venerdì 27 Gennaio 2023

Le profondità del mito, inconscio e scrittura

C’è una irrinunciabile vocazione mitologica nella letteratura. Non dobbiamo scegliere necessariamente testi che nel complesso suggeriscano la presenza di remoti archetipi o una qualche intenzionalità in tal senso, più o meno dichiarata. Non si tratta di prendere necessariamente Moby Dick o Pinocchio. Piuttosto è nelle digressioni, negli sguardi rallentati, nelle fasi descrittive, negli squarci di memoria, nelle introspezioni che si annida, anzi si evidenzia il tenore mitico.

Una delle modalità è quella della immersione in sé stessi, un’immersione che comporti però una qualche risalita, uno svelamento. “L’obiettivo della scrittura è lo svelamento… Svelare cosa? L’interiorità dell’uomo… Ciò induce a mettere da parte l’idea di ‘composizione’, vuota come quella di ‘prospettiva’ nella pittura”: così si esprime Willliam Carlos Williams in un scritto del 1947 (La tecnica dell’immaginario. Saggi sull’artista e l’arte dello scrivere, Milano, SugarCo, 1981, p. 77), centrando la propria attenzione non tanto sulla costruzione e sulla architettura del testo quanto piuttosto sull’origine e l’obiettivo dell’espressione narrativa.

Altrettanto motivato è quel che osserva Hanif Kureishi: “Se gli artisti soffrono non è solo perché il loro lavoro comporta sacrificio e dedizione. È perché viene chiesto loro di avere uno stretto contatto con l’inconscio. E l’inconscio, bruciante di desiderio com’è, è ingovernabile” (Da dove vengono le storie? Riflessioni sulla scrittura, Milano, Bompiani, 1999, p. 46). Ancora in questo senso la notazione di Marguerite Duras: “È l’ignoto che abbiamo dentro: scrivere vuol dire raggiungerlo. È questo o niente” (Scrivere, Milano, Feltrinelli, 1994, p. 43). Col che, avendo collegato il mito con l’inconscio, come classicamente richiede la psicoanalisi, siamo passati d’un sol colpo a Svevo, Joyce e, perché no, anche a Carlo Emilio Gadda: “Negare vane immagini, le più volte, significa negare se medesimo. Rivendicare la facoltà santa del giudizio, a certi momenti, è lacerare la possibilità: come si lacera un foglio inturpato leggendovi scrittura di bugie… Egli allora si riscosse… Forse, bisognava andare soli verso la notte?” (La cognizione del dolore, Torino, Einaudi, 1963, p. 204).

Per tornare davvero al mito dobbiamo forse abbandonare l’idea dello scrivere, ammettere insomma che i miti si scrivano da soli senza troppo pensarci, proprio in quella dimensione dell’abbandono di cui parla Duras (p. 24). Una teoria platonica attraversa in effetti la letteratura, quella attuale, quella moderna e quella antica. Altrimenti come avrebbe potuto Publio Ovidio Nasone scrivere i Metamorphoseon libri XV? Come avrebbe potuto “in nova … mutatas dicere formas /corpora”, come avrebbe potuto far rivolgere i suoi personaggi ai fiumi quasi fossero entità viventi, come avrebbe potuto Febo interpellare così Dafne: “Poiché non puoi essermi sposa, / sarai almen la mia pianta. O alloro, di te s’orneranno/ i miei capelli per sempre…/ E l’alloro assentì con foglie novelle” (Metamorphoseon, I, 557-67)? Da cui poi Dante, insieme ad altre fonti, trasse, in toni tragici, l’incontro con Pier delle Vigne e l’altro, ridotti a sterpi: “Perché mi schiante?…/Perché mi scerpi?/ non hai tu spirto di pietade alcuno?” (Inf. XIII, 33-36).

La natura ha questa vocazione mitologica, al pari dell’inconscio o dell’ignoto. Il mito è il ventre di un Pesce-cane illuminato da una luce fioca. “E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto”, finché laggiù, un “vecchiettino tutto bianco… se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini” (C. Collodi, Le avventure di Pinocchio, cap. XXXV); il mito è il mare infinito o la bicicletta o le lucide fibbie delle scarpe, evocazioni dello sguardo di Gerty MacDowell, innamorata come una fanciullina: “Era come le pitture che quell’uomo faceva sul marciapiede con tutti i gessi colorati e che peccato lasciarle lì a farle scancellar tutte, la sera e le nuvole che compaiono e il faro di Bailey sul capo Howth, e sentire una musica come quella e il profumo dell’incenso che bruciavano in chiesa come una brezza” (James Joyce, Ulisse, trad.it. Milano, Mondadori, 1960, p. 482).

Ma il mito non è soltanto approfondimento, memoria, immaginazione. La teoria è ancora più antica di Platone, investe non tanto il ricordo quanto piuttosto la dimenticanza, per cui la verità è davvero, etimologicamente, ciò che non si dimentica (alètheia). Il mito è, sì, verità, ma non verità fornita dalla memoria bensì dall’oblio. Il mito è pertanto pensiero che va raggiunto con le tecniche proprie dell’analisi dell’inconscio, non soltanto della scrittura. Il mito è fratello del sogno tanto come della veglia, dello scavo involontario come dello sforzo cosciente, razionale. Nella compenetrazione dunque di ùpar e ònar, di veglia e di sonno: così volevano i Greci. Il mito si nutre, come nel frammento di Orfeo, della fredda acqua che scorre dalla palude di Mnemosine. “E sopra stanno i custodi,/ che ti chiederanno perché sei arrivato. / Ma a essi racconta bene tutta la verità./ Di’ loro: Sono figlio di Terra e di Cielo stellante;/ il mio nome è Asterio: Sono riarso di sete: ma lasciatemi bere dalla fonte” (G. Colli, La sapienza greca, I, Milano, Adelphi, 1977, p. 177).

Per tornare a Kureishi, la letteratura sollecita il mito, quasi come un analista che voglia far luce sull’inconscio: “E’ come se vivessimo in troppi mondi differenti allo stesso tempo, nel mondo solido di tutti i giorni e insieme in quello incorporeo, fantastico. È difficile metterli tutti insieme” (Da dove vengono le storie?, cit., p. 27).

È come se il mito reclamasse la sua sostanziale alterità, la irriducibilità a tecniche interpretative, a valutazioni linguistiche o antropologiche. Ciò precisamente dipende dall’archetipico decreto del Tempo, dal flusso infinito, incommensurabile, come diceva Anassimandro; il tempo come “psiche dell’universo”, com’era Chronos per Pitagora, o per Platone, “immagine mobile dell’eternità”. Un tempo misurato arcaicamente e miticamente sul cielo stellato e pertanto sulla lontananza e il silenzio.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

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2 Commenti

  1. O forse che siamo, al contrario, non coscienti indagatori delle nostre radici profonde, ciò che tu chiami mito, piuttosto immagini proiettate sullo schermo dello spazio e del tempo da quelle stesse radici? E’ possibile che sia il mito a produrre il suo pensatore, altrimenti non sarebbe in grado di riconoscere la propria esistenza?

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