo articolo è indubbiamente molto interessante e contemporaneo. Vorrei solo fate un obbiezione sulla sua forma; ho trovato alcune parti di difficile lettura e altre sgrammaticate.
    Grazie comunque del tuo lavoro.
    Matteo

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